Cerca

ArtsArts

Il racconto-Fedinando parte IV/ Da biondino a redattore: la sospirata assunzione

L’assunzione di Ferdinando, che da biondino diventa redattore. I ritmi frenetici del giornale del pomeriggio. Di turno alle telescriventi. I primi passi nella cronaca politica

Ecco il quarto capitolo del mio racconto Federico (qui potele leggere i capitoli precedenti)

Ferdinando era stato assunto dopo sei anni di ‘biondinaggio’.

– “Finalmente!”, gli aveva detto Federico al telefono complimentandosi con l’amico.

Oggi nei giornali si accede dopo aver frequentato la facoltà di giornalismo. Negli anni ’80 le cose erano diverse. Allora c’erano ancora i biondini. Nelle redazioni dei giornali si chiamano biondini quelli che lavorano senza contratto. In genere, sono ragazzi. Il biondino è qualcosa che sta a metà tra il collaboratore e il redattore. Il collaboratore è uno che scrive un articolo e basta. Può scrivere una volta la settimana o anche ogni giorno. E’ uno che non ha interesse a farsi assumere per diventare giornalista professionista.

Nel quotidiano del pomeriggio dove lavorava Ferdinando di collaboratori ce n’era una quindicina. C’erano i due che seguivano il cinema. Scrivevano ogni giorno. Ma non avevano interesse all’assunzione. Facevano un altro lavoro e scrivevano per passione. Ogni pomeriggio, intorno alle diciotto, si presentavano in redazione per consegnare i propri articoli al redattore della pagina degli spettacoli. Portavano i pezzi e andavano via. Poi c’erano i collaboratori della pagina culturale. Questi erano docenti universitari o di licei, medici, architetti e, in genere, professionisti. Anche loro scrivevano per passione. Spuntavano in redazione ogni tanto, consegnavano i loro articoli e andavano via.

Tra i collaboratori c’erano anche gli editorialisti. Questi, in genere, parlavano solo con il direttore. Della maggior parte degli editorialisti Ferdinando conosceva solo la firma. Alcuni erano giornalisti professionisti che inviavano i loro pezzi da Roma. Altri erano siciliani noti in vari campi che, ogni tanto, intervenivano sui fatti della città, della Regione e del Paese.

Diverso il discorso per i biondini. Questi erano i collaboratori che volevano diventare giornalisti. Non avevano un contratto, ma avevano il permesso di bazzicare in redazione. Ogni responsabile di settore del giornale aveva i suoi biondini. C’erano i biondini della cronaca cittadina, i biondini degli spettacoli, i biondini dello sport. E quelli dell’economia. Ferdinando apparteneva a questi ultimi.

Non tutti i collaboratori diventavano biondini. Il grado di biondino bisognava conquistarselo sul campo. In redazione, ogni settimana, si presentavano sempre ragazzi che sognavano di diventare giornalisti. Alcuni arrivavano spontaneamente, altri segnalati da qualcuno. Ad ognuno di loro veniva assegnato un servizio. Se, bene o male, riuscivano a scrivere il primo articolo, gliene assegnavano un altro. E poi un altro ancora. E via continuando. Se il responsabile della pagina capiva che funzionavi ti cominciavano a chiamare loro. E ti invitavano a farti vedere ogni giorno. Quando, dopo un paio di mesi, eri sempre in redazione, pronto a catapultarti in qualunque posto ti avrebbero spedito e a scrivere qualunque cosa ti capitava a tiro, significava che eri già stato promosso biondino.

Non era facile diventate biondino. La selezione era durissima. Le spiegazioni, quando c’erano, erano al minimo. Le cose bisognava afferrarle al volo. Quando ti ‘appaltavano’ un servizio, la regola era sempre quella: dire sì e scriverlo al meglio nel più breve tempo possibile. Più servizi scrivevi in un mese, più crescevano i tuoi numeri all’interno del giornale. E più ti pagavano. Perché il giornale pagava a pezzo.  

Quando poi ti cominciavano a chiamare dalla cronaca – che è il polmone del giornale – allora significava che stavi crescendo professionalmente. E che il tuo lavoro era apprezzato. Nella redazione del supplemento economico i biondini erano cinque. C’era chi, ogni tanto, veniva chiamato agli spettacoli. E chi in cronaca. Ferdinando aveva cominciato a collaborare con la cronaca politica regionale. Prima sporadicamente, poi due o tre volte ogni settimana.

Ricordava ancora la prima volta che aveva messo piede nella redazione del giornale, al primo piano. Allora era già un biondino del supplemento economico. Al supplemento i ritmi di lavoro erano tutto sommato tranquilli. In genere, i pezzi si scrivevano a casa. Qualche volta capitava di scrivere un servizio in redazione. Se questo avveniva, c’era comunque il tempo per mettere giù l’articolo senza fretta. A meno che non si arrivava, come diceva Vittorio, “azziccati” alla chiusura del supplemento. Cioè qualche ora prima della consegna di menabò, con gli articoli da passare in tipografia. Questo poteva succedere se il servizio si doveva scrivere il venerdì mattina, proprio quando il supplemento era in chiusura.

Se a scrivere erano Vittorio o Enzo non c’erano problemi. Perché quei due un pezzo lo mettevano giù in venti minuti o, al massimo, in mezz’ora. Se di mezzo c’era un biondino la cosa poteva anche complicarsi. A meno che il biondino in questione non era veloce a scrivere.

A Ferdinando era capitato un paio di volte di arrivare a scrivere il servizio “azziccato”. La prima volta era andato un po’ nel panico. Alla fine aveva pensato a tutto Enzo, che aveva scritto il finale dell’articolo insieme a Ferdinando. La seconda volta era andata meglio. In ogni caso, il pezzo “azziccato” era un’esperienza che Ferdinando evitava con piacere.    

La mattina che mise per la prima volta piede al primo piano della redazione del giornale, si accorse con terrore che lì tutti i cronisti scrivevano pezzi “azziccati”. Rimase impressionato dai ritmi frenetici di lavoro che a lui sembravano impossibili. Il capo cronista – il responsabile della cronaca della città – sembrava un direttore d’orchestra incazzato. Leggeva e titolava a velocità supersonica gli articoli che i cronisti portavano a turno sulla sua scrivania. Scriveva a penna titoli, occhielli e sommari. Impartiva ordini ai fattorini. Rispondeva al telefono che squillava in continuazione. Contemporaneamente, dava direttive ai cronisti e faceva altre cose ancora. Il tutto a ritmi forsennati.

–  “In questo pezzo manca il riferimento all’omicidio di un mese fa. Sistemalo”, diceva al cronista di nera porgendogli il pezzo che aveva finito di leggere.

Nel frattempo il fattorino gli sottoponeva la pagina appena composta in tipografia. Guardava titoli e sommari e, dopo averla riconsegnata al fattorino con un rapido “via”, lanciava un urlo inumano a un disgraziato cronista di giudiziaria che, a suo dire, si attardava nella scrittura di un articolo:

–       “Ma si può sapere che fai? Sono le undici e trentacinque e la tua pagina dovrebbe essere già passata e titolata. La rotativa aspetta te. Chiudi ‘sta cosa! Basta! Quello che hai scritto hai scritto, maledizione!”.

Ricordava le giustificazioni del cronista:

–       “Stamattina il giudice non si trovava. L’ho pescato dopo un incredibile giro di telefonate dieci minuti fa. Dammi il tempo di buttare giù quaranta righe”.

–       “Il giudice lo devi cercare il pomeriggio del giorno precedente, non la mattina”, continuava a urlare il capo cronista.

–       “Ma se la vicenda è venuta fuori alle dieci di stamattina chi dovevo cercare ieri? Siamo impazziti?”.

–       “Adesso basta con le scuse: dammi questo articolo così com’è e vai all’inferno!”.

Seguirono altre urla, altre imprecazioni, altre maledizioni. Mentre tornava nel più tranquillo ammezzato dove non mancavano certo le urla, ma dove i tempi di scrittura non erano certo così frenetici, Ferdinando pensava che mai e poi mai sarebbe diventato un cronista del giornale. Già scrivere un articolo per il supplemento economico era difficile. Figuriamoci per la cronaca con il capocronista che urlava!

– “Anche da voi in cronaca si lavora a ritmi infernali?”, aveva chiesto Ferdinando a Federico in una delle loro solite telefonate.

– “Il nostro non è un giornale della sera – aveva risposto l’amico -. Qui si lavora il pomeriggio per andare in edicola la mattina successiva. Ma non ti illudere: i ritmi sono gli stessi in tutti i giornali. Nel nostro lavoro il tempo non basta mai. Dobbiamo riflettere, certo. Ma, quando occorre, dobbiamo volare. Cosa credi che, qui da noi, a ‘Lettera Sud’, ce la prendiamo comoda solo perché andiamo in edicola ogni settimana? Non è così. Magari abbiamo un po’ più di tempo a disposizione. Ma quando dobbiamo chiudere un pezzo in tempi stretti, mettiamo le ali anche noi”.

– “Sai – gli aveva risposto Ferdinando – le rare volte che metto piede al primo piano, in cronaca, rimango colpito dalla confusione. E dai ritmi di lavoro folli. Mi sembrano tutti un po’ arrivati. Non parlano: gridano. Imprecazioni di qua, maledizioni di là. Con il capo servizio della cronaca che quasi stacca i fogli dalle macchine da scrivere dei cronisti. Per lui chi scrive perde sempre troppo tempo. Li comincia a tormentare dalle dieci e mezzo in poi. Alle undici, se quei disgraziati non hanno ancora finito di scrivere il pezzo gli si catapulta sul collo. Come si fa a scrivere un articolo con una persona che ti sta dietro e che non fa altro che gridare a squarciagola: sbrigati che dobbiamo chiudere, sbrigati, sbrigati… Mi sembra una follia. Se proprio lo vuoi sapere, non credo che riuscirò mai a scrivere un pezzo in queste condizioni. Ormai ne sono convinto: non diventerò mai un cronista del giornale dove collaboro”.

Dall’altra parte del telefono Federico sorrideva.

– “Intanto – gli diceva – il tuo è un quotidiano del pomeriggio e lì, si sa, dovendo consegnare i pezzi entro le undici della mattina i ritmi di lavoro devono essere un po’ accelerati. E poi, ricordatelo sempre, è una questione di abitudine. Nella scrittura giornalistica bisogna solo prenderci la mano. Certo, devi avere stoffa. Se la stoffa c’è, una volta che prendi la mano tutto va a posto”.

Federico era un ottimista. Per lui le cose, prima o poi, andavano sempre a posto. Era solo questione di tempo, diceva. Anche il fatto che, dopo quasi due anni che si sentivano al telefono almeno due volte ogni settimana, non si erano mai visti era un fatto da considerare normale.

– “Non ti preoccupare – diceva Federico – prima o poi ci vedremo. E’ solo questione di tempo. E’ mancata l’occasione. Ma arriverà”.

In verità, di occasioni ce n’erano già state due. La prima volta si erano dati appuntamento a Bologna. Federico si sarebbe recato lì per un convegno internazionale di economia agraria. Ferdinando fece in modo di rendersi libero per due giorni.

I bolognesi avevano invitato più volte Ferdinando. Anche loro avrebbero avuto il piacere di conoscere il corrispondente dalla Sicilia che scriveva per loro già da alcuni di anni. Le due cose coincidevano. Con un viaggio Ferdinando avrebbe conosciuto Federico e i bolognesi. Meglio di così non poteva andare.

Il viaggio in aereo era stato tutto sommato rilassante. Un successo, per Ferdinando, che aveva una paura tremenda di volare. A distrarlo aveva pensato ‘Il fattore umano’ di Gran Green, uno scrittore che amava. Dei due giorni a Bologna ricordava un freddo che, nella sua vita, non aveva mai avvertito. Era febbraio. C’era la neve. Ma un gelo così intenso, dalla testa ai piedi, non se l’aspettava proprio.

Con i bolognesi andò bene. Lo invitarono a pranzo e passò con loro un’intera giornata. Federico, invece, non riuscì a incontrarlo. Quella volta, infatti, l’amico non era riuscito ad arrivare a Bologna per il maltempo.

La seconda volta a dare la ‘buca’ fu Ferdinando. Si sarebbero dovuti incontrare a Marsala. Era primavera. Era stata organizzata una sorta di sagra dei fragoloni. Federico, con la scusa che si trattava pur sempre di economia, era riuscito a farsi spedire in Sicilia per un giorno. Sarebbe avvivato la mattina in cui iniziava la sagra per ripartire l’indomani con il primo volo per Napoli. Anche Ferdinando si era liberato dagli impegni. O almeno così aveva creduto fino alle sette di sera del giorno prima. Quando il responsabile della cronaca regionale gli comunicò che l’indomani lo attendevano ad Agrigento.

Il capo servizio della cronaca regionale dava per scontato che Ferdinando sarebbe andato ad Agrigento. Per due buone ragioni. La prima era che Ferdinando era un ‘biondino’ che scalpitava. Di lì a qualche mese ci sarebbero state alcune assunzioni. E lui era considerato tra i papabili. Quando aspetti l’assunzione, e magari te l’immagini imminente, i servizi da scrivere, specie se ti spediscono fuori città, si afferrano al volo. Impossibile rifiutare. La seconda ragione era che di quella storia – lo sbancamento abusivo di un tratto costa dell’Agrigentino per realizzare un improbabile villaggio turistico altrettanto abusivo – l’aveva tirata fuori proprio Ferdinando. L’approfondimento della vicenda spettava a lui. Non ebbe nemmeno il tempo di avvertire l’amico. Allora non c’erano i telefoni cellulari. E nella sua casa di Napoli, dove era difficile, se non impossibile, rintracciare Federico, non c’era segreteria telefonica. Non gli rimase che lasciare un messaggio all’hotel di Marsala dove Federico, verosimilmente, avrebbe depositato i bagagli l’indomani mattina prima di immergersi nella sagra dei fragoloni.

Il battesimo del fuoco al primo piano, per Ferdinando, era arrivato nella tarda mattinata di un venerdì, quando Giuseppe, il cronista politico del giornale, lo chiamò al telefono.

– “Sali, debbo chiederti un favore”, gli disse.

Dall’ammezzato, Ferdinando si catapultò al primo piano davanti alla scrivania di Giuseppe.

– “Come sai – gli disse – ogni pomeriggio uno di noi redattori è di turno alle telescriventi”.

Federico non sapeva nemmeno che c’era un turno alle telescriventi. Ma ovviamente annuì.

– “Oggi tocca a me – aggiunse Giuseppe -. Ma ho una cosa da fare. Te la senti di sostituirmi? Ti sto affidando un lavoro di grande responsabilità”.

Ferdinando non se lo fece ripetere due volte. Alle tre del pomeriggio era nella stanza delle telescriventi. Oggi le notizie diramate dalle agenzie di stampa si leggono sul proprio computer. Basta collegarsi a internet e il gioco è fatto. Allora non c’erano ancora i computer. E quindi non c’era internet. Le agenzie battevano le notizie che venivano stampate dalle telescriventi che trovavano posto nelle redazioni.

Nel quotidiano dove collaborava Ferdinando c’erano due telescriventi che battevano le agenzie con le notizie di cronaca nazionale, economia, regionale, cronaca cittadina, nera, giudiziaria, spettacoli e via continuando. Il lavoro consisteva nel prendere i lanci di agenzia che arrivavano, selezionarli e distribuirli nelle custodie dei vari settori. C’era la custodia dove andavano sistemate le agenzie con notizie di cronaca nazionale. Quella per la cronaca regionale. Quindi le altre custodie: per le notizie di nera, per la giudiziaria, per gli spettacoli, per lo sport. La mattina alle sei e mezzo un fattorino prendeva le agenzie dalle custodie e le sistemava sulle scrivanie dei vari capi servizio.

Il lavoro alle telescriventi non era facile. In ogni telescrivente c’era un grande rotolo di carta. Per Ferdinando la carta si infilava in un tunnel misterioso. Dentro questo spazio nascosto lavoravano i tasti di un’invisibile macchina da scrivere. A un certo punto, come per magico incanto, dall’altra parte della telescrivente veniva fuori il tek di agenzia con la notizia scritta e titolata.

I lanci di agenzia si susseguivano uno dietro l’altro, ora a ritmo continuo, ora con pause di qualche minuto. In genere, dalle sedici alle diciannove le telescriventi battevano le notizie con pochissime pause. Dalle diciannove e trenta in poi i tempi tra una notizia e l’altra si allungavano.

Quando il lungo nastro di carta con i lanci di agenzia toccava terra, significava che era arrivato il momento di staccare dalla telescrivente la lunga striscia con le notizie battute. A questo punto, con l’ausilio di una riga, i lanci di agenzia venivano composti uno per uno. Stracciare un’agenzia era un lavoro delicato. Per questo si usava la riga. Bisognava stracciarla nel punto giusto. Evitando di rovinare il titolo o, peggio, una parte della notizia. Se la notizia risultava importante ma era illeggibile perché stracciata male, la cazziata per chi era stato di turno alle telescriventi il pomeriggio precedente era praticamente assicurata.

Non tutte le notizie che arrivavano dalle telescriventi andavano sistemate nelle custodie. Si dovevano scartare le notizie inutili e selezionare quelle ritenute utili. Bisognava distinguere le notizie dalle menate. Senza sbagliare. Su questo punto Giuseppe era stato chiaro:

– “Meglio abbondare – gli aveva detto -. Meglio sistemare nelle custodie più notizie, anche se qualcuna è inutile, che essere rimproverati per aver scartato una notizia utile”.

Il lavoro alle telescriventi cominciava alle tre del pomeriggio e finiva alle nove di sera quando le agenzie finivano di battere le notizie. Una faticaccia. Al massimo, se avveniva qualcosa di clamoroso, la notizia veniva battuta in tarda serata. In questo caso, i problemi si ponevano per i quotidiani del mattino. Se la notizia era grossa dovevano fare una ribattuta in tarda serata o di notte. In pratica, una seconda edizione del giornale. Nel quotidiano dove collaborava Ferdinando il problema non si poneva perché andava in edicola il primo pomeriggio del giorno successivo. Ciò significava che alle nove di sera il lavoro alle telescriventi era comunque finito. L’indomani mattina, infatti, ci sarebbe stato il tempo di lavorare su un’eventuale grossa notizia battuta dalle agenzia la tarda sera del giorno prima.

La prima volta era andata bene. Giuseppe era rimasto contento. Così Ferdinando veniva chiamato spesso alle agenzie. E sempre più spesso collaborava sulle pagine di politica. All’inizio non ne voleva sapere di salire al primo piano per scrivere. Ma Giuseppe era stato categorico:

– “Se vuoi essere assunto è da qui che devi passare”.

Il primo articolo di politica regionale era andato così così. Giuseppe era impegnato in un’inchiesta sulle esattorie. L’inchiesta l’aveva scritta il giorno prima. Solo che alle dieci di mattina gli avevano spifferato un paio di novità. Cose fondamentali. Così l’inchiesta andava rivista da cima a fondo. E, contemporaneamente, entro le undici c’era da scrivere il pezzo di politica.

Il parlamento siciliano stava per approvare la legge sulle nuove Province.

– “Conosci il disegno di legge sulle nuove province?”, gli aveva chiesto Giuseppe.

– “Per grandi linee”, aveva risposto Ferdinando, che conosceva l’argomento solo perché quella mattina, per fortuna, aveva letto i pezzi di politica regionale degli altri giornali siciliani.

– “Bene – gli aveva detto Giuseppe -: qui c’è il testo del disegno di legge. L’aula lo dovrebbe approvare stasera. Noi, dovendo scrivere ora, possiamo solo dare qualche anticipazione. Senza inventarci niente, naturalmente. Chiama i deputati che stanno seguendo questa vicenda e fatti dire come finirà”.

Era il primo pezzo di politica della sua vita. Ricordava di aver letto poco prima il nome del parlamentare relatore del provvedimento. Chiese a Giuseppe se andava bene sentirlo.

– “Certo, sentilo – gli aveva risposto -. Ma senti anche gli altri. Cerca sempre di essere equilibrato. Fa in modo che a parlare siano sempre quelli della maggioranza e quelli dell’opposizione”.

Ovviamente non aveva i numeri di telefono. Che gli vennero forniti da Giuseppe.

– “Segnati questi numeri – gli disse -. Ti serviranno per le prossime volte”.

La raccolta delle notizie via telefono non era stata difficile. Alle dieci e mezza era già pronto per scrivere. Aveva mezz’ora di tempo. E un’intera pagina da riempire. Era atterrito. Il responsabile della cronaca regionale era stato chiaro:

– “Oggi questo è l’argomento del giorno della pagina politica. Ci serve un servizio ampio”.

Cominciò a scrivere cercando di mantenere la calma. Cercò di ricordare tutti gli insegnamenti di Enzo e di Vittorio. A cominciare dall’attacco. Metteva giù gli argomenti ad uno ad uno. Con frasi brevi. Provando a illustrare gli argomenti ad uno ad uno. Riportando prima le parole di un parlamentare della maggioranza e poi  quella di un rappresentante dell’opposizione.

Gli avevano commissionato due pezzi: uno di 90 righe e uno di 45 righe. Alle undici in punto si accorse che non aveva ancora finito il primo articolo. Era un po’ terrorizzato.

Ogni tanto alzava gli occhi verso il caposervizio della cronaca regionale. Pensava, ne era sicuro, che di lì a poco gli avrebbe chiesto i due pezzi. Alle undici e dieci il caporedattore della regionale lo tranquillizzò:

– “Evita di guardare me e concentrati nella scrittura. Mi hanno detto che sei nuovo. Ti stiamo facendo uno sconto sul tempo. Giuseppe è sceso in tipografia per sistemare la sua inchiesta sulle esattorie. Sarà qui tra cinque minuti. Vedi di fargli trovare il pezzo pilota pronto”.

Il pezzo pilota è quello che regge la pagina. In quel caso era il pezzo di 90 righe. Mentre l’appoggio era quello di 45 righe.

Giuseppe arrivò pochi minuti dopo. Proprio quando Ferdinando aveva finito di rileggere il pezzo pilota.

– “Dammelo e comincia a buttare giù l’appoggio”, gli disse Giuseppe.

Per Ferdinando era il momento della verità. Era il suo primo pezzo di politica scritto a tamburo battente. Cosa sarebbe successo?

Qualche secondo dopo la voce di Giuseppe lo rinfrancò:

– “L’attacco funziona”, disse.

Ferdinando si sentì felice. La scuola di Enzo e Vittorio era servita. Mentre cominciava a scrivere il secondo pezzo guardava con la coda dell’occhio Giuseppe. Che era intervenuto quattro o cinque volte sul pezzo con la biro.

– “Tutto sommato, va bene. Sei ancora un po’rigido. Dovresti sciogliere di più la scrittura. Soprattutto quando fai parlare le persone”.

Dopo aver titolato il pezzo Giuseppe lo passò al caporedattore dicendogli:

– “Tra dieci minuti hai l’appoggio”.

“Dieci minuti? Ma io ho a malapena finito l’attacco…”, pensò tra sé e sé.

Giuseppe si avvicinò e gli disse:

– “Dai, alzati che dobbiamo volare”.

Si sedette al suo posto dicendogli:

– “Resta qui. Lo scriviamo assieme”.

Giuseppe non era veloce a scrivere: era un siluro. L’argomento non era semplice. Tra l’altro, il pezzo d’appoggio doveva approfondire alcuni aspetti tecnici del disegno di legge. Notizie che Giuseppe padroneggiava.

Esattamente undici minuti dopo le 45 righe erano scritte.

Bene o male, la prima volta era andata. Certo, Giuseppe l’aveva aiutato. E il responsabile delle  pagine della  cronaca regionale gli aveva fatto uno sconto sui tempi. Ma non era stato cazziato. Ed era già tanto.  

Da quel giorno in poi, due o tre volte alla settimana Ferdinando veniva chiamato dalla cronaca regionale. Qualche volta gli rifilavano le notizie brevi da scrivere. Gli passavano un po’ di comunicati stampa e gli dicevano:

– “Otto righe per ogni notizia. Sbrigati”.

Qualche altra volta gli commissionavano un’intervista telefonica. Dopo circa sei mesi Giuseppe gli comunicò che avrebbe dovuto seguire l’iter di una legge. Argomento: lo sviluppo delle aree interne dell’Isola.

– “Del resto, tu vieni dall’economia. E questa è economia – gli disse -. La discussione generale comincia dopodomani. Domani vai negli uffici della commissione legislativa di merito e ti fai dare il testo del disegno di legge. Studialo attentamente. E se ci sono cose che non capisci, chiedi spiegazioni ai funzionari del parlamento. Non seguire i lavori di un disegno di legge senza conoscere l’argomento. Ti confonderesti e finiresti con il confondere i lettori”.

Un anno dopo, finendo di scrivere ben tre articoli entro le undici di mattina, scoprì di poter lavorare nella stanza al primo piano. Tra l’altro, l’ultimo articolo di 60 righe gli era stato commissionato alle dieci e mezza. L’aveva scritto quasi con naturalezza in meno di mezz’ora. Ci aveva fatto caso dopo averlo consegnato al responsabile della cronaca regionale.

Il pomeriggio, parlando con Federico, comunicò all’amico di avere scoperto una parte ignota a se stesso:

– “Sai, stamattina in meno di due ore ho scritto tre articoli. Un’intera pagina con due pezzi più un’altra mezza pagina. Ci ho fatto caso quando ho consegnato il terzo articolo. Mentre scrivevo non ero nervoso. Forse, alla fine, solo un po’ stanco”.

– “Te l’avevo detto: è questione di abitudine. Certo, bisogna essere portati per il nostro lavoro. E tu lo sei. Poi tutto procede naturalmente”.  

Qualche tempo dopo Giuseppe venne assunto da un quotidiano romano. Per Ferdinando stava maturando il momento dell’assunzione.

La responsabile delle pagine regionali l’aveva incoraggiato:

– “Giuseppe è andato a Roma. Non c’è un sostituto. E con l’aria che tira non ci sarà. Vieni qui ogni giorno. Segui bene i lavori dell’Assemblea regionale siciliana e i fatti politici. Fai la cronaca e proponi altri servizi. Scrivi più che puoi. Prima o poi ti dovranno assumere. E’ matematico”.   

Era quello che gli aveva detto sempre Enzo:

– “Se in un giornale ti fanno scrivere ogni giorno prima o poi devono assumerti. E’ sempre andata così”.

L’assunzione, per Ferdinando, non era arrivata subito. Ai quattro anni di ‘biondinaggio’ nel supplemento economico aveva sommato un altri due anni e mezzo di biondino in cronaca politica. Ogni giorno a scrivere del parlamento dell’Isola e dei partiti. E, se capitava, anche di economia.

Le soddisfazioni erano tante. I soldi pochi. Senza il supplemento economico dei napoletani, senza ‘Sicilia verde’ e senza i bolognesi non avrebbe potuto tirare avanti.

Finalmente un sabato mattina gli comunicarono che sarebbe stato assunto. Dal mese successivo avrebbe avuto lo stipendio di un praticante. Quasi il quadruplo dei soldi che il giornale gli passava da biondino. Era al settimo cielo. Non solo. Dopo diciotto mesi avrebbe sostenuto l’esame per diventare giornalista professionista.

Negli ultimi tempi teneva ritmi di lavoro quasi impossibili. Reggere la cronaca politica era difficile. Richiedeva impegno e tempo. La mattina a scrivere e il pomeriggio a cercare notizie. Per i napoletani non c’erano problemi perché spesso le notizie per ‘Lettera Sud’ nascevano da iniziative parlamentari. Più complicate erano le collaborazioni per i periodici di agricoltura. Non riusciva più a seguire il mondo delle campagne: quel mondo fatto di lavoro e di mille sacrifici che aveva imparato ad amare.

A un certo punto fu costretto a malincuore prendere una decisione: non scrivere più di agricoltura. Né per i bolognesi, né per ‘Sicilia verde’. Gli costava tantissimo. Affettivamente ed economicamente. Un milione circa di vecchie lire al mese in meno. Una bella botta. Ma doveva farlo. Non poteva più reggere quei ritmi. Da circa un anno due o tre notti della settimana e tutte le domeniche le passava a scrivere di agricoltura. Soprattutto la domenica. Cosa, questa, che ad Eliana non andava giù. Proprio su questo argomento, con lei, erano liti continue. Aveva ragione Eliana: quella che faceva non era più vita. Bisognava dargli un taglio.

E poi era anche una questione di onestà intellettuale. Non aveva più il tempo per girare in lungo e in largo la Sicilia. Non c’era la possibilità di raccogliere le testimonianza degli agricoltori. Che alla fine sono le testimonianze che contano per chi deve scrivere di agricoltura. E non gli andava proprio di inventarsi a tavolino i reportage. Non trovava più il tempo di leggere e studiare i regolamenti e le direttive Cee. Non era serio commentare per i bolognesi i possibili effetti in Sicilia di una politica agricola comunitaria che ormai seguiva poco e male. Così aveva ceduto la collaborazione a una giovane collega. Con Canzonetta non ci furono problemi. Sapeva, infatti, che il mensile avrebbe interrotto le pubblicazioni.

Per sé si era tenuto solo la collaborazione con “Lettera Sud”. Questa non l’avrebbe mai mollata. Ci teneva. Del resto, all’università l’economia politica era stata la sua grande passione. E, negli anni, aveva avuto modo di approfondire i testi del meridionalismo. E poi, letture a parte, c’era Federico. Ormai si sentivano due o tre volte la settimana.

Fine quarta puntata/continua

Foto tratta da scoopnest.com

Iscriviti alla nostra newsletter / Subscribe to our newsletter