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La verità stuprata: dal naso di Pinocchio all’era della “post-truth”

La coprofilia degli antichi è l'ultimissima mania della comunicazione di massa, tra fake news e volgarità, sconcezze e turpiloquio

Il vero problema delle democrazie occidentali di oggi è la maschera che copre inganni e tradimenti a scorno del popolo bue. E oggi, nell'era della post-verità, anche aspiranti dittatori possono servirsene: un miracolo esplosivo reso possibile da internet e dalla parola concessa anche ai mentecatti e agli assassini

«Riguardo all’istruzione e alla sua mancanza rassomiglia la nostra natura a siffatto fenomeno. Considera degli uomini come in una dimora sotterranea a forma di spelonca, che ha l’entrata aperta alla luce e lunga per tutto l’antro, e da fanciulli sono in questa con le gambe e il collo in catene, così da restare essi immobili a guardare solo verso il davanti, impossibilitati per la catena a muovere intorno in cerchio la testa; e che una luce di fuoco a loro in alto e lontano arda dietro di loro, in alto tra il fuoco e gli incatenati una strada, lungo la quale considera costruito un muretto, come per i giocolieri ci sono davanti agli uomini dei ripari sopra i quali mostrano le marionette…

Guarda ora degli uomini che portano lungo questo muretto utensili di ogni genere sporgenti oltre il muretto e statue umane e altre di animali, di pietra e di legno, e ogni genere di manufatti, e come è naturale alcuni dei trasportatori parlino, altri tacciono.

– Strana cosa tu dici e di strani incatenati.

Simili a noi. Infatti anzitutto credi che cotali vedano di se stessi e gli uni degli altri altro fuorché le ombre riflesse dal fuoco sulla parete della spelonca di fronte a loro? 

– Come altrimenti, se per la vita sono costretti a tenere il capo immobile?…

E se uno lo trascinasse di lì a forza per l’aspra e ripida salita e non lo lasciasse prima di averlo tratto alla luce del sole, non soffrirebbe e rilutterebbe di essere trascinato, e una volta giunto alla luce, avendo gli occhi pieni di bagliore, non sarebbe in grado di vedere nulla delle cose che ora diciamo vere?

– No, almeno all’improvviso.

Credo che avrebbe bisogno di abituarvisi per poter vedere gli oggetti alla superficie: prima discernerebbe più facilmente le ombre, poi le immagini degli uomini e delle altre cose nell’acqua, poi le stesse, dopo vedrebbe più facilmente le cose che sono nel cielo e lo stesso cielo di notte, guardando la luce delle stelle e della luna, invece che di giorno il sole e la luce solare… E infine il sole, non suoi fantasmi nell’acqua né in estranea sede, ma esso stesso nella sua propria regione potrebbe vedere e osservarlo quale esso è… E dopo ciò potrebbe ormai argomentare su di esso che è lui stesso a produrre le stagioni e gli anni e a sovrintendere a tutto ciò che è nel mondo visibile e causa in certo qual modo di tutto quello che prima vedevano… Ricordandosi egli della sua prima dimora e della scienza di laggiù e dei compagni di catene, non credi che riterrà sé beato e avrà pietà degli altri?» (PLAT., La repubblica, VII, 514-516c).

Così, per partire da lontano, senza scomodare l’egizia dea Maat e i fratelli Verità e Menzogna (papiro Chester Beatty), la misteriosa caverna assai riletta di recente da Il conformista, The Truman show, Arancia meccanica a Tutta la vita davanti, per esemplificare. Così si avviò il rischioso dibattito sulla Alḗtheia, l’ambiguo “disvelamento”, interpretato da Martin Heidegger come “negativa non-ascosità (Unverborgenheit)”, divenuta Veritas per i Romani, sempre donna, la Nuda Veritas di Gustav Klimt (1899), La Verità Svelata dal Tempo (1645-1652) di Gian Lorenzo Bernini e di Giambattista Tiepolo (1745 circa).

Ma a volerci documentare c’è stata anche la verità manifesta di Pinocchio, – che intralci in una società di uomini dai nasi lunghissimi -, oppure gli uomini monchi delle destra, vittime della bocca della verità. Negli Usa illuministi accanto alla morte scientifica della camera a gas si inoculò il siero della verità e si inventò pure la macchina della verità. Nelle fiabe e nelle credenze popolari si è sempre immaginato un castigo ignominioso per i bugiardi, che oggi sono votati a furore di popolo dalla Great (!) Britain agli States. Dante li condanna all’inferno, mentre «fumman come man bagnate ’l verno», consumati da “febre aguta”. Perché questo è oggi il problema delle cosiddette democrazie occidentali, la maschera che copre inganni e tradimenti a scorno del popolo bue. Senza offesa per il “pio bove”.

Siamo arrivati alla consacrazione della “post-truth”, addirittura come parola del 2016 da parte dell’Oxford Dictionary, vittoriosa sul termine all’altrettanto dirompente di “brexiteer”, del quale voleva rappresentare l’ignominiosa campagna elettorale. Oggi il termine infuria in tutte le latitudini, lingue e leader di se stessi ed è sceverata in dotte analisi da centinaia di sedicenti filosofi. Perché la bellezza della comunicazione democratica è che anche gli aspiranti dittatori possono servirsene. Ben consapevole della sua importanza Hitler fondò nel 1933 il Reichsministerium für Volksaufklärung und Propaganda e lo affidò a Goebbels. Ma i fasti della post-verità non sono di questi anni, se con il suo progetto si avviò la distruzione dell’Iraq dalla bugia del buon Bush sulle armi micidiali di Saddam, fino alla sua oscena giustizia sommaria a pencolare da una corda in diretta mondiale.

Solo ora si scopre la forza reazionaria di queste verità di regime, in seguito alla vittoria di Trump, nel vorticare magmatico di fake news e di volgarità, di sconcezze e turpiloquio, la coprofilia degli antichi, ultimissima mania della comunicazione di massa. Ed è il miracolo esplosivo di internet e della parola concessa anche ai mentecatti e agli assassini. In questa esegesi di un fenomeno antichissimo, divenuto slogan di saccenti e filosofi di categorie (mi turba e mi sconvolge l’altra formula che vortica nella letteratura e nell’arte, il vacuo e insensato post-moderno), voglio solo lanciare una pietra nella livida acqua stagnante e chiudere perora con la Ode on a Grecian Urn (del greco Sosibio) del maggio 1919, innalzata a monito dal romantico John Keats, ammirato dalla bellezza che si rende eterna:

When old age shall this generation waste,
Thou shalt remain, in midst of other woe
Than ours, a friend to man, to whom thou sayst,
“Beauty is truth, truth beauty,” – that is all
Ye know on earth, and all ye need to know (lines 46–50).

Quando l’antica età devasterà questa generazione,
tu rimarrai eterna, in mezzo ad altro dolore
che il nostro, amica all’uomo, cui dirai
“Bellezza è verità, verità bellezza,” – questo è tutto
Sulla terra, sapete ed è tutto quanto occorre sapere.

E con tutto il putiferio di polemiche che suscitò, complesso e acre già allora da poterci scrivere un libro.

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