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Stefano Massini: il teatro, un rito senza religione

A New York il drammaturgo italiano ha parlato del suo lavoro sulla famiglia Lehman

stefano Massini
Stefano Massini ha incontrato il pubblico al Graduate Center dove ha parlato del suo lavoro di ricerca per scrivere il testo teatrale della "Lehman Trilogy" e il libro "Qualcosa sui Lehman". L'autore ha raccontato anche del suo rapporto artistico con Luca Ronconi e della sua idea di teatro

Lunedì 5 dicembre il Martin E. Segal Theatre Center ha ospitato Stefano Massini, autore di The Lehman Trilogy, prodotto per la prima volta in Italia dal Teatro Piccolo di Milano, come ultima regia del maestro italiano Luca Ronconi e tradotto in 14 lingue. Un’interessante conversazione, moderata dal Frank Hentschker, sull’opera del premiato drammaturgo Massini, sul ruolo del Piccolo Teatro di Milano, e una generale riflessione sul teatro contemporaneo in Europa.

L’incontro si inserisce all’interno dell’Italian Playwrights Project, creato da Valeria Orani, fondatrice di Umanism NY, e Frank Hentschker, direttore del Martin Segal Theatre Center, in collaborazione con l’Istituto Italiano di Cultura e il supporto di The Segal Company. Il progetto che nasce per condividere con il pubblico americano il lavoro di alcuni dei migliori artisti contemporanei italiani.

Stefano MassiniDurante l’incontro, al quale sono intervenuti anche Valeria Orani, l’attore e drammaturgo Marco Calvani e il direttore dell’Istituto Italiano di Cultura, Giorgio Van Straten, è stato letto un breve estratto del libro Qualcosa sui Lehman, tradotto in Inglese da Allison Eikerenkoetter, interpretato dall’attore Robert Funaro, con la direzione artistica di Marco Calvani.

Non solo una storia americana, quella dei fratelli Lehman, ma un racconto che contiene qualcosa di più grande. “Questa storia non parla solo di banche e di una famiglia, ma del nostro secolo”, ha spiegato l’autore Stefano Massini che attraverso il suo linguaggio pulito, letterario e visionario, è riuscito a parlare di economia a teatro, trasformando una materia astratta come la finanza in immagini chiare e potenti.

“Luca Ronconi diceva che il teatro non dovrebbe parlare solo d’amore e di argomenti a cui la gente tiene, dovrebbe fare esattamente il contrario: parlare di quello di cui la gente non si cura. Il teatro è come una medicina – ha raccontato Stefano Massini – C’è stato un momento in cui l’economia ha iniziato ad andare male. In Italia le persone cominciavano ad odiarla l’economia, così ho pensato di raccontare la storia di un impero bancario da un punto di vista umano”.

L’opera racconta l’ascesa e la caduta della celebre famiglia Lehman, partendo dall’arrivo dei tre fratelli in America nell’Ottocento. Secondo Massini, la saga di una delle famiglie più potenti della finanza americana, illustra un “cambiamento di religione”: il capitalismo diventa la nuova religione di questa famiglia e di un’intera società. “Ricordo una parte drammatica della storia dove ad un certo punto la famiglia, tedesca ed ebrea, si domanda se avrebbe potuto finanziare la guerra contro la Germania…”.

Un’impresa grande, una storia “epica”, per usare le parole di Massini, che per essere portata al grande pubblico ha richiesto una lunga ricerca e documentazione fatta soprattutto di libri e vecchie foto che rispetto ai film forzano meno l’immaginazione, ha spiegato l’autore.

Il testo di Stefano Massini è un monologo senza indicazioni che permette di essere rappresentato con grande apertura. E se Ronconi lo ha messo in scena con 12 attori, altri hanno scelto di mantenere la struttura del monologo, con un unico attore. Un’opera che diventa di cultura globale, ampiamente diffusa in Europa, e presto prodotta, in una versione teatrale inglese, dal regista, vincitore del Premio Oscar, Sam Mendes.

Ciò che più ha sorpreso chi l’ha scritta sono le grandi idee che senza i finanziamenti di questa facoltosa famiglia non sarebbero state realizzate. Film straordinari, nuove tecnologie, il Metropolitan Museum, esistono grazie ai Lehman. Ma queste sono riflessioni che arrivano solo dopo, confessa Massini: Cerco sempre di non avere punti di vista quando scrivo, perché credo che alla gente non interessi ciò che penso io. Cerco di non vivere nelle mie parole ma di scriverle”.

Il teatro di Massini non parla tra sé e sé, non è autoreferenziale: le persone possono trovarci qualcosa che gli appartiene profondamente. Non sono quindi i sentimenti, uguali per tutti, a rendere il teatro un luogo internazionale? Un’arte sacra che deve sopravvivere in quanto necessaria a tutti. “Un posto dove le persone possono ancora godere di movimenti del corpo veri. Il teatro è rimasto l’unico rito senza religione”, dice Massini.

Il tentativo è quello di uscire da argomenti prevedibili, raccontando storie che arrivano da lontano: “Se avessi scritto del Monte dei paschi di Siena non sarebbe interessato a nessuno”.

Come può il teatro aiutare chi lo guarda? E cosa vede chi fa teatro? A proposito di questo, Stefano Massini ricorda ancora le parole di Luca Ronconi: “Il teatro può fare tutto”. “È stato Luca Ronconi ad intuire che la mia storia poteva essere rappresentata a teatro, io non ho forzato il mio testo per farlo diventare reale… non lo so cosa ho scritto, so solo che l’ho fatto. È stato un viaggio incredibile, religioso… ad un certo punto ho realizzato che era finito”.

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