L'umanesimo di Piano, da New York a Berlino


[3 Oct 2013 | 0 Comments | 10590 views]
 
 

L'Inserra Chair della Montclair University dedica una conferenza al lavoro dell'architetto italiano nei cui progetti, anche quelli su più larga scala, è viva l'attenzione all'uomo e a una sostenibilità onnicomprensiva

La Montclair State University, New Jersey, ha inaugurato con una serata di studi dedicata a Renzo Piano il ciclo 2013-14 di conferenze organizzate dalla dottoressa Teresa Fiore della Theresa and Lawrence R. Inserra Endowed Chair in Italian and Italian American Studies. La conferenza dal titolo The Humanistic Legacy in Renzo Piano’s Architecture: A Panel aveva l'obiettivo di rintracciare, attraverso il tempo, gli elementi umanistici nel lavoro dell’architetto Renzo Piano, premio Pritzker nel 1998.

Attraverso l’esposizione di diversi progetti, i relatori della conferenza, Martin Filler, della New York Review of Books, Kenneth Frampton, della Columbia University, e Giovanni Santamaria, del New York Institute of Technology, hanno spiegato e interpretato il sentimento umanista che spinge e anima il lavoro dell’architetto italiano.

Piano ha dichiarato, sul Financial Times, che quello in cui viviamo oggi è un mondo fragile. Gli edifici, quindi, devono essere pensati e progettati facendo riferimento all’umanesimo e alla sostenibilità intesa non soltanto energeticamente, ma come caratteristica che debba interessare tutto, dall’uomo alle città. Martin Filler parla proprio di questa capacità di Piano di progettare a diverse scale e di saper ogni volta capire profondamente le volontà del committente e del sito di intervento. Tra i diversi progetti esposti, la Menil Collection a Huston (1986), in cui la luce naturale entra all’interno dell’edificio e illumina le opere esposte in maniera quasi perfetta, manifestando così l’intenzione di progettare e costruire edifici che funzionino in perfetta armonia con l’ambiente, con il contesto al quale appartengono e con l’uomo stesso. Stessa cosa accade quando l'architetto si rapporta a una scala più grande: attraverso il piano urbanistico di Postdamer Platz a Berlino (2000), crea, in un luogo sofferente, una cucitura tra le diverse parti, progettando un grande spazio pubblico centrale, coperto dal vetro, che non è più un semplice centro commerciale bensì una vera e proria strada, con i suoi bar e negozi, con la sua quotidianità.

C’è il desiderio di ricreare nella maggior parte dei casi “la piazza”, il centro della vita quotidiana, di pensare ad edifici che non siano chiusi in loro stessi ma che anzi creino una connessione con ciò che li circonda. E’ quello che accade, sottolinea Frampton, nel New York Times Building, New York (2007), in cui a livello del terreno l’architetto riesce a creare, attraverso la successione di tre ambienti Hall, Giardino e Auditorium, una sorta di spazio pubblico, di filtro tra l’esterno e l’interno dell’edificio. Si può forse parlare di un’agorà moderna. Come sostiene lo stesso Piano, si ha la necessità di essere connessi al passato e alla tradizione perché si ha bisogno della memoria; ma con attenzione, perché passato e tradizione possono essere un ostacolo al futuro.

Tjibaou

 C’è bisogno quindi dell’invenzione, del desiderio di scoperta, per arrivare a soluzioni innovative a servizio dell’uomo e dei suoi bisogni. Un esempio straordinario di tutto ciò è il Centro Culturale JeanMarie Tjibaou, Nouméa (1998) in cui le strutture di bamboo (nella foto a destra) creano un landscape che fa riferimento alle tradizioni culturali dei nativi, diventano una sorta di metafora che isola e protegge l’edificio ma che contemporaneamente lo connette fortemente al contesto in cui si trova.

Questa perfetta armonia con l’ambiente caratterizza tutti gli edifici di Piano; Giovanni Santamaria, attraverso la proiezione di schizzi, mostra come concettualmente in tutti i progetti la linea a livello della terra e quella a livello della copertura si riuniscano sempre in qualche modo e di come insieme si fondino col paesaggio circostante. La prima rappresenta la vita di tutti i giorni, la seconda è invece legata al cielo. Ciò che accade tra queste due linee è sintetizzabile secondo Santamaria con la Teknè e la Poiesis, ovvero la commistione perfetta tra la poesia e la tecnica. Porta ad esempio lo Zentrum Paul Klee di Berna (2005), un edificio che è stato immaginato come un corrugamento del terreno, in cui la cui linea di copertura si solleva e poi rientra nel suolo, dando vita a tre elementi che sembrano colline e che ben dialogano con il sito.

A conclusione degli interventi, Teresa Fiore cita lo scrittore Italo Calvino, leggendo un passo tratto dalle Lezioni Americane (1988) che, pur facendo riferimento ad altri campi, calza perfettamente con l’idea di architettura di Piano: "Come definizione complessiva del mio lavoro, proporrei questa: la mia operazione è stata il più delle volte una sottrazione di peso; ho cercato di togliere peso ora alle figure umane, ora ai corpi celesti, ora alle città; soprattutto ho cercato di togliere peso alla struttura del racconto e al linguaggio”.

 


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