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RezzaMastrella e l’urgenza di Pitecus

A La MaMa di New York i due artisti italiani hanno portato una piece prêt-à-porter del '95

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Pitecus è una performance italianissima e figurativa che, spiega il duo RezzaMastrella, “affronta la massa con una forma di comunicazione di massa, attraverso l’ispirazione di un’estetica di massa che è una comunicazione particolare”. L’espressione sul palco diventa un modo di stare al mondo

Antonio Rezza e Flavia Mastrella sono stati ospiti del teatro La MaMa di New York, dal 13 al 16 ottobre, con il loro Pitecus. Un lavoro prêt-à-porter, a quanto pare, che si è infilato in valigia per farsi acclamare oltreoceano. Una pièce datata 1995, italianissima, “la più figurativa” di tutte, dove “si affronta la massa con una forma di comunicazione di massa, attraverso l’ispirazione di un’estetica di massa che è una comunicazione particolare”, dicono gli autori.

A pensarci bene c’è qualcosa di involontariamente simbolico nella “non scelta” di iniziare un nuovo dialogo riprendendo proprio l’inizio di un così importante percorso artistico. C’è del fascino nel far incontrare due luoghi geograficamente lontani grazie ad un palcoscenico e al coraggio di un artista che non si risparmia.

L’espressione sul palco diventa una questione di vita, un’urgenza, un modo di stare al mondo. E anche qui, a New York, il corpo di Rezza acquista una gran forza espressiva. Pare quasi che riesca a costruire storie solo pensandole.

Quando non capite finisce… prendetelo come metodo” suggerisce Antonio al pubblico con il quale si diverte ad interagire, sempre provocandolo. Lo spettatore però non subisce, piuttosto diventa necessario, in quanto protagonista assoluto di temi sociali importanti, anche se prettamente nazionali. Eppure assistiamo, comunque, ad un lucido, mai ipocrita, lavoro di tessitura della realtà, la quale, appunto, non viene solo rappresentata, ma costruita anche attraverso il suo capovolgimento.

Luoghi comuni che diventano globali. Buoni propositi, antiche credenze, modi di pensare preconfezionati: tutto diventa materiale di ricerca. Il teatro si fa laboratorio. E non c’è risentimento nel cambiare ogni volta scena, personaggi, habitat, sguardi. Nel mondo che Rezza crea non c’è tempo per affezionarsi a niente e a nessuno, si rischierebbe di perdere quello che verrà o che può ritornare. Bisogna disporsi al “ragionamento in tempo reale” o – meglio ancora – a quello “retroattivo”.

L’artista lavora la parola come se dovesse realizzare un vaso d’argilla: non sai mai che forma prenderà. Ci vuole attenzione, pazienza e ritmo. Intelligenza, ma soprattutto coraggio. Anche di non sapere. Di fare un salto nel vuoto… perché spesso è così inutile pretendere di capire. “La gente pensa a fondo perduto” dice Rezza.

“I feel so lonely” confessa l’artista. “Sembro uno spagnolo in mezzo agli indigeni”… ma “la solitudine non è una disgrazia”, e lui lo sa bene.

Gli sketch sono prevalentemente in versione italiana con sottotitoli in inglese. L’umorismo è raffinato. Muove, inverte, e inventa i fattori per far divertire in un modo tutto particolare. Tanti linguaggi dentro un unico contenitore dai contorni sfumati, pensati da una visionaria Flavia Mastrella. Un format spendibile anche qui, se si pensa anche ad altri lavori del performer.

Nel frattempo però, si ha come l’impressione di essere trasportati in uno di quei vecchi cortili italiani di cui racconta Rezza, di guardare il vicino di casa dalla finestra, chiamarlo per giocare insieme, senza la necessità di fare altro, senza la paura della noia, tanto cara alla creatività. In fondo è quando non si ha niente con cui intrattenersi che vien voglia di inventare qualcosa di nuovo.

Il suo teatro diventa così (a prescindere da dove viene portato) un mezzo per rappresentare la vita e i suoi personaggi, senza sacrificare nessuno. Neppure quelli apparentemente meno interessanti. Soprattutto quelli direi. Tutti hanno una voce. Almeno sul palco di Antonio Rezza e Flavia Mastrella.

“Quando stai per conto tuo è sempre positivo, commenta ad alta voce Antonio Rezza che anche con il pubblico newyorchese pare voglia avere un rapporto di amore non previsto.

Ed è proprio questa non intenzione, non esigenza, non bisogno, non volontà, che forse dona alla sua opera qualcosa di unico. Irripetibile. Qualcosa che potrebbe volare ovunque, poiché non cerca di piacere a nessuno. Magari poi questa faccenda è sopravvalutata, ma non credo. Almeno oggi che si investe tutto (e spesso solo) nell’intenzione di stupire, perdendosi quindi la possibilità di farlo per davvero. Allora meglio combattere come fanno Antonio e Flavia: “affinché sia vivo lo spirito critico e la fantasia”.  Speriamo di rivederli presto da questo lato dell’oceano.

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