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Il racconto-Federico parte VII/ Il servizio della discordia viene pubblicato: e a Napoli scoppia un grande casino…

Dopo settimane di attesa il giornale pubblica finalmente il servizio della discordia su un'operazione miliardaria targata sinistra Dc. "E tu - gli dice Federico - mi ha fatto attaccare la sinistra Dc nel giornale della sinistra Dc". la burrascosa telefonata a Sciacca. E la 'sospensione' di Ferdinando 

Questa è la settima puntata del racconto "Federico". Qui potete leggere le sei puntate precedenti. Buona lettura.  

 

Il lunedì della settimana successiva Federico chiamò Ferdinando. E gli comunicò di essere stato due giorni a Napoli.

– “Sono tornato ieri mattina. Giovedì sono passato dalla redazione. Ma non c’eri. Mi veniva da piangere. Mi sembra una congiura”.

Federico gli raccontò che si era dovuto recare fuori Napoli. Un impegno improvviso.

– “Se mi avessi avvertito avrei rinviato la partenza e sarei rimasto a Napoli. Perché non mi hai chiamato?”.

– “Perché volevo farti una sorpresa”.

Rimasero a parlare cercando di sdrammatizzare l’incontro andato a vuoto per l’ennesima volta. Poi Federico prese l’argomento lavoro.              

– “A Ferdinà, tengo due notizie, una brutta e l’altra buona”.

– “Cominciamo con quella brutta”, disse Ferdinando che già intuiva quello che l’amico gli avrebbe detto.

– “La brutta è che l’inchiesta sul progetto dinamico non può andare nemmeno questa settimana. L’ho fatto leggere al vice direttore. Mi ha detto che è pesante. E ha aggiunto che è meglio farla vedere al direttore che rientra tra una decina di giorni. Non disperare. Nonostante tutto sono ottimista. ‘Sta cosa prima o poi la mettiamo”.

– “E la bella notizia?”.

– “La bella notizia è che la prossima settimana sono a Palermo. Ho chiesto io di venire giù. C’è un convegno in un posto che si chiama castello Utveggio. Mi hanno spiegato che sta su un monte che sovrasta la città”.

– “E’ così – disse Ferdinando -. E’ un castello costruito nei primi del ‘900. Ora, almeno ufficialmente, è diventato la sede di una scuola di alta formazione. Così ha deciso il governo regionale. Suppongo che vieni a Palermo per qualche convegno di economia”.

– “Proprio così”, rispose Federico. Che aggiunse:

– “Perché hai detto che ‘sto castello Utveggio è ufficialmente la sede di questa scuola di alta formazione. C’è dell’altro?”.

– “Non lo so, Federì. Voci”.

– “Che voci?”.

– “Ma, a quanto si racconta – aggiunse Ferdinando – il castello Utveggio sarebbe anche la sede dei soliti servizi segreti deviati. Americani e cose varie. Guarda che qui è una cosa normale. E’ un punto strategico. Per azionare qualche bomba è l’ideale. Palermo, almeno sotto questo profilo, è una città molto italiana…”.

– “Non è che tu lavori un po’ troppo con la fantasia?”, aveva chiesto ridendo l’amico napoletano.

Anche Ferdinando l’aveva preso a ridere:

    –   “A Federì, ricordati che qui in Sicilia, su certi argomenti, la fantasia supera la realtà”. 

Dopo le solite battute sul fatto che quella, finalmente, sarebbe stata la volta buona dopo il viaggio a vuoto di Ferdinando a Napoli, Federico chiese notizie dell’articolo della settimana.

– “A Ferdinà, è pronta o no la storia della banca agrigentina?”.

– “Credo che questa sia la volta buona. Con Tonino ci stiamo sopra da venti giorni. Mercoledì mattina il signore di Torino dovrebbe atterrare con un elicottero dalle parti di Canicattì. Pare che restituirà i soldi. Avremo notizie mercoledì sera. Se la cosa non dovesse andare in porto, ho già pronto un servizio sul bacino di carenaggio di Trapani che ti invierò mercoledì. Tienilo come riserva. Se giovedì sera non ti arriva il pezzo sulla banca agrigentina, metti quello sul bacino di Trapani”.

– Invece nel primo pomeriggio di giovedì Ferdinando inviò via fax il servizio sulla banca agrigentina. Erano centoventi righe più un appoggio di quarantacique righe. Federico lo chiamò nella tarda mattinata del giorno successivo.

– “Davvero una bella storia. Gli abbiano dato grande risalto. Hai fatto un buon lavoro”.

– “I complimenti – rispose Ferdinando – dovremmo farli a Tonino. E’ lui che ha seguito la storia. E’ lui che mi ha dato la possibilità di scrivere il pezzo. Del resto, il suo articolo su questa vicenda esce domani su un settimanale siciliano. E anche noi siamo in edicola domani. Diamo la notizia contemporaneamente. Siamo gli unici a raccontare questo caso con tutti i retroscena”.

– “Non dovrei chiedertelo perché ormai lavori per noi da qualche anno e mi fido – gli disse Federico -. Siamo sicuri che è tutto vero, eh? Sai, anche questa storia è tosta assai. E tu, come al solito, sei andato giù pesante. Ci hai messo pure la mafia”.

– “E come faccio a nascondere la mafia se c’è?”.

– “Lo capisco, ma qui si sono preoccupati”.

– “Tranquillo, Federì, tutto a posto. Con Tonino ho fatto sempre belle figure. E non ho mai preso smentite. E, soprattutto, sono ancora qui. La mafia in questa storia c’è. Eccome se c’e!”.

Federico aveva ragione: la storia era pesante. Si parlava di un gruppo bancario torinese che, con fondi atipici, aveva rastrellato soldi in tutto il Paese. Sicilia compresa. Una volta acchiappato il malloppo, i finanzieri torinesi erano spariti. Nel nulla. Da manuale, si direbbe. Solo che in Sicilia avevano fatto il ‘tappo’ a personaggi di un certo peso. Fare il ‘’tappo’, in Sicilia, significa derubare con un raggiro i mal capitati. Che, in questo caso, erano politici di alto rango e altra gente ancora. Tra questi fregati c’erano anche personaggi ‘pesanti’. Tipi non proprio raccomandabili, chiamiamoli così, che non avevano gradito. Anzi. Qualcuno di loro – così si raccontava in giro – aveva fatto sapere ai torinesi che qualche anno prima un banchiere che aveva fatto il ‘tappo’ a certi ‘amici’ era stato trovato impiccato sotto un ponte in una grande capitale d’Europa. Vero? Falso?   

Fatto sta che uno di questi finanzieri di Torino, ufficialmente uccel di bosco, si era presentato in Sicilia, con tanto di elicottero. E, soprattutto, con il denaro da restituire agli ‘amici’ siciliani. L’informatore di Tonino aveva descritto l’atterraggio dell’elicottero di primo mattino. L’auto blu che aveva condotto il finanziere in una villa. Poi il pranzo in un ristorante di Canicattì. E l’elicottero che riprendeva il volo alle quattro del pomeriggio. Più altri particolari sul denaro e su alcuni dei personaggi coinvolti. Descritti con nomi e cognomi.       

Il lunedì successivo Federico, al telefono, era più allegro del solito.

– “A parte il servizio sulla banca agrigentina che è andato benissimo, sono felice di venire a Palermo dopodomani. Starò lì un giorno intero. Tu, ovviamente, sarai di corta, no?”.

La corta è il giorno della settimana libero che spetta ai giornalisti che lavorano nelle redazioni.

– “Tranquillo – aveva risposto – mercoledì sarò di corta. Passiamo la giornata insieme. Facciamo una puntata al castello Utveggio e poi stiamo in giro per la città. Pranziamo a Mondello. La sera siamo con Vittorio, che vuole vederti. Forse siamo a cena a casa sua”.

Invece, anche quella volta, l’incontro venne rimandato. Martedì, il giorno prima che arrivasse Federico, la mamma di Ferdinando venne ricoverata a Catania. Cardiopatica da una vita, le sue condizioni si erano improvvisamente aggravate. L’indomani, mercoledì, di primo mattino, Ferdinando doveva recarsi a Catania. Contava di rientrare nel tardo pomeriggio. Aveva avvertito Vittorio. Si sarebbero visti a casa sua a cena. Invece saltò tutto. Sua mamma era grave. Ferdinando rimase a Catania per tre giorni.

La settimana successiva – era martedì – arrivò la buona notizia.

– “Dai piani alti del giornale hanno dato il via libera all’inchiesta sul programma dinamico. Prenderà un’intera pagina. Speriamo bene”.

– “Pensi che possa creare problemi?”.

– “Sono sicuro che creerà problemi”.

– “Il direttore l’ha letta?”.

– “Credo di sì. Anzi, mi auguro proprio di sì”.

Invece il direttore non aveva letto un bel niente. Quello che avvenne il giorno stesso della pubblicazione Ferdinando l’avrebbe ricordato tutta la vita. Il supplemento economico andava in edicola il sabato. Proprio quel giorno Ferdinando era libero. Era andato a Sciacca. Quella mattina non era in casa. Era in barca a pescare. Al ritorno, verso le undici, il suo amico che gestiva la pizzeria lo raggiunse sull’uscio di casa:

– “Ferdinando, il tuo amico napoletano ha telefonato almeno dieci volte. Ha cominciato stamattina alle otto e mezza. E non ha più smesso. Mi ha detto che richiamerà alle undici e mezza. Non ti muovere perché dice che è urgentissimo”.

Ferdinando capì subito che doveva essere scoppiato un casino per il pezzo sul programma dinamico. Ripensò all’articolo. Al fatto che l’aveva riscritto tre o quattro volte. Dopo un tagli e cuci durato due giorni non era cambiato nulla. Era un’inchiesta pesante come un macigno. Era un attacco al partito che governava la Sicilia. Anzi, un siluro andato a segno.

“La verità – pensò tra sé e sé mentre, nervosamente, aspettava la telefonata dell’amico – è che quando una storia è indigesta lo è e basta. Sfumare, in questi casi, non serve a niente. Là ci sono di mezzo decine e decine di miliardi di lire. Un’operazione grossa. E io sono andato a scoprirgli le carte mentre i giochi sono ancora in corso. Ora mi tocca la cazziata di rito. Pazienza”.

Da un certo punto di vista la cosa gli faceva piacere. Anche se era sicuro che l’operazione sarebbe andata in porto lo stesso. I protagonisti dell’affare erano troppo potenti. E spregiudicati. Di mezzo c’erano troppi soldi. Una rigorosa spartizione di denaro tra l’impresa che avrebbe gestito l’operazione e gli esponenti della maggioranza e dell’opposizione. Uno schema che in Sicilia ha sempre funzionato. Una la regola non scritta ma sempre applicata. I soldi sarebbero spariti. Ma almeno avrebbero avuto un po’ di fastidi. Magari qualche magistrato si sarebbe potuto incuriosire. Chissà.

Ma c’era l’altro lato della medaglia: Federico. Che sarebbe stato messo in croce. Anzi, che di certo era già stato crocifisso dal suo direttore.  

Nell’attesa il suo amico titolare della pizzeria gli aveva offerto una tazza di caffè.

– “Ma che è successo? Il tuo amico era nervoso. Ormai parlo con lui da qualche anno, visto che ti telefona sempre da noi. Ma non l’ho mai sentito così. Non mi ha nemmeno salutato. Lui, che di solito è così gentile, che ogni volta si scusa sempre per il disturbo, non mi ha nemmeno calcolato. Per comportarsi così deve essere successo qualcosa di grosso”.

Ferdinando lo ascoltava senza parlare. Fumava una sigaretta dietro l’altra. Avrebbe voluto fare un salto a prendere i giornali. Compreso il giornale di Napoli, che a Sciacca arrivava in tarda mattinata. Invece rimase davanti l’entrata della pizzeria.

Finalmente il telefono squillò.

– “E’ lui”, gli disse il titolare della pizzeria.

– “Che c’è, Federico?”, chiese con aria preoccupata Ferdinando.

– “C’è che qui è scoppiato un casino. Anzi, casino è poco: è scoppiata una bomba. Il direttore mi ha buttato giù dal letto stamattina alle sette e mezza. Era furioso. Mi ha convocato in redazione. Il sabato non sono mai andato in redazione. Oggi, invece, ci sono andato. E’ stata una mattinata d’inferno. Tutti, in questo lavoro, abbiamo preso cazziate. Ma una cazziata così non la dimenticherò più. Era una furia, credimi, una furia”.

– “Ma non era stato lui a dare il placet per la pubblicazione?”.

– “Macché placet e placet! Il direttore non sapeva nulla dell’articolo. Non l’aveva letto. In compenso l’hanno letto alcuni politici che l’hanno svegliato di prima mattina. E lui ha svegliato me. Me ne ha dette di tutti i colori. Sai cosa mi ha detto urlando? Complimenti, mi hai fatto attaccare la sinistra democristiana nel giornale della sinistra democristiana”. 

– “Sai – rispose un po’ divertito Ferdinando – era lo stesso motivo per il quale, secondo Tonino, l’articolo non avrebbe mai dovuto essere pubblicato sul giornale di Napoli…”.

– “Adesso ti metti pure a fare ironia? Forse non riesco a farti capire quanto è incazzato il direttore”.

– “Spero non fino al punto da prendere provvedimenti contro di te”.

– “Questo no, non è tipo da fare queste cose. Però…”.

– “Però?”.

– “Diciamo che quando si è calmato un po’ mi ha chiesto di te. Mi ha detto che sei in gamba. Ma ha aggiunto che questa volta lo hai messo in grande difficoltà. Stamattina, con i politici, ti ha difeso. A spada tratta. Pensa che gli hanno telefonato pure dalla Sicilia. Ti ha difeso anche parlando con politici siciliani che, mi ha detto, erano incazzatissimi. Anzi, furiosi. Ti ha difeso e ha detto che, fuori dal giornale, ti difenderà sempre. E io ci credo. E’ corretto. Ed è un bravissimo giornalista. Ma lo hai messo in seria difficoltà”.

– “E allora?”.

– “E allora mi ha detto di dirti che per un po’ di tempo la tua firma dal supplemento dovrà sparire”.

– “Che significa per un po’ di tempo?”.

“Mi ha detto un mese. O forse due. Via, non te la prendere. Siamo ormai a fine maggio. Ti riposi due mesi e torni a scrivere a settembre. Noi invece ci vediamo tra un mese. O almeno ci spero. Da cinque anni ci sentiamo due o tre volte la settimana. Siamo amici e non ci siamo mai visti. Mi sembra una storia surreale”.

Ad agosto si erano dati appuntamento ancora una volta alle isole. Questa volta non si poteva sbagliare. Ma in quel momento, pur con tutto l’affetto sincero che nutriva per Federico, non erano questi i pensieri che mulinavano nella testa di Ferdinando.

Appena abbassato il ricevitore si era rintanato nella sua casetta di Sciacca. Aveva sbarrato la porta d’ingresso che dava sulla strada. Dopo una doccia si era sdraiato sul letto senza nemmeno asciugarsi. Quel sabato cercava di scrutare nel suo futuro. Nel giornale dove lavorava le cose si stavano mettendo male. E dire che erano stati i primi, a Palermo, a introdurre i computer. Sistema Haifen, così si chiamava. I pezzi si scrivevano al computer, si titolavano, sempre al computer, e si inviavano in tipografia, ancora con il computer. Oggi è una cosa normale, ma allora era una grande novità.

Sembrava incredibile, ma nel giro di una settimana era cambiato tutto. La vita del giornale dove era cresciuto era stata rivoluzionata. Scrivere un pezzo al computer era diverso che buttarlo giù con la macchina da scrivere. In effetti, era più comodo. Se una parola, una frase o un intero periodo non ti piaceva lo potevi cancellare con il cursore.

Sì, lavorare con il computer era più semplice. Se n’era reso conto il secondo giorno di lavoro. Si scriveva e si correggeva il pezzo senza ricorrere al pennarello nero e alla biro. E non c’era più l’esigenza di aggiungere parole o frasi a penna. Non solo. Era più semplice anche fare i titoli, gli occhielli, i sommari e i catenacci.

Ripensava a quando Vittorio gli aveva insegnato a passare i pezzi. Da allora erano già volati via sette, forse otto anni. Da collaboratore era diventato biondino. E poi era stato assunto. Allora pensava che la scrittura di un articolo fosse tutto. Vittorio, invece, gli fece capire che dall’articolo appena uscito dalla macchina da scrivere fino alla lettura dello stesso pezzo sul giornale c’era ancora tutto un mondo da scoprire.

In primo luogo, l’articolo andava letto, eliminando le eventuali imprecisioni e, se il caso lo richiedeva, intervenendo nelle parti che potevano risultare poco chiare. Con le correzioni scritte a mano, possibilmente a stampatello, per evitare liti furibonde con i tipografi. In quegli anni le correzioni si facevano in tipografia. E se la correzione non era ben leggibile i tipografi cominciavano a inveire.

Una volta calcolato, ad occhio, l’ingombro degli articoli che sarebbero andati in una pagina, bisognava disegnare il menabò su un foglio di carta A 3. Il menabò raffigurava quella che sarebbe stata la pagina del giornale. I redattori disegnavano gli spazi per gli articoli, per i titoli, per gli occhielli, per i sommari e, se erano previsti, per i catenacci. Poi, in ragione degli spazi assegnati ad ogni articolo nella pagina, bisognava fare i titoli, gli occhielli, i sommari e, se erano previsti, i catenacci.  

All’inizio, a Ferdinando i titoli sembravano fortezze inespugnabili. Si faceva tutto ad occhio. Tutto era esperienza. Per i titoli i caratteri gettonati erano il Time e l’Extrabold. Per gli occhielli e i sommari il Futura. Per i titoli bisognava calcolare il numero delle battute. Non solo. Se nelle parole scelte per i titoli c’erano troppe “m” e troppe “o” potevano sorgere problemi in tipografia. Perché le “m” e le “o”, in un titolo, occupano più spazio di una “t” e di una “i”. Oggi a giustificare tutto pensa il computer, accorciando e allungando le parole. Allora la responsabilità – tutta la responsabilità – era del redattore che passava le pagine. E in questo Enzo e Vittorio erano bravissimi. Erano loro che, una volta completato il lavoro in redazione, scendevano in tipografia a chiudere le pagine.

Era, quello, il momento decisivo. Se avevano calcolato bene gli spazi, non c’erano problemi. La prima cosa da controllare era il pezzo. Se risultava più corto bisognava “allungare il sugo”, come diceva Vittorio. Cioè la frase o le frasi per completare le righe che mancavano. Vittorio o Enzo dettavano al volo le parole da aggiungere. In genere bastava una frase o, al massimo, due frasi. Un grafico le componeva e si aggiungevano in coda all’articolo fino a occupare lo spazio che era stato riservato al pezzo. Se l’articolo risultava più lungo andava accorciato. A tagliare una parte della colonna pensavano sempre Vittorio o Enzo. Un lavoro che veniva fatto con un temperino. Se il pezzo era stato scritto bene, bastava togliere l’ultima frase o le ultime frasi. Il pezzo era stato scritto bene se le notizie erano sopra, mentre la parte finale erano per lo più menate che, tolte, non cambiavano il senso dell’articolo.

Il discorso si complicava se nella parte finale del pezzo c’erano cose importanti. Cosa, questa, che poteva succedere quando il pezzo era stato scritto da un commentatore. In questo caso bisognava tagliare dalla parte centrale. Certe volte tutto filava liscio. Altre volte la cosa si incasinava. Se, ad esempio, tagliando le otto o dieci righe che bisognava togliere per pareggiare le colonne la frase risultava incomprensibile, c’era poco da fare: bisognava riscriverla sintetizzandola in due o tre righe rendendo il tutto comprensibile. In questo caso bisognava fare comporre la nuova frase dal tipografo e riattaccarla al pezzo fino a chiudere la colonna. Non era proprio una passeggiata, insomma.

Quando, per la prima volta, Ferdinando aveva assistito alla chiusura delle pagine del supplemento economico aveva detto tra sé e sé:

– “Io non riuscirò mai a fare un lavoro del genere. E’ troppo difficile”.

Era rimasto colpito, in particolare, dalla velocità con la quale questo lavoro doveva essere fatto. Le parole o le frasi, quando i pezzi erano corti, andavano aggiunte in pochi secondi. La stessa cosa avveniva quando c’era da tagliare. Un lavoro artigianale. Di precisione. Fatto in tempi frenetici. Sotto gli occhi attenti del Proto – il capo della tipografia – che non ammetteva né errori, né perdite di tempo.

I titoli, i sommari e gli occhielli andavano scritti su fogli di carta A 4. Poi l’articolo, il menabò, i fogli con i titoli, gli occhielli e gli eventuali sommari venivano inviati in tipografia per la composizione. Al giornale, per inviare i pezzi in tipografia, utilizzavano un metodo che Ferdinando definiva ingegnoso.

La tipografia si trovava nel piano interrato del palazzo dove aveva sede il giornale. L’ammezzato, dove si lavorava al supplemento economico, e il primo piano, dove c’era redazione, erano collegati alla tipografia con un sistema di tubi. Il caposervizio doveva prendere il menabò, gli articoli, i titoli, gli occhielli e gli eventuali sommari, arrotolarli, infilarli in un cilindro del diametro di circa cinque-sei centimetri e dalla lunghezza di venticinque centimetri circa che si chiudeva con un coperchio a vite, e lasciarli cadere nel tubo. In tipografia sapevano che da un certo tubo sarebbero arrivati i pezzi già titolati degli spettacoli, da un altro tubo quelli dello sport e via continuando.

Ricordava ancora le risate di Federico la volta in cui Ferdinando gli raccontò i particolari del suo primo pezzo ‘gettato’. Nel suo giornale ‘gettare’ il pezzo significava inviarlo in tipografia utilizzando il sistema dei tubi.

Allora Ferdinando non era ancora un biondino. Ma stava per diventarlo. Così avevano deciso Enzo e Vittorio. Quel pomeriggio il supplemento era in chiusura. Enzo gli aveva commissionato un servizio corposo. Il segno che già si fidavano di lui. Dopo essersi complimentato per l’articolo – ed era già una vittoria, perché raramente Enzo si cimentava con i complimenti – gli disse: 

– “Vieni qui, facciamo il titolo insieme”.

Alla fine il titolo lo fece Enzo. Ferdinando elaborò appena qualche idea per il sommario e per l’occhiello. Poi Enzo gli disse:

– “Dai, gettalo”.

Ferdinando non capiva. Tra le mani teneva il menabò, l’articolo e i fogli dove erano stati scritti a penna il titolo, l’occhiello e il sommario. Vedendo che rimaneva fermo, Enzo tornò a ripetere:

– “Gettalo!”.

Poi ancora una terza volta, gridando:

– “Ti ho detto gettalo, che siamo già in ritardo!”.

Ferdinando ricordava benissimo che, più di una volta, Vittorio e Enzo, dopo aver letto un servizio inviato da qualche collaboratore che non gli andava a genio, si guardavano in faccia perplessi fino a quando uno dei due non faceva volare l’articolo appallottolato nel cestino.

In quel momento, con l’articolo, il titolo, l’occhiello e il sommario tra le mani Ferdinando si chiedeva cosa doveva fare. Non conosceva il sistema dei tubi. Aveva visto qualche volta uno di quei cilindri. Ma non sapeva a cosa servissero. Non aveva mai visto ‘gettare’ un pezzo. Non sapeva che al giornale ‘gettare’ significava inviare il pezzo titolato in tipografia.

Quella volta, rivolgendosi a Enzo, gli disse:

– “Mi hai detto che il pezzo va bene. Abbiamo fatto insieme titolo, occhiello e sommario. E ora mi dici di gettarlo. Non ti capisco”.

– “Ma che hai capito?”, gli aveva risposto Enzo.

Alla scena assisteva pure Vittorio. Che sembrava divertito. Ed era stato proprio Vittorio a dire a Enzo:

– “Me la voglio vedere proprio tutta”.

Poi, vedendo che Ferdinando restava fermo con la tra le mani menabò, pezzo, titoli, occhiello e sommario gridò:

– “Getta ‘sto pezzo. Lo capisci o no che in tipografia lo stanno aspettando”.

A un certo punto Vittorio, sempre più spazientito, vedendo che Ferdinando non si muoveva, emise un urlo tremendo:

– “Gettalo, per Dio!”.

Nel vedere la faccia di Vittorio rossa come un peperone Ferdinando aveva gettato a terra i fogli che aveva tra le mani.

Enzo rideva. Vittorio prima aveva emesso un altro urlo, poi si era messo a ridere pure lui. Quindi si era alzato, aveva raccolto i fogli ad uno ad uno e, preso tra le mani il cilindro, guardando in faccia Ferdinando gli aveva detto:

– “Gettare il pezzo significa infilare i fogli in questo cilindro, chiuderlo e inviare il tutto in tipografia mediante il tubo. Chiaro?”.

Era stata sofferta, ma era stata una spiegazione. Una delle poche spiegazioni in un mondo dove non ti spiegano mai niente. Dove dovevi imparare tutto da te. Dove trovare una persona che ti spiega qualcosa è difficilissimo. Dove se c’era qualcuno che ti spiega qualcosa, ebbene, questo qualcuno ti doveva veramente volere bene.  

Federico, nel sentire raccontare la scena a Ferdinando aveva riso per qualche minuto. Ma l’aveva giustificato.

– “Eri lì da poco. Non potevi conoscere questo metodo di inviare i pezzi passati in tipografia”.

Fine VII puntata/ continua

Foto tratta da footage.framepool.com

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