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Lo Zen di Palermo, ovvero il grande alibi di una politica e di una cultura compromesse

Un delitto avvenuto alla Zen di Palermo ha riacceso i riflettori su questo quartiere. Con il contorno dei soliti luoghi comuni. Noi proviamo a ricostruire le responsabilità di un fallimento che, prima che economico e sociale, è culturale. Alla ricerca dei veri responsabili del degrado

Il delitto avvenuto nei giorni scorsi allo Zen di Palermo ha riacceso i riflettori su questo particolare quartiere del capoluogo siciliano. Zen è un acronimo che sta per Zona espansione nord. Chi ha dato il nome a questa parte della città, tra la fine degli anni ’60 e i primi anni ’70 del secolo passato, non ha avuto molta fantasia. Da sempre Zen è sinonimo di degrado economico e sociale. Oggi proveremo a ribaltare qualche luogo comune. Non, ovviamente, mettendo in discussione il degrado di tale quartiere, che c’è è rimane visibile. Ma per cercare di andare alla radice delle responsabilità.

Da decenni si parla dei problemi sociali dello Zen. Ma non sempre è stata fatta chiarezza sulle responsabilità di tale degrado. Il progetto di questo quartiere è stato firmato dall’architetto Vittorio Gregotti. Al quale, a nostro modesto avviso, sono state affibbiate responsabilità che non ha. Lo Zen è un quartiere di edilizia popolare progettato per la zona nord della città. Lo si incontra lungo la direttrice che, da viale Strasburgo, conduce, grosso modo, allo svincolo autostradale per Trapani. Quando ha visto la luce, lo Zen si trovava in una sorta di ‘isola’ circondato da giardini di agrumi, a qualche chilometro dai quartieri storici di San Lorenzo, Pallavicino, Partanna-Mondello e Tommaso Natale. Un quartiere in quegli anni isolato dalla città. L’idea di progettare lì un quartiere popolare – a nostro modesto avviso – non è sbagliata. A meno che qualcuno non sia convinto che un quartiere debba essere privo di verde.  

Per la cronaca, quando lo Zen viene progettato, a Palermo si è già in buona parte consumato il ‘Sacco’ edilizio. Molte testimonianze del Liberty sono state ‘inghiottite’ dal cemento. E la città – anche lungo la direttrice di viale Strasburgo – ha quasi ‘scientificamente’ eliminato ogni traccia di verde, con le sole eccezioni del Parco della Favorita, di Monte Pellegrino e dei giardini di alcune ville cittadine. Pensare un quartiere popolare immerso nel verde – e di questo va dato atto non soltanto all’architetto Gregotti, ma anche all’Istituto case popolari di Palermo – è un’idea giusta che andava controcorrente rispetto alle orrende ‘cementificazioni’ di quegli anni che erano e rimangono la negazione dell’urbanistica.

La verità è che il progetto Zen nasceva male perché, di fatto, sfuggiva al controllo dei ‘santoni’ della facoltà di Architettura di Palermo. Chi scrive ricorda cosa si diceva a Palermo dello Zen negli anni ’70. Non si parlava della qualità del progetto o di come veniva realizzato (anzi, come ora racconteremo, di come veniva mal realizzato), ma del progetto e basta, giudicato sbagliato ‘a prescindere’. Non facciamo nomi, ma per capire chi erano i detrattori del professore Gregotti invitiamo i lettori a leggere un libro dato alle stampe con un pseudonimo dal professore Giancarlo De Carlo, un grande urbanista che ha lavorato tanto (e bene) in Sicilia. E che, alla fine degli anni ’70, era stato chiamato, insieme ad altri tre urbanisti, a progettare il risanamento del centro storico di Palermo. In questo libro, che s’intitola ‘Il progetto Kalesa’, De Carlo ripercorre gli anni del cosiddetto ‘Piano-programma’, un piano di risanamento della parte antica del capoluogo siciliano archiviato nella seconda metà degli anni ’80 dalla ‘Giunta della Primavera di Palermo’ di Leoluca Orlando.

In questa nostra riflessione non ci soffermiamo sul perché sia stato sbaraccato il ‘Piano-programma’ (ne parleremo, semmai, in un altro articolo), ma su una scena descritta in modo mirabile dal professore De Carlo. Quel giorno – si era nei primi anni '80 – ad una riunione sul futuro del centro storico della città erano presenti, tra gli altri, alcuni ‘santoni’ della facoltà di Architettura di Palermo. A quanto pare, il ‘Piano-programma’ non andava a genio a uno dei grandi ‘Potenti’ della Palermo di quegli anni: Vito Ciancimino, forse uno dei più importanti personaggi, se non il più importante, della mafia siciliana. Ed è proprio Ciancimino che, a un certo punto, si presenta da non invitato alla riunione. Per dettare le ‘sue’ direttive urbanistiche, subito recepite dai presenti.

Di certo c’era di mezzo la paura (con Ciancimino non si scherzava, soprattutto dai primi anni ’80 in poi). E c’erano di mezzo compromissioni. De Carlo ricorda che, rivolgendosi ad ognuno dei presenti, Ciancimino gli ricorda i ‘favori’ che gli ha fatto. Questa scena e, in generale, tutto il libro del professore De Carlo danno l’immagine e la misura di una cultura compromessa che non risparmia certo l’urbanistica della città.

E’ in questo scenario che matura l’avversione verso il progetto Zen, che viene realizzato malissimo, ignorando tante previsioni progettuali. Insomma, c’era molta invidia verso il professore Gregotti considerato un intruso da quella che Pietro Zullino, in un mirabile libro ('Guida ai misteri e ai piaceri di Palermo') ha definito "la setta dei panormiti". E non è certo un caso se il progetto Zen viene realizzato male e gestito peggio. Delle abitazioni non ancora completate si impossessa, di fatto, la mafia. Così le abitazioni, lungi dall’essere consegnate agli aventi diritto, vengono in parte gestite in modo anomalo.

Insomma, un progetto realizzato male, senza servizi primari, senza verde (ed era un paradosso, perché il verde c’era e sarebbe bastato valorizzarlo!), senza scuole, senza la presenza dello Stato. Insomma un quartiere senza che ricalcava alla perfezione l’idea di un ‘Paese senza’, per citare un altro bellissimo libro dello scrittore Alberto Arbasino, che descrive in modo magistrale gli anni ’70 del Belpaese.

Un quartiere, lo Zen, che ‘doveva’ nascere male e finire peggio per giustificare non i dubbi (che già avrebbero avuto dignità culturale), ma l’invidia di una certa cerchia di ‘intellettuali’ panormiti. Con la politica cittadina di quegli anni che se ne lavava le mani. E con i rappresentanti dello Stato – spiace scriverlo – che invece di ripristinare la legalità allo Zen, magari imponendo il rispetto del progetto con la realizzazione dei servizi e con la corretta assegnazione degli alloggi, prendevano parte al dibattito surreale su presunti errori progettuali!

Chi scrive ricorda che, tra il 1984 e il 1985, da giovane cronista, veniva spedito allo Zen 2 (nel quartiere si distinguono lo Zen 1 e lo Zen 2: quest’ultimo costruito successivamente) per raccontare l’occupazione abusiva delle abitazioni non ancora completate. Ancora in quegli anni le abitazioni non andavano assegnate secondo graduatorie a norma di legge, ma venivano arraffate dalla povera gente strumentalizzata dalla mafia.

Che cosa c’entri il progettista dello Zen con le ‘dinamiche’, in parte mafiose, di una città difficile come Palermo non l’abbiamo mai capito. Così come non abbiamo mai capito il razzismo che ha sempre accompagnato certi commentatori. Rispetto a quegli anni lo Zen, oggi, è in parte cambiato. Là dove il degrado è stato in parte eliminato si possono vedere le strade larghe con i parcheggi, tanto verde, tanti negozi, tanti servizi. Certo, non è un quartiere ancora del tutto risanato. Ma le aree dello Zen che sono state solo in parte riprese danno l’immagine, almeno a chi ha un po’ di onestà intellettuale, di un progetto che non è brutto, ma che è solo stato realizzato e gestito male.

In tanti hanno sempre criticato i palazzi ‘alveari’. Ma sono solo allo Zen queste costruzioni? O sono presenti in tanti quartieri di edilizia popolare sparsi per tante città mondo? Allo Zen, da anni, operano tanti volontari e uomini di Chiesa. A loro va dato atto del grande lavoro svolto. Ribadiamo: il degrado nel quartiere c’è ancora. Ci sono zone ancora oggi abbandonate. Dove lo Stato non c’è. Ma ci sono precise responsabilità da parte di chi ha governato Palermo. La verità è che i problemi dello Zen, più che nel progettista, andrebbero ricercate in quella borghesia mafiosa che ha gestito la città. Quella borghesia che, tranne rare eccezioni, non ha certo contrastato Ciancimino che, piaccia o no, è stato il vero ‘urbanista’ senza urbanistica di Palermo.

Lo Zen, semmai, potrebbe essere lo spunto per avviare un dibattito su una cultura compromessa. Per parlare, ad esempio, della parte risanata del centro storico della città dalla quale in tanti, oggi, vogliono scappare perché giudicata invivibile. O dell’immondizia nelle strade che non viene spazzata, nonostante un numero impressionante di addetti a questo settore. O del caos di alcune strade del centro della città prese d’assalto da venditori ambulanti che non sembra paghino le tasse richieste, invece – e in ragione sempre più esosa – ai cittadini di Palermo. O di un aeroporto dove i tangentisti vengono presi con le mazzette tra le mani. O delle strade della città in buona parte distrutte da eterni lavori in corso, a cominciare dalle surreali linee di tram. O di un governo nazionale e di un governo regionale che continuano a penalizzare gli ospedali cittadini.

Si parlerà mai di questi argomenti? 

Foto tratta da mobilitapalermo.org

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