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Lettera aperta al Prof. Paolo Balboni sul “lusso” della lingua italiana

di Flavia Idà

Da una insegnante d'italiano residente a San Francisco, arrivano alcune considerazioni scaturite dalla recente intervista della Prof. Filomena Fuduli Sorrentino al linguista Paolo Balboni

Gentilissimo Prof. Balboni –

ho insegnato lingua e cultura italiana negli Stati Uniti per oltre tredici anni, in varie scuole e istituti e a tutti i livelli. Ho visto decine di aule affollate di non-italiani e di oriundi italiani disposti a spendere i loro sudati dollari per questo da Lei definito "lusso" di apprendere la nostra lingua, molti degli adulti in classi serali o di fine settimana, e molti che lasciano i bambini con la babysitter per poter frequentare i corsi. Se è vero che al di fuori dell'Italia apprendere la nostra lingua è diventato un lusso, ci sono ben altri motivi che il disinteresse di chi non è italiano.

Io e i miei colleghi dell'Istituto Italiano di Cultura di San Francisco abbiamo lottato contro la chiusura delle scuole di lingua patrocinate dal Ministero degli Esteri; scuole poi chiuse quando il Ministero degli Esteri ha tagliato i fondi perché al governo italiano importa poco se i non-italiani e gli oriundi italiani vogliono apprendere la nostra lingua, e se chiudendo le scuole di lingua toglie il lavoro a insegnanti e presidi italiani. Io e i miei colleghi del Consolato Generale d'Italia di San Francisco abbiamo protestato contro la chiusura di cinque giurisdizioni consolari in vari Stati degli Usa; giurisdizioni consolari poi chiuse quando il Ministero degli Esteri ha tagliato i fondi perché al governo italiano importa poco se i non-italiani e gli oriundi italiani vogliono diventare cittadini italiani e apprendere la nostra lingua, e se chiudendo i Consolati toglie il lavoro a funzionari e traduttori italiani.

In quanto agli immigrati italiani, so per esperienza personale che i bambini d'immigrati che in famiglia parlano solo la nostra lingua incontrano già dalle elementari grandi difficoltà nel tener testa ai bambini anglofoni, per non dire di quelli che in famiglia parlano solo il dialetto. In Canadà, dove ho vissuto per cinque anni, il governo canadese mette a disposizione corsi gratuiti d'inglese a tutti i nuovi immigrati, i quali possono così inserirsi rapidamente nella società canadese senza dover abbandonare le loro radici linguistiche e culturali.

Ho contatti Facebook con molti gruppi di amici non-italiani e oriundi italiani che mi chiedono di condividere il mio diario anche in italiano per poter apprendere la nostra lingua anche in quel modo. L'italiano è la lingua opzionale più amata dagli americani, la lingua che essi considerano più cool, come Lei dice che bisognerebbe essere promossa. Al contrario, da quel che vedo non ci sono in Italia aule affollate di italiani che vogliono apprendere l'inglese, né nelle scuole pubbliche né nelle scuole a pagamento. Eppure per gli italiani apprendere l'inglese, attuale lingua franca dell'intero pianeta, non è un lusso ma una necessità. Non c'è da stupirsi se gli italiani rimangono tagliati fuori dal resto del mondo, forse spinti anche da un falso senso di patriottismo e da uno sterile antiamericanismo. Per ogni italiano che conosce l'inglese si crea un giro più vasto di non-italiani invogliati ad apprendere la nostra lingua e a diffondere la nostra cultura attraverso i social media.

In conclusione, la mia opinione personale è che il futuro della lingua e della cultura italiana nel mondo sarebbe molto più roseo se gli italiani stessi dimostrassero maggior buona volontà nel promuovere entrambe.

Distinti Saluti.

Flavia Idà – San Francisco, California

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