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I gospel queer di serpentwithfeet

Uscito a inizio settembre per Tri Angle, l’EP di debutto "blisters" ha il fascino del blues d’annata

serpentwithfeet
Una lunga militanza da musicista e attivista dell’East Coast fino al primo album ufficiale realizzato in collaborazione con il producer di culto Bobby Krlic aka The Haxan Cloak: cinque tracce, venti minuti molto sofferti e intensi, fanno di serpentwithfeet il fenomeno del momento

Il suo album d’esordio, l’EP blisters, è uscito il 2 settembre per la prestigiosa label anglo-newyorchese Tri Angle. Abbiamo già incontrato su queste pagine l’’etichetta fondata nel 2010 da Robin Carolan, diventata in pochi anni una delle label elettroniche di culto, in grado di creare una cifra stilistica e un’estetica inconfondibile, tra una vocazione dark sperimentale e riemersioni nel mondo pop/R&B più efebico.

Si pensi a How To Dress Well, Fatima Al Qadiri o allo stesso Clams Casino che vi abbiamo presentato la scorsa settimana. E ancora, tra i tanti nomi britannici e nordamericani intercettati dalla longa manu di Tri Angle, si potrebbero citare Aluna George, Balam Acab, Evian Chris, Wife, Holy Other e The Haxan Cloak, che collabora da producer proprio a questo blisters: cinque tracce, venti minuti molto sofferti e intensi che hanno reso serpentwithfeet uno dei nomi più chiacchierati del momento. Josiah Wise, titolare del progetto, è un personaggio a tutti gli effetti molto Tri Angle.

Nato a Baltimora nel 1988, ama travestirsi, non disdegna mai abiti sgargianti come i colori della sua barba e ha due parole tatuate ben impresse sulla sua testa, Heaven e Suicide, accompagnate da un pentacolo, la stella a cinque punte che evoca suggestioni occulte e sataniste. Nonostante il look, Josiah non ha mai nascosto un’anima spirituale piuttosto introversa e difficile da decifrare.

Il suo primo contatto con il mondo della musica non ha nulla a che vedere con la black music o con l’hip hop come molti suoi coetanei della sua generazione. Josiah ama Schubert, Wagner, Puccini e si avvicina giovanissimo al mondo dell’opera. Ovviamente c’è anche la chiesa e il coro, ma già da adolescente vive con insofferenza la sua identità, in un rapporto molto particolare con la sua sessualità. Si avvicina al femminismo nero, va a vivere a Philadephia, in un continuo contrasto con la gente che lo circonda e con i suoi amici. Detesta il mito della virilità black, detesta essere un uomo, ma solo una volta trasferitosi a New York sembra trovare tregua, aderendo a diversi progetti delle comunità queer e LBGT di Brooklyn.

Scrive testi, è attratto dal mondo della danza e del movimento dei corpi. Song of Solomon, classico di Toni Morrison, diventa la sua guida spirituale, in un’ossessione per lo studio del corpo e del suo potere.

Personalità a tratti indecifrabile, a Philadelphia e poi a New York entra in contatto con produttori e musicisti che intravedono nel suo timbro vocale androgino e ammaliante delle grandi potenzialità. Uno di questi è il suo compagno di scuola Sean Paulsen, producer, compositore, polistrumentista diventato uno dei personaggi di spicco della scena sperimentale di New York. Un altro è Steven Jess Borth II, ai più noto com CHLLNGR, producer di Copenhagen, molto affine alle sonorità notturne tipicamente Tri Angle, con un tocco esotico dato da vibrazioni molto dub. Con lui si trova a registrare un LP uscito per Red Bull Music che contribuisce a far girare il nome di Josiah nei circuiti elettronici che contano.

La sua idea iniziale sarebbe quella di formare un ensemble orchestrale contemporaneo dal nome Johnston Michaels & The Peppermint Orchestra, finisce a registrare alcune tracce electro-pop autoprodotte a nome JosiahWise/Godbodi, pubblica l’EP paraboLA prima di cercare ancora una volta una nuova dimensione musicale e umana. Esce con altri moniker sul web, come Father Mercury Raphael, sempre con questo retrogusto biblico e spirituale reinterpretato in chiave queer e femminista. Il suo ultimo approdo è questo progetto serpentwithfeet, una raccolta di sole cinque tracce dove mette però bene in lustro il suo talento di compositore, oltre che di vocalist. L’approccio classico reso ultra-moderno dagli arrangiamenti di The Haxan Cloak lo avvicina al recente progetto di un altra icona musicale queer come Antony, oggi Anohni.

Testi profondi, chorus vibranti, basi elettroniche presenti, ma a tratti nascoste e impercettibili, improvvise incursioni orchestrali. blisters ha il fascino black di un songwriter blues d’annata, l’attenzione al contemporaneo di Frank Ocean e momenti davvero emozionanti, a partire dal primo estratto flickering.
Difficile capire quanto durerà questa tappa del tormentato percorso artistico di Josiah, ma se continuasse su questa strada, saremmo davanti a uno dei talenti più promettenti dell’East Coast. E oltre.

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