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Don Lorenzo Milani, uomo del futuro

Candidato al Premio Strega, l'ultimo libro di Eraldo Affinati racconta l'esperienza del prete-pedagogo di Barbiana

don lorenzo milani barbiana
Dalla sua scuola alle pendici del Mugello, don Lorenzo Milani rivoluzionò l’idea di insegnamento. Affinati ha scritto un libro meno radicale del personaggio che racconta, e tuttavia non superfluo. Milani guardava avanti e vedeva avvicinarsi il bisogno di una scuola più democratica e più inclusiva

Nella cinquina dei finalisti del Premio Strega c’è anche L’uomo del futuro, di Eraldo Affinati. Il libro è dedicato a don Lorenzo Milani, il prete/pedagogo che dalla sua scuola di Barbiana, alle pendici del Mugello, per certi versi rivoluzionò l’idea di insegnamento. Barbiana era una scuola secondaria rivolta ai figli dei contadini della zona, in genere mezzadri, che terminavano presto gli studi perché poi dovevano andare nei campi. Era ospitata nella canonica di una piccola parrocchiale isolata, sorta in una radura del bosco, e la si raggiungeva per una carrareccia. All’inizio vi studiavano 6 alunni, 365 giorni all’anno, dal mattino alla sera. Vi si insegnava di tutto, quello di Milani era un insegnamento a 360 gradi. “La mia è una parrocchia di montagna – si  legge nella sua Lettera ai Giudici – Quando ci arrivai c’era solo una scuola elementare. Cinque classi in un’aula sola. I ragazzi uscivano dalla quinta semianalfabeti e andavano a lavorare. Timidi e disprezzati. Decisi allora che avrei speso la mia vita di parroco per la loro elevazione civile e non solo religiosa”. Eccolo qui, il senso di una missione.

Barbiana – dove Milani era stato spedito per punizione dalla curia di Firenze, per il suo comportamento anticonformista – tenne a battesimo idee considerate all’epoca eretiche, come l’obiezione di coscienza alla leva militare (per questo il sacerdote venne anche processato, ma morì prima della sentenza). Il suo messaggio viene spesso frainteso, confuso con il vento libertario che sarebbe spirato di lì a poco: Milani in verità credeva in  una scuola rigida in quanto a disciplina, una “monarchia”, anche se in grado di emancipare. Al tempo stesso era un ribelle. Un uomo capace di scandalizzarsi per le ingiustizie. Forse il membro di un’aristocrazia intellettuale – il padre un chimico, un amante delle arti e un possidente assai ricco; la madre, di origini ebraiche, aveva studiato inglese con Joyce a Trieste – che scelse “l’aristocrazia morale”, come suggerì un po’ perfidamente  Giacomo Devoto, uno dei due autori del più celebre dizionario della lingua italiana, il Devoto-Oli, in un articolo scritto dopo la sua morte. Certamente non era una chioccia: i suoi studenti, che pure amava, dopo averli preparati li mandava fuori di lì, nelle grandi città operaie, come Milano, e all’estero, soprattutto in quella Germania che negli anni ‘60 richiamava tanti lavoratori italiani. Ma pretendeva che scrivessero. Non recideva il cordone ombelicale.

don lorenzo milani

Eraldo Affinati

Affinati parte dai luoghi di don Lorenzo, la casa natale di Firenze, in un quartiere elegante, ma a due passi dalle strade puzzolenti raccontate da Vasco Pratolini, la tenuta di campagna a Montespertoli, oggi un agriturismo, ma poi va anche in giro per il mondo,  a vedere cosa è rimasto del messaggio di Barbiana. Il gioco dei rimandi è un po’ facile: Barbiana certo ha messo al centro della missione dell’educatore i poveri, gli esclusi, ma quale sia la parentela fra un povero dell’Appennino di allora e un povero di un villaggio rurale del Gambia oggi andrebbe meglio spiegato.

Il libro non è un vero romanzo, appartiene a quella categoria di testi un po’ problematici che spesso finiscono negli scaffali (e nei concorsi) assieme alla narrativa pur non essendo fiction. In questo caso, però, il lettore, se già conosce Affinati, sa cosa lo aspetta. Anche il libro che ha rivelato l’autore all’Italia, Campo di sangue (1997) non era un romanzo, ma il resoconto di un cammino (vero, fisico) verso il campo di sangue per eccellenza, Auschwitz, compiuto inseguendo il filo di un ricordo familiare. Qui ritorna l’idea di una scrittura impastata di vissuto. Affinati, romano, classe 1956, è a sua volta un insegnante. Scrive non di Milani ma di sé sulle tracce di Milani, alternando la prima persona e la seconda, il “tu”. È però abbastanza umile da non dialogare apertamente con il suo modello, con quel sacerdote scomodo che peraltro l’Italia non ha mai dimenticato, continuando a rileggere il celebre Lettera a una professoressa, che già la generazione del ’68 e post-68 aveva lungamente meditato.

don lorenzo milani Affinati ha scritto un libro meno radicale, meno battagliero del personaggio che racconta, e tuttavia non superfluo. Gli insegnamenti del priore di Barbiana, come quelli di un’altra personalità illustre del mondo della scuola italiana, Maria Montessori, dopotutto sono oggi forse più noti “per sentito dire” che per una conoscenza reale dei loro contenuti, e soprattutto delle loro implicazioni nel mondo globalizzato. Affinati opta per un Milani “uomo del futuro” e in definitiva ha ragione.  Ho visitato due volte la scuola di Barbiana, e ho conosciuto alcuni degli ex-alunni. Ciò che mi è rimasto più impresso sono alcuni cartelloni appesi alle pareti di quella piccola aula: raccontano la geografia, l’Africa, raccontano il Parlamento, e lo fanno in maniera intelligente. Che in quegli anni, dal 1956 al 1967, in una piccola scuola nel cuore dell’Appennino, un maestro pensasse che ai suoi alunni, provenienti dalle più umili famiglie del circondario, potesse servire anche la conoscenza (una conoscenza critica) del mondo – o per altri versi di materie “astruse” come l’astronomia –  è davvero un indizio di notevole profondità e preveggenza.

Milani guardava avanti, vedeva avvicinarsi la contestazione, il bisogno, divenuto insopprimibile in Italia, di una scuola più democratica e più inclusiva. Non solo. Don Lorenzo Milani voleva una cultura nuova, “alternativa”, come ricorda un suo discepolo, Michele Gesualdi. Le riforme che sono venute non lo avrebbero soddisfatto, e non lo si dice qui per demonizzare la scuola-lavoro, cioè l’attuale frontiera della Buona scuola renziana. Ma per tenere sempre a mente che la scuola è un diritto e deve insegnare prima ad essere cittadini consapevoli, poi lavoratori; e che la formazione professionale e gli stages non è detto aiutino davvero a trovare un lavoro, mentre imparare a ragionare, imparare a farsi delle domande, imparare persino a costruire, assieme ai propri compagni, una piscinetta nella dura terra della montagna, dove far pratica col nuoto (come fece il maestro di Barbiana con i suoi primi studenti), rappresentano tesori che una volta ricevuti serviranno per tutta la vita.

Eraldo Affinati, L’uomo del futuro, Mondadori, 2016.

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