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Con Fabric of Cultures, tra le pieghe della cultura (e degli indumenti)

Il legame tra moda e cultura al centro della conferenza "Fabrics of Cultures", tenutasi presso il CUNY Queens College

di Patricia Gatto Puglia
Fabric of Cultures è stata ideata da Eugenia Paulicelli, Professore ordinario di Italianistica, Letteratura Comparata e Women’s Studies del Queens College e fondatrice del programma di Fashion Studies del CUNY Graduate Center. Il progetto è focalizzato sulla relazione tra tessuti e indumenti nelle culture occidentali e orientali

Il manifesto della conferenza “The Fabric of Cultures”

The Fabric of Cultures, progetto di ricerca pedagogica e interdisciplinare supportato dal Queens College e dal CUNY Graduate Center, porta avanti la ricerca sull’interconnessione tra moda, oggetti, memoria e tecnologia.

I risultati degli studi sono stati presentati durante la conferenza del 4 maggio che, durata tutto il giorno, ha guardato più da vicino il periodo che va dal XVI secolo a oggi.  L’evento ha presentato le riflessioni di accademici, studenti ed esperti di moda, tecnologia e sostenibilità. Più di cinquanta partecipanti si sono riuniti al Queens College campus a Flushing (NY) per immergersi nell’apprendimento e prendere parte attivamente al dialogo.

L’inizio

Fabric of Cultures è frutto dell’ingegno di Eugenia Paulicelli, Professore ordinario di Italianistica, Letteratura Comparata e Women’s Studies del Queens College e fondatrice del programma di Fashion Studies del CUNY Graduate Center. Il progetto, ora nella sua seconda incarnazione, ha avuto origine dieci anni fa dal concetto, elaborato da Paulicelli, secondo cui “l’importanza dell’abbigliamento è dovuta alla sua materialità, ai suoi significati simbolici e all’immaginario collettivo che genera”. Questa idea ha dato vita allo studio sulla relazione tra tessuti e indumenti nelle culture occidentali e orientali oltre a una mostra, un testo accademico e varie conferenze e seminari.

Fabric of Cultures 2.0 guarda da una nuova prospettiva il mondo della moda che è in continua evoluzione e, in particolare, il modo in cui gli aspetti fisici si collegano al digitale. “Da qualsiasi epoca provenga, l’oggetto non è mai muto o confinato nella teca di un museo o una galleria”, ha affermato Paulicelli. ‘Esploriamo in teoria e in pratica” – ha continuato – “le modalità in cui fibre, tessuti e indumenti, così come i testi, hanno raccontato e raccontano storie di genti e comunità attraverso culture, classi sociali, genere, razze e spazi’. Attraverso il sito ‘Fabric of Cultures’, gli studenti della Professoressa Paulicelli portano avanti il processo di digitalizzazione dei loro studi mostrandone i frutti e condividendo le loro esperienze. I contenuti e le conclusioni della conferenza del maggio scorso faranno parte di una mostra multimediale che si terrà nell’autunno 2017 presso il Queens College Art Center. In questa mostra, “The Fabric of Cultures: Systems in the Making”, il progetto delle Fabric of Cultures considera il nuovo Made in Italy in un contesto transnazionale e nel dialogo con le altre culture e tradizioni. La mostra sarà accompagnata da workshops e da un Made in Italy Festival : Arts + Cultures e un film festival (Italian Cinema CUNY) per celebrare la bellezza e la storia dell’Italia e della sua eredità culturale.

Concetti chiave sul piumaggio, Venezia e i cannibali

Ann Rosalind Jones (Smith College) e Peter Stallybrass (University of Pennsylvania), relatori principali della conferenza, hanno coinvolto la platea mostrando una ricerca su un oggetto che può apparire un frivolo abbellimento ma che in realtà è portatore di un peso culturale enorme: la piuma.

Hanno mostrato, in maniera illuminante, come le piume di particolari uccelli siano diventate fascinosi oggetti di tendenza e merce di scambio nel XVI e XVII secolo. Durante il loro intervento, hanno incluso tra i loro riferimenti i racconti e le rappresentazioni dei rituali cannibalistici delle popolazioni indigene delle Americhe che stimavano a tal punto le piume da usarle a scopo ornamentale e cerimoniale. È bene ricordare che Jones e Stallybrass hanno prodotto una copiosa letteratura su un vasto numero di argomenti e hanno collaborato per   la stesura di ‘Renaissance Clothing and the Materials of Memory’ pubblicato nel 2008. 

La moda e le piume, Venezia e l’Aia 1590-1660, titolo della presentazione di Jones, si è concentrata sulle piume di struzzo africano e dell’ibis scarlatto della costa nordoccidentale brasiliana. Nel corso del suo intervento, ha dato anche contezza dell’uso e del commercio che se n’è fatto nell’abbigliamento in Africa, Europa e America Latina.

“Questi uccelli e le loro piume venivano ammirati nei propri luoghi di origine” – ha affermato Jones. “Questi animali, associati alle divinità celesti e agli spiriti degli avi, erano motivo di prestigio per re, guerrieri e sciamani. Indossarne il piumaggio era un privilegio degli attori principali dei rituali sociali e religiosi. Il significato di queste piume ha intrapreso ‘sentieri che hanno legato cacciatori, commercianti e mittenti quanto re, popolazioni colonizzate e re da una parte e l’altra del Mediterraneo e dell’Atlantico”.

Nel XVI e XVII secolo, il commercio delle piume di struzzo è stato consistente ed è un trend che continua anche oggi. Il commercio delle piume di ibis scarlatto, le quali venivano cucite nei capi e mantelli rituali dalle tribù Tupinamba, fu di più breve durata ma di più ampia portata. Queste piume, ha affermato Jones, ‘furono richiesti da commercianti francesi, missionari portoghesi e coloni olandesi per tutto il XVI e XVII secolo e in alcuni casi venivano spediti nel più profondo nord – in Germania e in Inghilterra.

Queste esotiche piume divennero rapidamente oggetto di tendenza dal nord al sud dell’Europa: le piume di struzzo adornavano i copricapi militari e i mantelli dei re, le nobildonne veneziane le usavano per abbellire le proprie acconciature e possedevano ventagli fatti di delicate piume di struzzo.  La ritrattistica coeva mostra, adagiati sul busto degli aristocratici, gli splendidi mantelli del popolo Tupi che erano stati accuratamente costruiti con piume di ibis scarlatto.

Stallybrass ha poi ricalibrato la valenza del piumaggio da oggetto di moda a elemento distintivo dell’incontro tra europei e amerindi; il titolo, illuminante, del suo intervento è esemplificativo: “I cannibali e le piume: gli europei del nord sul vestirsi e non vestirsi nel Nuovo Mondo”. Gli indumenti dotati di piumaggio sono un componente importante dell’abbigliamento delle popolazioni indigene del Nuovo Mondo – ha affermato Stallybrass – tanto quanto la nudità, sulla base dei racconti di esploratori come Amerigo Vespucci e missionari. La tesi di Stallybrass è che la fissazione con il cannibalismo, spesso presentato come il focus dei racconti del Nuovo Mondo durante il Rinascimento, sia stata un’esagerazione europea e debba essere considerata, piuttosto, come “una riflessione sull’ ossessione con la realtà e il significato culturale del cannibalismo dei secoli IX e XX.” La fonte –  ha precisato Stallybrass – è “l’eccessiva attenzione sulle ‘prime edizioni’ e ‘prime immagini’ e la riproduzione interminabile di queste ‘prime immagini’ che la fotografia e internet permettono”.

Da sinistra: Ann Rosalind Jones, Peter Stallybrass, Eugenia Paulicelli e Elizabeth Wissinger al Queens College

Stallybrass ha fornito alcuni esempi di come gli esploratori del periodo del Rinascimento avevano ‘marginalizzato’ il cannibalismo, dando maggiore risalto, per esempio, all’ importanza delle piumeUn esempio specifico: il racconto del pastore protestante Jean de Lery, sul suo viaggio in Brasile del 1556, pubblicato nel 1578. Nell’indice di un’edizione del 1594, Stallybrass dice che “non viene fatta menzione dei cannibali o cannibalismo”. Anziché trovare il termine cannibale’, s’imbatte in ‘Canide, oyseau de plumage azure.’ [‘canide’, un uccello con le piume blu.] E se uno cercasse ‘plume’ o piuma, troverebbe ‘Piume usate per fare indumenti, copricapi, bracciali e altre ornamenti dei selvaggi.’ Sembra che le piume abbiano battuto il cannibalismo.

Stallybrass ha parlato del ‘canide,’ nome dato dai Tupi agli uccelli con colori brillanti; il pappagallo, blu e giallo, una merce di scambio pregiata. Nel Seicento, l’uccello era divento un animale domestico nel Europa e nel Settecento si trovavano immagini dell’uccello ‘dalle vetrate colorate tedesche, i ricami inglesi, alle mattonelle olandesi.’ Il pappagallo scarlatto si trovava nelle prime mappe delle Americhe ‘come il vero emblema di questo continente.’

Stallybrass ha concluso con un’osservazione: ‘Lo scambio in piume prima e dopo la Conquista dell’impero azteco ci offre un approccio più interessante e profondo alla cultura sociale e materiale degli Americhe rispetto ai racconti ingannevoli sui cannibali e il cannibalismo — racconti che rivelano più su di noi rispetto ai primi racconti europei che si occupano piume, alberi tropicali brasiliani, amache, e le canoe.”

Studenti, docenti ed esperti intervengono

La conferenza ha spostato il focus sul mondo della moda e cultura contemporanea sempre in perenne evoluzione. Studenti e corpo docente del Queens College e CUNY Graduate Center e facoltà, insieme a esperti del settore, hanno presentato le loro ricerche e osservazioni sullo status quo.

Chy Sprauve, Iris Finkel,  Carolyn Cei e Cassandra Barnes, studenti della specialistica, sono stati protagonisti  – tra gli altri – di interventi e momenti di discussione sul tema “Oggetti e memoria”. I loro punti di vista hanno fatto chiarezza sul significato dell’abbigliamento come mezzo di autorealizzazione, ricordo di una persona cara, la personificazione di oggetti amati, e, infine, come manifestazione della cultura dei quartiere.

“Incroci: artigianato e tecnologia”, un gruppo moderato sia da Ted Brown, professore di informatica e direttore del Tech Incubator a Queens College, sia da Eugenia Paulicelli, si è concentrato – da un lato – sui progressi tecnologici nella produzione tessile e moda e  – dall’altro – sul sostegno degli incubatori aziendali alle imprese emergenti. Debera Johnson, direttore esecutivo del Center for Sustainable Design Studies e il Brooklyn Fashion + Design Accelerator, ha discusso lo scopo della sua organizzazione. Tabitha St. Bernard, un designer indipendente di una linea moda senza sprechi e un utilizzatore dei servizi di BF+DA, ha parlato delle proprie soluzioni innovative.  Infine, Elizabeth Wissinger, professoressa di sociologia del Borough of Manhattan Community College (BMCC) e CUNY Graduate Center, ha presentato le sue osservazioni sulle novità nel settore tecnologia indossabile.

“Il vecchio e il nuovo: la moda sostenibile” ha riunito i dottorandi Kat Roberts, Callen Zimmerman, e Tessa Maffucci;, Dicky Yangzom, già studente a indirizzo specialistico del CUNY Fashion Studies e dottoranda di sociologia della Yale University; e Lawrenzo Lue, laureando del Queens College. Il gruppo ha presentato le loro ricerche centrate sulla riconsiderazione e sul riutilizzo del vecchio e come apripista per nuove forme di progresso. Tra gli argomenti degli interventi, importanti considerazioni dai tessuti, sullo storico fashion district di New York City, e un’analisi degli aspetti positivi e non del fast fashionRoberts and Zimmerman hanno anche condotto un workshop “Weave: rags to rags” in cui i presenti hanno trasformato jeans vecchi in tessuto nuovo. Restate collegati per altre notizie e reportage sull’affascinante mondo di Fabric of Cultures.

Special thanks to Antonino Bonanno for the Italian translation of this article.

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