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La Bibbia e il Corano, le linee guida del mondo

di Cettina Vivirito

Leggere la Bibbia e il Corano, oggi, significa provare a capire i conflitti e le contraddizioni del nostro tempo. E a liberarci dai pregiudizi. Magari ricordandoci che San Francesco d’Assisi non amava le Crociate. Anche perché le guerre non hanno mai eliminato le stesse guerre  

In caso di naufragio, il libro che vorrei avere con me sarebbe la Bibbia. Non perché non ci siano altri libri che amo e che ho letto e riletto tante volte proprio perché ho bisogno di sentirmi dire quello che mi dicono, piuttosto perché la Bibbia è un abisso insuperato di informazioni che transitano indifferentemente dal passato al futuro con toccate e fughe da un presente che in qualche modo sembra esserne comunque ricompreso.

A parte l'esperienza formativa del 'Robinson Crosuè' che sull'Isola la Bibbia ce l'aveva e potè bastare a se stesso, e a parte la memoria dello strepitoso incunabulo di Gutenberg, il quale nel millequattrocentocinquanta circa pensò bene di stampare per prima cosa la Bibbia e si prese il merito di avere istruito il mondo con un unico libro. Se davvero riuscissimo a leggere la Bibbia dalla prima all'ultima pagina potremmo con certezza affermare, un giorno, di avere letto tutti i libri in uno e con altrettanta certezza potremmo sostenere di averci impiegato tutta la vita. E' indubbiamente un libro straordinario, che non finisce mai di stupire per l'immensa possibilità delle interpretazioni visionarie e accattivanti di ciò che contiene e pare che all'interno si possa trovare la spiegazione dell'intero universo, quello fisico e quello interiore, cioè il microcosmo tutto umano che vacilla bisognoso dalla notte dei tempi. E, soprattutto, malgrado la storicità accertata, è un libro che sfugge al concetto di Tempo così come lo intendiamo e contestualmente evita la Caduta nel Tempo stesso come sosteneva Cioran, uno degli uomini più scettici al mondo dopo Kraus, riportando l'uomo coi piedi per terra dopo indicibili voli.

Il Libro dei Libri (cosiddetto perché in realtà ne contiene molti) ha una storia tortuosa oltre che meravigliosa e ha vissuto alternativamente nel corso dei secoli persecuzioni e roghi, ma anche santità e stabilità da pozzo di San Patrizio. L’intera Bibbia è stata scritta nell’arco di 1600 anni da 40 scrittori in tre Continenti, Asia, Africa, Europa e fondamentalmente in tre lingue: ebraico, aramaico, greco (Koinè diàlektos). Nella sua originaria versione composta da 66 libri (rotoli) in pergamena forniva anche la possibilità di essere raschiata per riutilizzarla dando vita a quelli che oggi conosciamo come palinsesti (raschiati per scrivere nuovamente). Testo esaplare, di cui è esistita la Exapla ovvero un'edizione esegetica del Vecchio Testamento compilata prima del 245 da Origene di Alessandria, un'opera  costituita da "sei versioni" della Bibbia che erano disposte parallelamente su sei colonne affiancate, ovvero: il testo consonantico ebraico; una traslitterazione in caratteri greci del testo ebraico, detta Secunda; la traduzione greca di Aquila di Sinope; la traduzione greca di Simmaco l'Ebionita; una versione critica della Septuaginta; la traduzione greca di Teodozione. Questa speciale edizione, spesso citata nei primi tempi del cristianesimo, aveva lo scopo di porre fine alle controversie che sorgevano continuamente tra ebrei e cristiani circa l'interpretazione dei testi sacri.

Si tratta di una vera e propria edizione critica della Bibbia redatta per offrire alle varie comunità un testo unitario ed attendibile, con un metodo non dissimile da quello filologico ellenistico, cui si richiamava anche per i segni con cui si indicavano parti notevoli o difficili del testo. Vista la mole dell'opera, essa era disponibile in un solo esemplare e fu un lavoro di scuola a cui Origene fece da sovrintendente. Il senso letterale dei testi considerati sacri perché dettati o ispirati da Dio, è quello espresso direttamente per mezzo della parola stessa (il Verbo) ed è stato diviso in senso proprio e senso metaforico; entrambi i sensi possono inoltre essere storici, profetici, allegorici o dogmatici, tropologici o morali o anagogici, secondo che annunzino fatti o profezie, verità da credere, o beni futuri da sperare.  Origene vi consacrò circa 12 anni, dal 228 al 240 d.C. Il prezioso manoscritto era conservato nella biblioteca di Cesarea dove fu consultato tra gli altri da Eusebio e da San Girolamo. La sua scomparsa sembra risalire all'invasione araba nel VII sec.

Nell’epoca della rapidità e dei corsi di quick reading una seria lettura del genere vale una laurea HC. Ma è d'obbligo ricordare che uno per tutti e cioè Woody Allen, parlando delle tecniche di quick reading per cui si scorre diagonalmente un testo in fretta, aveva concluso: "Ho letto così ‘Guerra e Pace’. Parlava della Russia". E se Italo Calvino nelle sue ‘Lezioni Americane’ ha dedicato un intero capitolo alla bellezza della rapidità, Umberto Eco che quelle ‘Lezioni’ ha ripreso, sempre ad Harvard, ci invita a riscoprire il piacere della lettura lenta: negare i piaceri dell'indugio ci impedirebbe dunque di leggere la Bibbia.

Non un libro, ma il libro dei libri, per molti è forse ciò che esiste di più simile alla mente di un Dio onnisciente. E non perché lo ha intuito Borges, ma perché Dante, quando è stato ammesso alla visione beatifica, ha visto, raccolto in un volume, "ciò che per l’universo si squaderna".

"Fede è ciò che schiude nella monotonia umana un'invenzione" scrive Guimaraes Rosa e se nella Bibbia il linguaggio è alterato, distorto, forzato, fantasticato rimane un espediente per vedere meglio il mondo, per guardare dentro all'emozione forte di giorni vissuti tutti come se fossero vigilia segreta di qualcosa, nella vertigine di una fede che sabota la pigrizia indolente dei minuti e svela una malìa delle cose, altrimenti dimenticata. La Bibbia, qualunque cosa racconti, riesce a mettere in contatto l'apparente idiotismo di vite oscure o emarginate con quelle dell'ultravventura, dell'utopia che si realizza in ogni singolo, in ogni semplice atto o istante dell'esistenza. Ogni evento è ovvia circostanza e rivelante epifania, ogni minuto su questa terra è banale routine, ma è anche eternità. Qualsiasi cosa racconti e inventi, la Bibbia riesce a mostrarcela come nessuno ha mai fatto e farà mai. E' un prodigio che ci lascia felici e infelici, ammirati e invidiosi di una scrittura irripetibile.

Il nostro Cardinale Gianfranco Ravasi (quello della domenica mattina di Canale 5, dove con voce teatrale e cultura ampissima ci racconta scandagliandole ad una ad una le parole dell'Antico e del Nuovo Testamento) parlerà oggi di questo fantastico libro, di cui il mondo intero può rivendicare parti di testo all'infuori dell'America, proprio in America, precisamente alla Loyola University di Chicago. La sua sarà una lectio magistralis per il conferimento della laurea HC che la stessa università vuole dargli in merito: "Cultura americana, Alta Educazione Cattolica e loro contributo  alla Chiesa globale".  La Bibbia, testo intorno al quale ruoterà la magistrale lezione, come si legge in un'anticipazione della stessa, sarà portata ad esempio di possibilità di conciliazione degli opposti nel confronto tra fede e società. Secondo Ravasi, si tratta del Verbo Divino che solo potrà offrire una weltanschauung capace di sostenere alcuni equilibri su cui si regge la civiltà contemporanea, in particolare americana e cioè: da un lato si ha il rilievo della persona umana e quindi della sua identità individuale e della sua dignità; dall'altro lato deve attuarsi il bene comune e lo sviluppo della polis, cioè dell'intera comunità; da un lato si deve affermare la libertà con la sua creatività e i suoi diritti, dall'altro lato si devono altrettanto affermare i doveri della giustizia, della solidarietà, del rispetto della convivenza. Da un lato è necessario l'impegno economico per il benessere, dall'altro lato è indispensabile la custodia dei valori etici, spirituali e culturali, poiché  "non di solo pane vive l'uomo". Da un lato le diverse identità originarie etnico-culturali devono esprimersi nella loro varietà e ricchezza; dall'altro lato la democrazia costituisce un perimetro comune entro cui tutti devono saper coesistere, nella condivisione di alcuni valori e simboli unificanti fondamentali. Questi ultimi, ovviamente, si trovano tutti dentro la Bibbia.

Con grande assonanza tra Cioran e Ravasi, per altri versi rappresentanti di due visioni della vita inconciliabili, il tempo religioso è un concetto mutante, inafferrabile e nello stesso tempo concreto, che basta saper "leggere" con attenzione. "Un vero e proprio tweet ante litteram quello di Cristo composto nel greco dei Vangeli, di soli 53 caratteri, spazi compresi: "Rendete a Cesare quel che è di Cesare e  a Dio quello che è di Dio" (Matteo, 22, 21)", sostiene spesso il Cardinale, stupendoci per la capacità di adattamento sublime a quel concetto di Tempo che sfugge regolarmente a noi comuni mortali, attualizzando come niente fosse un tweet a dir poco fossile.

"Nell'attuale società secolarizzata e nelle grandi aggregazioni metropolitane anonime più che l'ateismo domina l'apatia religiosa, l'indifferenza ai valori etici e spirituali", sosterrà Ravasi agli studenti della Loyola University, apatia che scontrandosi con l'eccesso di fanatismo laddove non terrorismo religioso dell'Islam, sta spaccando il mondo in due parti distinte e in lotta tra loro. Il suo discorso è pressocché totalmente sostenuto da uno dei maggiori filosofi politici della sinistra americana, Michael Walzer, il quale nel saggio "Ideali di pace nella Bibbia ebraica", individua 6 modi diversi di definizione di pace dentro quattro dei libri biblici: dentro il Deuteronomio, dentro quello dei Giudici, dentro il Primo libro dei Re, e divinamente insito nelle parole del profeta Isaia. "(…) C'è una pace come sudditanza, una come tempo intercorso tra periodo di guerra e oppressione, una come deterrenza, una come mutuo beneficio, una messianica". Ma quella che ha maggiore assonanza con la nostra realtà odierna per Walzer è quella che considera la pace come "pluralismo", di cui ci parla Isaia, un'idea centrale nell'opera del filosofo dove si trova una definizione della tirannia che sta nel volere ottenere per una via quello che si può ottenere per un'altra, come quando si pensa di ottenere amore o stima utilizzando vie traverse come il denaro o il potere, o quando la religione pretende di prevaricare la politica e viceversa. Pluralismo che consentirebbe di avere fedi, ideali, o di inalberare cartelli o di innalzare bandiere locali. M. Walzer, alla stregua del nostro Ravasi, considera fondante il fenomeno religioso nelle società; nella religione vede da un lato la capacità di unire e di muovere uomini e donne in difesa di valori importanti e, dall'altro, il pericolo che quello stesso fervore, che sta alla base anche dell'impegno politico, si trasformi in violenza e intolleranza. La profezia di Isaia, quella in cui il mondo si trasformerà e il lupo dimorerà insieme all'agnello, la pantera si sdraierà accanto al capretto, diventa un mondo auspicabile, ma da prendere con le pinze poiché si tratta di un mondo che in quanto utopistico ci distoglie da ideali più umili e da una pace meno perfetta ma più a portata di mano. Come quella, più consona, di un Dio arbitro di molti popoli, garante laico e neutrale tra i diversi modi in cui agli uomini è dato vivere. Quella di Isaia, per Walzer, è la visione di un mondo che è differente ma non così difficile da immaginare, e che costituisce comunque la migliore delle concezioni di paci bibliche possibili, alla stregua del resoconto di una società internazionale che potremmo persino ambire a realizzare. In poche parole, nel casino di  un mondo in continui rivolgimenti e turbolenze, la Bibbia rimane solida come una roccia.

Poi c'è il Corano, questo sconosciuto. Il Corano è il testo sacro della religione dell'Islam. Per i musulmani rappresenta il messaggio rivelato quattordici secoli fa da Dio a Maometto per un tramite angelico, e destinato a ogni uomo sulla terra. Venne dettato da Maometto a vari testimoni che ne impararono a memoria alcuni versetti o tutto il suo corpus, e a vari compilatori, i kuttāb. Dai kuttāb venne quindi scritto su vari supporti (presumibilmente pezzi di legno, osso, pergamena, tessuti serici) che furono poi raccolti e risistemati definitivamente su ordine del califfo ʿUthmān b. ʿAffān.

Egli fece realizzare le prime quattro copie complete manoscritte (che inviò nelle quattro città principali della Umma) e fece bruciare le versioni discordanti. A questo riguardo, si è ipotizzato che dei manoscritti ritrovati a Ṣanʿāʾ nel 1972, più antichi di quelli di ʿUthmān potessero costituire una versione inedita del Corano, diversa da quella conosciuta; l'analisi dei testi ha tuttavia dimostrato che non contenevano sostanziali variazioni e che si trattava di manoscritti di fortuna, probabilmente utilizzati da musulmani non raggiunti dal testo di Uthman. Nel giro di 20 anni dalla morte del Profeta, comunque, il Corano comparve nella sua forma scritta ed escluse le aggiunte di circa 1.000 Alif (prime lettere dell'alfabeto arabo) fatte da Al-Hajjaj ibn Yusuf nel 700, e sarebbe rimasto pressoché invariato.

Secondo i musulmani, il testo della rivelazione coranica è immutabile nel corso dei secoli; conseguentemente esso viene tramandato dai musulmani parola per parola, lettera per lettera. Non sono stati pochi i musulmani di ogni sesso che in tutto il mondo e in tutti gli ultimi quattordici secoli hanno imparato a memoria le centinaia di pagine in lingua araba che costituiscono il Testo Sacro. Questo processo è noto con il nome di ḥifẓ, che significa difesa, conservazione: memorizzare il testo del Corano sarebbe un modo per garantirne la preservazione nella sua forma autentica nel corso dei secoli. Sebbene il Corano sia stato tradotto in quasi tutte le lingue, i musulmani utilizzano tali traduzioni solo come strumenti ausiliari per lo studio e la comprensione dell'originale in arabo; la recitazione liturgica da parte del fedele musulmano deve avvenire sempre e comunque in arabo, essendo il Corano "Parola di Dio" (kalimat Allāh) e, pertanto, non facilmente interpretabile.

La prima e più importante differenza che salta agli occhi tra la Bibbia (occidentale) e il Corano (orientale) risale alla compilazione dei testi che vedono le sei colonne di Origene aprirsi alle varie possibili interpretazioni e di contro il rogo delle copie del Corano diverse da quelle ortodosse. La seconda sta tutta nella volontà di lettura dei rispettivi testi sacri che se in Occidente latita in Oriente è prassi il conoscerne a memoria tutto il contenuto. E non sono le uniche differenze, a rimando di un modo assolutamente diverso di concepire l'uomo e le sue relazioni antropologiche e fideistiche.

Se fede e passione sembrano in realtà essere due elementi che l'Occidente ha perduto con la realizzazione di una società che ha inaridito l'animo e il cuore delle persone, persino nei rapporti amorosi e nella vita quotidiana, gli islamisti, considerati più stupidi di noi hanno un vantaggio: sono profondamente appassionati, dunque più vitali. Perfino la guerra, che è un atto di passione – per quanto negativo per ferocia e sangue – in Occidente è diventata sterile, pulita. Al posto della passione abbiamo il benessere, la comodità, il raziocinio. Ma con queste profonde diversità abbiamo cominciato a fare i conti: soltanto in Europa nell'ultimo mezzo secolo i musulmani sono cresciuti del 235 per cento, i cristiani solo del 47 per cento. I dati, forniti dall'Onu, attribuiscono ai musulmani un tasso di crescita oscillante tra il 4,60 e il 6,40 per cento all'anno (i cristiani, solo 1'1,40 per cento). Nell'Unione europea i neonati musulmani costituiscono ogni anno il dieci per cento, che a Bruxelles diventa il trenta per cento, a Marsiglia il sessanta per cento, e  in varie città italiane la percentuale sale sicché siamo arrivati all'attuale milione di nipotini di Allah, cifra che non include i clandestini.

Nel suo "La rabbia e l'Orgoglio" l'indimenticabile Oriana Fallaci inveiva fortemente contro il  torpore e l'instupidimento entro i quali sembrano essere state risucchiate le nostre coscienze.  "Tutto il male che i figli di Allah compiono contro di noi e contro sé stessi viene da quel libro. È scritto in quel libro. Il Corano. E' il Corano che umilia le donne e predica la Guerra Santa, è il Corano che chiama cani infedeli gli israeliani. Sveglia, Occidente, sveglia! Ci hanno dichiarato la guerra, siamo in guerra! E alla guerra bisogna combattere", sostenne con veemenza nel discorso in occasione della consegna dell'Annie Taylor Award, conferitole il 28 novembre 2005. Nella sua battaglia radicale quasi quanto quella dei fondamentalisti, la Fallaci sostenne che era ed è in atto una "Crociata alla rovescia", una guerra di religione voluta e dichiarata da una frangia di quella religione, la Jihad, come la chiamano, una Guerra Santa che non mira alla conquista del territorio, ma alla conquista delle nostre anime; alla scomparsa della nostra libertà e della nostra civiltà. All’annientamento del nostro modo di vivere e di morire, del nostro modo di pregare o non pregare, del nostro modo di mangiare e bere e vestirci e divertirci e informarci. Fondamentalisti che definisce barbari, poiché invece di lavorare e contribuire al miglioramento dell’umanità stanno sempre col sedere all’aria cioè a pregare cinque volte al giorno. "Si ritengono autorizzati ad uccidere perché beviamo il vino o la birra, perché non portiamo la barba lunga o il burkah, perché portiamo la minigonna o i calzoncini corti, perché al mare o in piscina facciamo il bagno nudi, perché scopiamo quando ci pare e dove ci pare e con chi ci pare". (…) "Io voglio difendere la nostra cultura e Dante Alighieri mi piace più di Omar Khayyàm (…) che senso ha rispettare chi non rispetta noi? Che senso ha difendere la loro cultura o pseudo cultura quando loro disprezzano la nostra?"  L'Islam è, per la nostra giornalista, il Corano e il Corano è incompatibile con la Libertà, è incompatibile con la Democrazia, è incompatibile con i Diritti Umani. È incompatibile col concetto di Civiltà. E quella del pluralismo, del multiculturalismo, di un Islam quindi moderato è considerata da molti una fandonia, quasi il tentativo di farci credere che il nemico è costituito da un'esigua minoranza e che quella esigua minoranza vive in Paesi lontani. Un nemico che in nome dell'umanitarismo e dell'asilo politico accogliamo a migliaia per volta, un nemico che le moschee le trasforma in caserme, in campi di addestramento, in centri di reclutamento per i terroristi, e che obbedisce ciecamente all'imam. Un nemico che in virtù della libera circolazione voluta dal trattato di Schengen scorrazza a suo piacimento per l'Europa,  sicché per andare da Londra a Marsiglia, da Colonia a Milano o viceversa, non deve esibire alcun documento. Può essere un terrorista che si sposta per organizzare o materializzare un massacro, può avere addosso tutto l'esplosivo che vuole: nessuno lo ferma, nessuno lo tocca. Un nemico che ci impone le proprie regole e i propri costumi. Che aggredisce la maestra o la preside perché una scolara bene educata ha gentilmente offerto al compagno di classe musulmano la frittella di riso al marsala cioè "col liquore", un nemico che il crocifisso lo toglie dalle aule scolastiche, lo getta giù dalle finestre degli ospedali, lo definisce "un cadaverino ignudo e messo lì per spaventare i bambini musulmani". Un nemico che ad Amsterdam uccide Theo van Gogh colpevole di girare documentari sulla schiavitù delle musulmane e che dopo averlo ucciso gli apre il ventre, ci ficca dentro una lettera con la condanna a morte della sua migliore amica. Un nemico che si rifiuta di sottoscrivere la Carta dei Diritti Umani compilata dall'Onu e la sostituisce con la Carta dei Diritti Umani compilata dalla Conferenza Araba. Assuefarsi, rassegnarsi, arrendersi per viltà o per pigrizia è davvero contro ragione, sostiene urlando da dentro ai suoi libri la Fallaci, imprecazioni condivise dall'occidentale che da lei si sente ben rappresentato. Ma c'è anche chi sostiene che non possiamo rinunciare alla speranza. "Conquistare le passioni mi pare di gran lunga più difficile che conquistare il mondo con la forza delle armi. Ho ancora un difficile cammino dinanzi a me", scriveva nel 1925 quella bell'anima di Gandhi. Ed aggiungeva: "Finché l'uomo non si metterà di sua volontà all'ultimo posto fra le altre creature sulla terra, non ci sarà per lui alcuna salvezza".

In realtà, la violenza non è certo il miglior modo per sconfiggere la violenza e da che mondo è mondo non c'è stata ancora la guerra che ha messo fine a tutte le guerre. Probabilmente abbiamo perso la misura di chi siamo, il senso di quanto fragile ed interconnesso sia il mondo in cui viviamo, e ci illudiamo di poter usare una dose, magari "intelligente", di violenza per mettere fine alla terribile violenza altrui. L'affascinante tesi di Krippendorff, importante politologo tedesco, è che la politica, nella sua espressione più nobile, nasce dal superamento della vendetta e che la cultura occidentale ha le sue radici più profonde in alcuni miti, come quello di Caino e quello delle Erinni, intesi da sempre a ricordare all'uomo la necessità di rompere il circolo vizioso della vendetta per dare origine alla civiltà. Caino uccide il fratello, ma Dio impedisce agli uomini di vendicare Abele e, dopo aver marchiato Caino – un marchio che è anche una protezione – lo condanna all'esilio dove quello fonda la prima città. Sempre secondo Krippendorff, il teatro, da Eschilo a Shakespeare, ha avuto una funzione determinante nella formazione dell'uomo occidentale, perché col suo mettere sulla scena tutti i protagonisti di un conflitto, ognuno col suo punto di vista, i suoi ripensamenti e le sue possibili scelte di azione, è servito a far riflettere sul senso delle passioni e sulla inutilità della violenza che non raggiunge mai il suo fine.

Purtroppo, oggi, sul palcoscenico del mondo noi occidentali siamo insieme i soli protagonisti ed i soli spettatori e così, attraverso le nostre televisioni ed i nostri giornali, non ascoltiamo che le nostre ragioni, non proviamo che il nostro dolore. Ogni evento, anche della nostra vita, è il risultato di migliaia di cause che producono, assieme a quell'evento, altre migliaia di effetti, che a loro volta sono le cause di altre migliaia di effetti. L'attacco alle Torri Gemelle è uno di questi eventi: il risultato di tanti e complessi fatti antecedenti. "Gli assassini suicidi dell'11 settembre non hanno attaccato l'America: hanno attaccato la politica estera americana", scrive Chalmers Johnson in un numero di The Nation. Per lui, autore di vari libri, di cui l'ultimo – "Blowback", (Contraccolpo) ha del profetico – si tratterebbe appunto di un ennesimo contraccolpo al fatto che, nonostante la fine della Guerra Fredda e lo sfasciarsi dell'Unione Sovietica, gli Stati Uniti hanno mantenuto intatta la loro rete imperiale di circa 800 installazioni militari nel mondo. Con una analisi che al tempo della Guerra Fredda sarebbe parsa il prodotto della disinformazione del Kgb, Chalmers Johnson fa l'elenco di tutti gli imbrogli, complotti, colpi di Stato, delle persecuzioni, degli assassinii e degli interventi a favore di regimi dittatoriali e corrotti nei quali gli Stati Uniti sono stati apertamente o clandestinamente coinvolti in America Latina, in Africa, in Asia e nel Medio Oriente dalla fine della Seconda Guerra Mondiale ad oggi. Il contraccolpo dell'attacco alle Torri Gemelle ed al Pentagono avrebbe a che fare con tutta una serie di fatti di questo tipo, fatti che vanno dal colpo di Stato ispirato dalla Cia contro Mossadeq nel 1953, seguito dall'installazione dello Shah in Iran, alla Guerra del Golfo, con la conseguente permanenza delle truppe americane nella penisola araba, in particolare l'Arabia Saudita, dove sono i luoghi sacri dell'Islam. Secondo Johnson, sarebbe stata questa politica americana "a convincere tanta brava gente in tutto il mondo islamico che gli Stati Uniti sono un implacabile nemico". Così si spiegherebbe il virulento anti-americanismo diffuso nel mondo musulmano e che oggi tanto sorprende gli Stati Uniti ed i loro alleati.

Esatta o meno che sia l'analisi di Chalmers Johnson, è evidente che al fondo di tutti i problemi odierni degli americani e nostri nel Medio Oriente c'è, a parte la questione israeliano-palestinese, la ossessiva preoccupazione occidentale di far restare nelle mani di regimi "amici", qualunque essi siano, le riserve petrolifere della regione. Perché non studiamo davvero, come avremmo potuto già fare da una trentina d'anni, tutte le possibili fonti alternative di energia contribuendo a mantenere un migliore equilibrio ecologico sul pianeta? Dubitare è una funzione essenziale del pensiero; il dubbio è il fondo della nostra cultura. Per i politici è questo un momento difficilissimo, essendo in atto una guerra di civiltà combattuta in nome di due libri diversi e uguali che rappresentano Iddio e Allah, cioè lo stesso Dio. Dovremmo  dedicarci soprattutto "a creare campi di comprensione, invece che campi di battaglia", come ha scritto Edward Said, professore di origine palestinese ora alla Columbia University, in un saggio sul ruolo degli intellettuali. "Ci rivorrebbe un San Francesco", scriveva Tiziano Terzani in risposta alle invettive infuocate di Oriana Fallaci;  "anche i suoi erano tempi di crociate, ma il suo interesse era per gli altri, per quelli contro i quali combattevano i crociati. Fece di tutto per andarli a trovare. Ci provò una prima volta, ma la nave su cui viaggiava naufragò e lui si salvò a malapena. Ci provò una seconda volta, ma si ammalò prima di arrivare e tornò indietro. Finalmente, nel corso della quinta crociata, durante l'assedio di Damietta in Egitto, amareggiato dal comportamento dei crociati ("vide il male ed il peccato"), sconvolto da una spaventosa battaglia di cui aveva visto le vittime, San Francesco attraversò le linee del fronte. Venne catturato, incatenato e portato al cospetto del Sultano. Al mattino il Sultano lasciò che San Francesco tornasse, incolume, all'accampamento dei crociati". Peccato non ci fosse a quei tempi la Cnn, era il 1219, sarebbe stato interessante conoscere quel che l'uno disse all'altro  immaginando che San Francesco parlò di Cristo, che il Sultano lesse parti del Corano e che alla fine si trovarono d' accordo sul messaggio che il poverello di Assisi ripeteva ovunque: "Ama il prossimo tuo come te stesso". 

Dovremmo accettare una volta per tutte che per altri il "terrorista" possa essere l'uomo d'affari che arriva in un Paese povero del Terzo Mondo con nella borsetta non una bomba, ma i piani per la costruzione di una fabbrica chimica che, a causa di rischi di esplosione ed inquinamento, non potrebbe mai essere costruita in un Paese ricco del Primo Mondo. E la centrale nucleare che fa ammalare di cancro la gente che ci vive vicino? E la diga che disloca decine di migliaia di famiglie? O semplicemente la costruzione di tante piccole industrie che cementificano risaie secolari, trasformando migliaia di contadini in operai per produrre scarpe da ginnastica o radioline, fino al giorno in cui è più conveniente portare quelle lavorazioni altrove e le fabbriche chiudono, gli operai restano senza lavoro e non essendoci più i campi per far crescere il riso, muoiono di fame?

Il terrorismo come modo di usare la violenza può esprimersi in varie forme, a volte anche economiche, e sarà difficile arrivare ad una definizione comune del nemico da debellare. I governi occidentali oggi sono uniti nell'essere a fianco degli Stati Uniti; pretendono di sapere esattamente chi sono i terroristi e come vanno combattuti. Molto meno convinti però sembrano i cittadini dei vari Paesi e non ci sono state in Europa importanti dimostrazioni di massa per la pace pur rimanendo il senso del disagio diffuso così come diffusa è la confusione su quel che si debba volere al posto della guerra. "Un mondo giusto non è mai NATO" c'era scritto sullo striscione di alcuni giovani che marciavano tempo fa a Bologna. E se il Corano lo consideriamo il Mein Kampf di una religione che s'identifica con la politica e col governare, allora non abbiamo letto la Bibbia.

Il resto è cronaca.

Foto tratta da it.dreamstime.com

 

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