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Aronadio: “In Orecchie, l’iperrealismo della quotidianità”

Alessandro Aronadio parla del suo ultimo film "Orecchie", intervistato dalla Voce di New York

Alessandro Aronadio, nato a Roma nel 1975, è il regista del film Orecchie

Regista-sceneggiatore siciliano classe 1975, è stato uno dei protagonisti del festival cinematografico "Open Roads: New Italian Cinema", in scena a New York. Abbiamo parlato con lui del suo ultimo film "Orecchie", un divertente viaggio in bianco e nero in una giornata di un supplente

In bianco e nero, seguendo le vicissitudini di un supplente di liceo alle prese di una giornata di ordinaria stramberia: il film “Orecchie (Ears), una delle 12 pellicole protagoniste della rassegna cinematografica Open Roads: New Italian Cinema, parla di questo. Ed è frutto del sudore e dell’estro di Alessandro Aronadio, regista-sceneggiatore cresciuto a Palermo che vive da tempo a Roma, dove si fece già conoscere nel 2010 con “Due vite per caso”. Allora, si divertì a costruire gli universi paralleli di due persone diverse, per esplorare l’infinita potenza del caso nella vita. Oggi invece, con “Orecchie”, segue una giornata apparentemente ordinaria che finisce per diventare straordinaria. Una di quelle giornate in cui le certezze della quotidianità cambiano per sempre, per non tornare più come prima.

Alessandro, gli spunti di riflessione regalati dal film sono numerosi: perché hai scelto il genere della commedia?

“Da molti è stato definito un film grottesco. Io invece credo che sia una fotografia di ciò che abbiamo. Un film iperrealistico, che vede come protagonista un personaggio totalmente inadatto a gestire situazioni paradossali, straordinarie, diverse”.

La tua è l’unica pellicola della rassegna Open Roads non a colori. Una scelta particolare: come mai il bianco e nero?

“Credo che un film in bianco e nero rappresenti al meglio l’iperrealismo che questa commedia si era posta di trasmettere. Fin dal primo momento in cui ho iniziato a scriverlo, mi si è presentato ai miei occhi in bianco e nero: togliendo i colori si superano tutti i filtri e il messaggio riesce ad arrivare, a mio parere, nel modo più diretto possibile”.

 

Daniele Parisi e Massimo Wertmüller in una scena del film

Il film si presenta come una sorta di “on the road”, ma girato in una sola città: Roma. Perché proprio Roma e perché la scelta di far passeggiare il protagonista (il pluripremiato ed esordiente Daniele Parisi, ndr) senza una macchina?

“Si tratta, di fatto, del viaggio interiore di questo personaggio, durante una strana quotidianità per lui difficile da spiegare. Per questo, combinare il fattore della passeggiata con quello della riflessione interiore è stata la base da cui partire. Roma, in tal senso, mi sembrava una città adatta a questo”.

Ma perché proprio un supplente di filosofia del liceo, come protagonista?

“In quanto supplente, si tratta di un professore che si trova nel mezzo di un percorso professionale non ancora compiuto e ben definito. In quanto ‘esperto’ di filosofia, è un professore che per formazione è abituato a riflettere su sé stesso e a porsi continue domande sul senso della vita, della quotidianità. Ecco perché ho pensato che questo profilo fosse perfettamente adatto”.

Il film si conclude con il discorso finale del protagonista: qualcuno lo ha considerato una porta aperta verso un futuro migliore, altri lo hanno interpretato invece come una porta chiusa. Tu che lo hai scritto, come lo vedi?

“Ovviamente ho una mia idea ben precisa, ma non vorrei condividerla. Credo che il finale sia aperto proprio per permettere a tutti coloro che lo vedano di farsi una propria idea, di poterlo interpretare come meglio si sentano”.

 

Guarda il trailer di “Orecchie” di Alessandro Aronadio

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