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Storie di libri perduti

Jhumpa Lahiri e Tiziana Rinaldi Castro presentano il libro di Giorgio van Straten, direttore dell'Istituto italiano di Cultura

storie di libri perduti
Presentato alla Casa Italiana NYU Storie di libri perduti, di Giorgio van Straten, che racconta di quei libri che non hanno mai visto la luce, nascosti o distrutti prima di arrivare ai lettori. Da Romano Bilenchi a Hemingway fino a Sylvia Plath, cosa spinge un autore a cancellare la propria opera?

Il 22 aprile la Casa Italiana Zerilli Marimò della NYU ha ospitato un vero e proprio salotto letterario: Tiziana Rinaldi Castro, scrittrice italiana che ha fatto di New York la sua casa e Jhumpa Lahiri, scrittrice originariamente di lingua inglese, talmente innamorata della lingua italiana da farla diventare poi, in un secondo momento, la sua lingua letteraria (dopo avere vinto un Pulitzer scrivendo in inglese), si sono ritrovate a parlare di un libro che parla di libri perduti con il suo stesso autore, Giorgio van Straten che è anche il direttore dell’Istituto Italiano di Cultura.

A dare un fortissimo valore metaletterario alla chiacchierata è stato il fatto che non si discutesse di un libro qualsiasi, ma di un libro, Storie di libri perduti, che parla di altri libri, libri che non esistono più. Libri “mitici come le miniere della corsa all’oro: tutti i cercatori sanno che esistono e che saranno proprio loro a trovarli, ma nessuno in realtà ha prove certe e percorsi sicuri”, per usare una metafora dell’autore stesso. Libri che sono esistiti, ma non sono mai arrivati al pubblico. Non si parla di libri dimenticati o fuori pubblicazione e nemmeno di libri immaginati, pronti nelle intenzioni e nella fantasia degli autori. Si parla di veri e propri libri che sono stati scritti e che poi per un motivo o per l’altro sono andati perduti prima di raggiungere i lettori. Le cause possono essere tragiche come la morte dell’autore stesso, un incendio, un furto oppure può essere accaduto per una scelta postuma fatta dai familiari, in particolare dai vedovi.

È proprio a partire da un’esperienza del genere che van Straten si è appassionato all’argomento: nel 2010, a Firenze, ha avuto la fortuna di avere tra le mani un manoscritto del grande scrittore del Novecento Romano Bilenchi, morto nel 1989. La vedova, sapendo dell’affetto e della stima che li aveva legati, aveva deciso di lasciargli leggere questo manoscritto che aveva trovato, per chiedergli consiglio. Che cosa avrebbe dovuto fare? Come avrebbe dovuto comportarsi? Aveva senso pubblicarlo se il marito, finché era vivo, non lo aveva fatto? Il libro che indubbiamente aveva un forte valore letterario, era stato lasciato “chiuso in un cassetto” per tanti anni da Bilenchi, probabilmente anche perché trattava un argomento che poteva essere causa di imbarazzo. Era, infatti, seppure romanzata, la storia d’amore tra lui e sua moglie quando non era ancora sua moglie, ma la sua segretaria e lui era ancora sposato con un’altra. Può darsi che Bilenchi avesse tenuto da parte il romanzo per questo motivo e che avesse intenzione, in un secondo momento, di riprenderlo in mano e pubblicarlo. Si tratta solo di ipotesi, quello che è certo è che non l’aveva buttato e se non lo aveva fatto, quel libro andava protetto.

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Da sinistra Jhumpa Lahiri, Giorgio van Straten e Tiziana Rinaldi Castro

Questo è il pensiero di van Straten, che però per lealtà lesse il manoscritto, restandone profondamente colpito, ma non ne fece fotocopie. Fu, ammette lui, l’unica volta in cui si pentì di essere stato onesto perché dopo diversi anni scoprì che la moglie di Bilenchi aveva distrutto il libro. Questo fu per lui un grave dolore. L’idea di avere perso per sempre un libro così bello e il sentimento struggente di essere stato uno dei pochi testimoni di qualcosa di molto bello e irrecuperabile.

Qualunque sia il motivo per cui un libro è andato perduto, si tratta sempre comunque di una tragedia per i lettori e spesso anche per l’autore che probabilmente aveva intenzione di pubblicarlo. van Straten ripercorre le storie di otto libri perduti. Affronta in questo modo le storie, le trame ricostruite, le testimonianze e le vite degli scrittori. I libri stessi diventano personaggi, le cui storie sono spesso commoventi. van Straten non affronta un percorso cronologico, ma geografico e parte da Firenze per parlare de Il viale di Bilenchi, passa da Londra affrontando le memorie di Lord Byron che pare siano state distrutte dai suoi amici e parenti per un atto estremo di censura dettato dalla vergogna e dalla paura dalle leggi rigidissime in Inghilterra nel 1824.

Si passa poi a una storia che apre uno squarcio di speranza, almeno secondo Tiziana Rinaldi Castro. Si tratta della storia dei primi scritti di Hemingway che sarebbero stati persi dalla sua prima moglie, lasciati su una valigetta mai più ritrovata su un treno, da cui la donna era scesa un attimo per prendere una bottiglia d’acqua, a Parigi. Questo successe quando Hemingway era molto giovane e pare sia stato per lui un forte stimolo a mettersi a scrivere in modo febbrile, quindi secondo Tiziana Rinaldi Castro, tutto sommato, le conseguenze di questa perdita sono state positive.

È ben diverso quando qualcosa del genere succede a qualcuno che è più avanti con l’età o quando succede qualcosa di ancora più tragico come a Bruno Shulz, ucciso in Polonia durante la Seconda Guerra Mondiale, con lui è andato perso anche il suo Il Messia. Si passa poi a parlare di un’opera distrutta dall’eccesso di perfezionismo dell’autore: Gogol infatti diede alle fiamme una buona parte de Le anime morte poco prima di uccidersi, come a volere cancellare ogni traccia di sé. C’è poi la storia di un artista maledetto Malcolm Lowry che ha trascinato nella sua autodistruzione anche le sue opere. Molto diversa è la storia di Waler Benjamin che al contrario, pur avendo deciso di togliersi la vita, aveva a cuore la valigia che conteneva il suo lavoro, solo che il destino crudele non ce l’ha fatta arrivare.

Il libro si chiude con una storia molto nota e ancora misteriosa: quella di Sylvia Plath. Suo marito Ted Huges ha davvero fatto scomparire parte del suo lavoro, dopo il suo suicidio? L’ha fatto per proteggere i loro bambini? C’è ancora una debole possibilità che ancora una parte dell’opera della Plath possa spuntare fuori quando verrà desecretata nel 2021.

Sono tutte storie molte diverse, accomunate dal senso tragico dell’incompiutezza imposta da fattori esterni. Storie che meritano esse stesse di essere raccontate e van Straten lo fa, assumendosi il rischio di un’impossibilità, lo stesso della passione amorosa descritta da Proust nella Recherche.

Questo libro, fa notare Jhumpa Lahiri fa riflettere su due temi speculari: naturalmente quello della perdita, ma anche quello del possesso. Di chi è veramente un libro? Dello scrittore o del lettore? Fino a che punto è dello scrittore e quali sono i diritti e i doveri che ha nei confronti del lettore? Un libro andrebbe protetto sempre, anche dallo stesso scrittore, dice van Straten da avido lettore.

Il pubblico ha partecipato attivamente, una delle domande più interessanti è stata sul genere del libro: è un romanzo o un saggio? A rispondere è stata Tiziana Rinaldi Castro, da lettrice appassionata, prima che da scrittrice. L’autrice, trova che in questo libro ci sia senza dubbio troppa emozione per essere un saggio. C’è una grande passione e ci si commuove a leggerlo, ma soprattutto è scritto con uno stile che congiunge memoria e fantasia che non è lontano da altri romanzi dell’autore come Il mio nome a memoria. Sono storie di libri raccontate con stile ed emozione e sono diventate esse stesse un libro che, per fortuna, non è andato perduto.

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