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Dominio Pubblico: costruire il teatro del futuro

Terza edizione per il progetto giovanile legato alla rassegna romana e coordinato da Tiziano Panici

dominio pubblico teatro
L'idea è di formare spettatori attivi attraverso l’avvicinamento ai mestieri del teatro, gli incontri con gli artisti e l'organizzazione di un festival fatto dai giovani per i giovani. Li abbiamo seguiti per 4 mesi e ora vi raccontiamo la loro avventura nel mondo del teatro

La premessa è che per costruire il futuro occorre offrire alle nuove generazioni nozioni, strumenti e indicazioni su come poterli utilizzare. A loro staranno le scelte, che solo se formati e informati potranno esercitare con consapevolezza. Il contesto teatrale non fa eccezione, anzi, più di altri è un ambito professionale duttile, sfaccettato e con grandi zone d’ombra, nel quale, un po’ per ambizione, un po’ (tanto) per necessità, tutti fanno tutto, o quasi. E dove il fattore essenziale – il pubblico – sembra essere sempre meno partecipe.

Lo sanno bene gli operatori teatrali che si industriano ogni anno a far quadrare i conti con le scarsissime economie di sistema, inventandosi soluzioni sempre più creative per declinare il loro lavoro in tutti gli aspetti indispensabili a dar forma alla scena. Lo sanno bene anche gli ideatori di Dominio Pubblico, la rassegna romana che da qualche anno coinvolge le due realtà teatrali Argot Studio e Teatro dell’Orologio insieme ad alcuni altri spazi della capitale (li abbiamo intervistati su questa testata pochi mesi fa). Proprio per intercettare le giovani generazioni, coinvolgendole a tutto tondo, a latere della rassegna annuale nel 2013 hanno varato un elaborato progetto che sta felicemente portando a termine il terzo anno di vita.

Dominio pubblico teatro

Da sinistra: Tiziano Panici, Fabio Morgan, Francesco Frangipane e Luca Ricci, ideatori organizzatori di Dominio Pubblico

Dominio Pubblico – La città agli under 25 recluta una banda di giovanissimi per avvicinarli al teatro come spettatori attivi e formarli nelle professioni teatrali non artistiche. Scopo ultimo: la produzione reale di un festival che vede in scena esclusivamente artisti under 25. Una settimana di spettacoli che loro stessi sono chiamati a selezionare e organizzare a Roma, ai primi di giugno. Non solo teoria, dunque, ma una percorso completo che li impegna da febbraio a giugno con una riunione settimanale di un paio di ore, più compiti a casa e visione di spettacoli almeno una volta a settimana.

Il progetto va a colmare le lacune di un mondo che vede la formazione degli aspetti artistici, con accademie e scuole teatrali da un lato e scuole di scrittura dall’altro, ma non la specifica costruzione delle altre indispensabili professioni teatrali né dell’altrettanto indispensabile audience, cioè degli ingranaggi senza i quali la macchina teatrale non può funzionare. La città agli under 25 nasce appunto per dar modo a dei giovanissimi incuriositi dal mondo del teatro di esplorarlo dall’interno per qualche mese, conoscendone aspetti molto diversi e vedendone tante e diverse produzioni.

Il fattore umano

Anche quest’anno il gruppo è formato da una trentina di giovani provenienti da tutta Italia, molti dei quali studiano discipline dello spettacolo nelle università romane. Sono guidati da Tiziano Panici (direttore artistico del progetto e del Teatro Argot Studio) e da Erika Morbelli, che dopo l’edizione del primo anno è entrata a far parte dello staff di collaboratori regolari dell’Argot. Giovanissima anche lei, ma con una certa esperienza sul campo e il piglio sufficientemente deciso, tiene le redini del gruppo, tirandole anche bruscamente quando necessario.

“Dalla sua prima edizione il progetto non ha cambiato impostazione, ma quello che si vive è sempre molto diverso perché tutto dipende dal fattore umano” ci racconta. “ “la visione e il carattere dei componenti determinano le dinamiche di gruppo e l’indirizzo del festival; il gruppo è sempre molto eterogeneo, unito dal filo conduttore della comune passione per l’arte”. Al suo terzo anno di grande impegno e dedizione, Erika Morbelli è convinta che le doti più importanti di chi si lancia nel progetto siano “caparbietà, coraggio e passione: tutto è dato dalla voglia di fare”.

La macchina teatrale

Fin dalla prima riunione i giovani sono i veri protagonisti. La prima cosa che viene chiesta loro è la motivazione che li ha portati a partecipare: frequentare il teatro, osservarlo da punti di vista diversi, esplorarne le dinamiche organizzative e relazionali sono le più ricorrenti. Il loro primo impegno è da spettatori: nel corso dei quattro mesi di lavoro avranno l’opportunità di accedere ad un abbonamento low cost (50 euro per 12 spettacoli di Dominio Pubblico e 3 selezionati nella programmazione del Teatro India), incontreranno gli artisti e i diversi professionisti che li indirizzeranno nei vari mestieri del teatro. Fin dalle prime riunioni, regolarmente documentate da report, vengono suddivisi i compiti: organizzazione, ufficio stampa, comunicazione, amministrazione…. Contemporaneamente inizia la selezione delle opere di artisti under 25 arrivate in risposta al bando, secondo i diversi settori del festival: arti visive, audiovisivi, teatro e danza, musica. Una novantina le proposte, dalla cui cernita prenderà vita la programmazione di sei giorni, dal 31 maggio al 5 giugno: 3 eventi a data negli altrettanti spazi del teatro Argot Studio, Orologio e Valle (foyer), con apertura e chiusura all’India.

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Il lavoro procede a buon ritmo nel corso degli appuntamenti settimanali e con il lavoro da casa, grazie all’uso disinvolto di tutte le tecnologie: gruppi WhatsApp e Facebook, Dropbox per la condivisione di documenti, email e un blog alimentato collettivamente e coordinato da Elisa Gobbi Frattini. Lei nell’esperienza ha trovato “molta innovazione, voglia di mettersi in gioco e tanta, tanta umanità”.

“Nella sua finzione – racconta Elisa Gobbi – il teatro riesce a rappresentare ed esprimere la vera umanità delle emozioni in una maniera talmente semplice che è quasi addirittura spiazzante, e che oramai nella società di oggi tendiamo tutti a soffocare”. Fra le varie opportunità che il progetto le ha offerto è stata “indispensabile la possibilità di assistere ai 12 spettacoli del programma Dominio Pubblico, perché lì in mezzo ci ho trovato tanti di quegli stimoli ed input, sia a livello professionale (sono fotografa) che  a livello di riflessioni, cambi di prospettiva e ragionamenti che ho fatto poi dopo. Dal punto di vista progettuale, trovarsi nel work in progress di un festival ti fa capire in concreto quanto l’organizzazione, la curiosità, la voglia di buttarsi e il lavoro di gruppo siano indispensabili e ogni giorno impari qualcosa di nuovo. Nella selezione degli artisti fortunatamente ci siamo trovati quasi sempre tutti d’accordo sulle scelte. A livello di coordinamento del lavoro è stato bello vedere come le varie personalità si siano approcciate agli impegni. Nel gruppo ci sono ragazzi dai 17 ai 25 anni, con caratteri ed esperienze differenti, quindi c’è chi si è arreso al secondo appuntamento, chi titubante ha tirato avanti, chi è partito insicuro ma poi ha preso coraggio e chi invece è partito in settima e sta ancora correndo per arrivare deciso alla fine. Sul blog eravamo in cinque a scrivere e recensire ed è stato molto stimolante vedere come ognuno abbia colto sfumature da punti di vista differenti il lavoro e gli spettacoli visti”.

Con il sostengo del pubblico

Il progetto, che come sempre in Italia può contare su risorse economiche esigue, vive grazie alle partnership, prima di tutto con gli spazi: teatri Argot Studio, Orologio e India (Teatro di Roma), il foyer del Valle (Comune di Roma) e il Monk, locale underground legato soprattutto alla musica. E poi Margine Operativo (festival multidisciplinare) e RGB, che fornisce luci e attrezzature tecniche.

Il budget di cui i ragazzi possono disporre per coprire le spese vive è di soli 5.000 euro, un momento fondamentale dell’organizzazione diventa quindi l’autofinanziamento: una campagna di raccolta fondi sulla piattaforma dedicata alle arti, Crowdarts, attiva fino al 5 giugno, e una serata di raccolta fondi tenutasi l’8 maggio.

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A coordinare questi due momenti Caterina Occulto, convinta che “il teatro e l’arte debbano puntare ad essere sostenuti sopratutto dal pubblico, ogni forma d’arte necessita di un pubblico e quindi di un pubblico che abbia a cuore il suo sviluppo e sostenimento”.

A Caterina Occulto l’esperienza di Dominio Pubblico ha insegnato tanto, anche che l’ottimismo a volte deve scontrarsi con la realtà: “Dovrebbe esserci una maggiore sensibilità da parte del fruitore e quindi una maggiore partecipazione. La festa di autofinanziamento, che abbiamo organizzato con i ragazzi per sostenere il festival, non è andata male, ma forse il risultato non è stato di uguale proporzione rispetto a tutta l’energia impiegata dal gruppo, forse ci aspettavamo una maggiore reattività da chiunque fosse venuto a conoscenza del progetto. Come si possono ignorare dei giovani che lavorano sodo in nome dell’arte?”. Il ruolo di fundraiser è oggi sempre più importante, soprattutto nel teatro, ma per lei al centro del progetto resta l’arte: “Non penso sia più importante di altri ruoli, penso che, visto il contesto in cui ci troviamo, si sia di fatto inserito tra i ruoli fondamentali. Per l’ottima riuscita di un progetto ogni componente gioca un ruolo fondamentale e per questo deve essere curata con passione e dedizione. Non ho mai pensato a me come fundraiser, anche se, come gli altri, mi sono ritrovata a vestirne la parte: è sempre giusto mettersi in gioco. La selezione degli artisti è la fase che preferisco, quest’anno abbiamo avuto un’ottima partecipazione in ogni categoria proposta dal bando. Ne abbiamo discusso molto e ognuno ha espresso le preferenze spiegandone le motivazioni. Le nostre scelte sono state guidate dal contesto in cui il festival si vuole inserire, ovvero quello del contemporaneo. Le opere più innovative e sperimentali hanno avuto la meglio su quelle più classiche e statiche, spesso mettendo da parte il gusto personale. Ci sono stati confronti e disaccordi, ma non eccessivi. Siamo riusciti a raccogliere ottimo materiale per la programmazione e a collocarlo negli spazi a nostra disposizione rispettando le esigenze di ogni prodotto artistico. L’obiettivo principale è sempre quello di valorizzare al meglio l’opera e con essa il luogo in cui viene collocata”.

Intelligenza collettiva

La più giovane componente del gruppo, la diciassettenne Claudia Faraone, invece, ha scoperto soprattutto “la fatica di creare qualcosa a cui si tiene e quanto sia difficile e complicato creare un festival”. Perché se è vero che il teatro è arte e creatività, della macchina organizzativa fanno parte anche aspetti meno creativi: “Mi hanno stupito veramente le questioni burocratiche come l’agibilità”, racconto. Ma dell’esperienza porterà molto altro con sé: “Senz’altro le amicizie che si stanno creando, tutte le informazioni nuove che sto captando in questi mesi e che mi stanno portando nel bene e nel male a una forte crescita personale. Consiglieri ai miei coetanei di partecipare perché è un progetto che dà la possibilità di farsi conoscere e si imparano tante cose che magari possono tornare utili”.

A mettere in moto questa macchina due anni fa sono stati Tiziano Panici, Fabio Morgan (Direttore artistico del Teatro Orologio) e Luca Ricci (direttore artistico di Dominio Pubblico, oltre che dello storico Kilowatt Festival toscano). L’idea che anima il progetto è che il teatro è specchio del presente e trova senso nel lavorare sul contemporaneo, a partire dalle nuove generazioni, investendole di responsabilità. “Fidatevi del vostro istinto di spettatori” è il primo consiglio che gli organizzatori danno ai ragazzi che partecipano al progetto per la selezione degli spettacoli, seguito da più pragmatiche indicazioni sulla valutazione degli aspetti tecnici e sulla sostenibilità di ciascun evento.

Chi osserva la macchina in movimento dall’esterno, come la sottoscritta, potrà vedere anche molto altro. Questo progetto è la prova del fatto che gli strumenti veramente efficaci ed indispensabili, prima ancora che quelli economici, sono la volontà di fare e l’intelligenza di costruire collettivamente, unendo energie e capacità complementari. Dominio Pubblico mostra poi l’evidente superiorità, in termini di efficacia, di un approccio trasversale, aperto ed entusiasta. Ed è interessante osservare la visione chiara, consapevole e spesso sottovalutata, che i giovanissimi hanno rispetto al mondo e alle sue espressioni. Last but not least, Dominio Pubblico offre una risposta concreta alla tanto dibattuta questione del teatro moribondo (anche) per assenza di pubblico. Banalmente, coltivare il pubblico sembra essere una buona idea.

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