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A New Directors New Films il meglio della cinematografia

Dal 16 al 27 marzo 2016 nelle sale del MoMa e del Lincoln Center di New York

New Directors New Films
Si apre con Under the Shadow, di Babak Anvari, per chiudersi con Cameraperson, di Kirsten Johnson, New Directors New Films 2016, la rassegna newyorchese che propone il meglio della cinematografia internazionale sia nel cinema di finzione che nel documentario

Da quarantacinque anni alla scoperta di nuovi talenti, registi emergenti e film che raccontino il mondo in tutta la sua varietà di storie, luoghi e punti di vista, la rassegna New Directors New Films propone al pubblico newyorchese quanto di meglio la cinematografia internazionale ha da offrire in termini di ricerca, diversità, originalità, sperimentazione e approfondimento, sia nel cosiddetto cinema di finzione che nel documentario, sebbene entrambi i termini siano ormai desueti in quanto a forme, narrazioni e contaminazioni possibili.

Nell’edizione che si apre il 16 marzo 2016 nelle sale del MoMA e del Lincoln Center, New Directors New Films presenta 27 lungometraggi e 10 cortometraggi: film di apertura è Under the Shadow, di Babak Anvari, un horror politico ambientato a Teheran nel 1988, durante la guerra Iran-Iraq, che riflette sulla condizione della donna nella società musulmana e lo fa magnificamente attraverso il genere. La protagonista infatti è una donna che “ha più di una guerra in atto in casa sua e nella sua testa, e deve salvare sua figlia da pericoli sia fisici che soprannaturali”. Nemmeno a dirlo, il film è prodotto da Netflix. Film di chiusura della rassegna è invece Cameraperson, splendido documentario di Kirsten Johnson, direttrice della fotografia che nella sua lunga carriera ha fotografato e ripreso guerre, conflitti, storie e segreti pubblici e privati, dall’Afghanistan alla Nigeria alla Bosnia a Cuba ai tanti drammi americani, e in Cameraperson decide di mettere insieme i tanti frammenti di storie girati negli anni e mai montati, in un patchwork di racconti e vite, spesso drammatici che sono tanto una riflessione sulla memoria quanto sul ruolo spesso invisibile, ma in verità presentissimo, della cameraperson, appunto, dell’operatore: i suoi stati d’animo e le sue parole “fuori onda” in preparazione e durante le interviste e le riprese, una presenza discreta, ma tangibile a testimoniare l’umanità della documentazione.

In mezzo, tanti film e tante voci che attraverso la commedia, il genere, il dramma, il documentario, raccontano vite e storie, reali e immaginate, fra presente, passato e futuro. Questi sono solo alcuni fra i più interessanti: i conflitti e i turbamenti di un giovane studente della Yeshiva ultraortodosso a Gerusalemme nel bel bianco e nero di Tikkun; un interessante esperimento di introspezione trasformato secondo le regole del thriller dalla mano del video artist Omer Fast che in Remainder gioca su un’estetica improntata alla pulizia e alla purezza creando una Londra futuribile; Donald Cried, un’intelligente commedia sull’amicizia, sulla provincia americana, su un coming of age venuto male, su chi nella società è rimasto indietro, o ai lati, o irrimediabilmente emarginato perché ha un passo tutto suo; l’etnografico Eldorado XXI di Salomé Lamas immerge lo spettatore nelle vedute mozzafiato e nelle condizioni estreme di La Rinconada, avamposto della civiltà sulle Ande peruviane, l’insediamento umano più alto al mondo, tra minatori disperati e fuorilegge; il giapponese Happy Hour, film sperimentale e intenso (della durata di oltre cinque ore) sull’amicizia femminile – le quattro protagoniste hanno condiviso il premio come miglior attrice alla scorsa edizione del Festival di Locarno; Kaili Blues, road movie magico e spirituale nella provincia cinese, viaggio attraverso lo spazio e il tempo, pluripremiato ai festival internazionali; il documentario politico Weiner, bell’esempio di commistione di tecniche documentaristiche e narrazione drammatica basata sulla realtà che rappresenta un po’ il cinéma-vérité dei giorni nostri, raccontando la tentata elezione a sindaco di New York nel 2013 dell’ex membro del Congresso Anthony Weiner. Infine, un Pulcinella male in arnese che se ne va in giro per le maltrattate campagne italiane con un bufalotto campano dotato del dono della parola in Bella e perduta di Pietro Marcello, unico film italiano della rassegna (in coproduzione con la Francia), vagamente pasoliniano, un po’ impacciato, decisamente ostico per quanto a modo suo poetico.

Fa pensare il fatto che spesso il cinema italiano faccia breccia all’estero quando è arcaico (o almeno ne ha il sapore), letterario, folkloristico. Il film di Marcello non è tutto questo perché è un film onesto, ma potrebbe esserlo, almeno allo sguardo un po’ ingenuo del pubblico americano…

New Directors New Films, organizzato dal Lincoln Center in collaborazione con il MoMa, si chiuderà a New York il 27 marzo 2016.

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