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L’Estate romana, quando la cultura e un architetto comunista cambiarono Roma

Per otto anni, dal 1977 al 1985, Roma fu al centro di un fenomeno socio-culturale che si è consolidato in un'esperienza tra le più innovative al mondo

Allestimento di Massenzio al Colosseo, nel 1981 (foto Archivio De Boni-Colombari)

A cambiare le carte in tavola furono la giunta Argan e il suo assessore Renato Nicolini, giovane architetto comunista che iniziò a ideare le serate d'agosto dell'Estate romana. Una novità assoluta, nella pacata e impaurita (dal terrorismo) Roma notturna degli anni '70, un manifesto urbanistico che pose a connubio cultura e arte, musica, letteratura e architettura

L’assessore Renato Nicolini con la maglia di Massenzio (foto Archivio De Boni-Colombari)

L’assessore ha avuto un impegno improvviso”, così si affrettavano a ripetere i suoi collaboratori a tutti quelli che lo reclamavano; non si trattava della classica scusa istituzionale, l’assessore infatti era dovuto correre in ospedale perché la sua primogenita aveva deciso di nascere con un mese di anticipo e aveva scelto di farlo proprio quella notte d’agosto. A dirla tutta l’impegno in questione non sembrava certo imperdibile; la proiezione del film di Visconti, Senso che inaugurava una rassegna cinematografica estiva del Comune di Roma ospitata all’interno della millenaria Basilica di Massenzio. Eppure quella che sembrava solo una serata insolita o poco più viene oggi celebrata e mitizzata come la nascita dell’Estate Romana e cioè quel fenomeno sociologico-culturale che negli anni successivi si affermerà come una delle esperienze più innovative nel panorama internazionale, capace di contribuire, attraverso i suoi eventi, alla rinascita di una città.

Qualche mese prima in effetti un piccolo manipolo di giovani incoscienti si radunò attorno a Renato Nicolini che, trentacinquenne, si era ritrovato – quasi senza rendersene conto – assessore nella neo-eletta giunta Argan. Era il 1977, un anno cruciale (ma questo loro non lo sapevano) per la cultura e la storia del Novecento e Roma, per la prima volta, era guidata da un sindaco comunista (addirittura il primo non democristiano dai tempi di Nathan, 1907). Detta così oggi la cosa non fa grande impressione ma allora che la capitale del Paese e della Cristianità avesse un governo rosso sembrava il preludio ad una rivoluzione e, in un certo senso, non si sbagliavano.

Il nuovo assessore, riccioluto e scapigliato, incuriosì molto la stampa alla sua nomina ma si parlò di lui solo pochi giorni; del resto aveva ricevuto deleghe per una serie di incarichi minori con i quali non avrebbe potuto certo incidere o fare grandi danni. Renato Nicolini era allora un giovane architetto comunista e un navigato uomo di partito. Comunista vero, non certo per opportunità, tanto che nel ’63, appena ventenne, fu tra i pochi, con Sandro Anselmi, ad essere invitato a Cuba per conoscere il Chè. Nonostante ciò si era al contempo attirato gli anatemi di Bruno Zevi per aver scritto, assieme ad Accasto e Fraticelli, un libro – rivelatosi poi decisivo per la storia dell’architettura romana – dove, per la prima volta, si parlava anche del valore degli edifici fascisti. Insomma un intellettuale libero e tutt’altro che banale, con una vastità d’interessi difficilmente circoscrivibile alla quale si sommava un sofisticato umorismo: una specie di alieno rispetto ai tromboni accademici o ai politici impettiti a cui siamo abituati.

Fu un personaggio del genere, assolutamente fuori dagli schemi, affiancato da collaboratori del mondo dell’architettura e dei cineclub, ad ideare una serie di eventi con cui animare le serate d’agosto. Ormai sembra una banalità ma allora, negli anni Settanta, appariva un’idea completamente folle. Le sere erano, nella migliore delle ipotesi, desolanti e oltre all’assordante canto delle cicale, in città non accadeva proprio nulla in quelli che erano soprattutto anni di piombo. Il terrorismo all’epoca faceva realmente paura altro che i timori di oggi; in tutto il 1977 in Italia si registrarono più di duemila (sic) attentati e l’anno seguente la città e il paese saranno sconvolti dal rapimento e l’uccisione dell’ex Presidente del Consiglio Moro. Ciò che proponeva Nicolini non sembrava aver senso e fu probabilmente per quello che la serata inaugurale del 25 agosto, una folla, del tutto inattesa, si riversò nella basilica di Massenzio. La dimostrazione che la cultura è l’arma migliore per battere il terrore, altro che le fioriere di cui si blatera in queste settimane.

Proiezione di Napoleone di Abel Gance sul grande schermo “triplo”, 10 giugno 1981 (Foto: Archivio De Boni-Colombari)

Senso di Visconti inaugurò la rassegna, il giorno seguente si assistette poi alla maratona -durata un’intera notte- di tutti i film della saga de Il Pianeta delle Scimmie e quindi il ciclo Cinema Epico con la proiezione di diversi Peplum. Ogni sera gente – di tutti i tipi – si incontrava a Massenzio in quell’arena, sormontata dalle mastodontiche volte romane e fatta con un semplice schermo, panche in legno e gli uscieri dell’assessorato trasformati in improvvisati bibitari. Ecco l’Assessorato alla Cultura per i politici di allora rappresentava giusto un pro forma, tanto che era accorpato a quello dello Sport, delle Affissioni, del Giardino Zoologico e dei Parchi; Una simile situazione di quasi indifferenza garantì però al giovane assessore quella libertà di manovra, lontana dai riflettori, che fu decisiva. Insieme ai giovani Bruno Restuccia, Giancarlo Guastini e al più anziano Enzo Fiorenza -che spesso, vista l’età, veniva confuso con l’assessore tanto che più volte era lo stesso Nicolini a “mandarlo avanti” per essere più credibile- intuirono invece che poteva essere proprio la cultura il propulsore della rinascita di Roma.

A questo punto occorre fare una precisazione. Oggi che Nicolini è stato mitizzato e in tanti, un po’ ovunque, si proclamano indebitamente custodi della sua eredità, è necessario ricordare che l’Estate Romana non fu solo uno schermo cinematografico tra i monumenti bensì un vero e proprio manifesto urbanistico, culturale e, perché no, architettonico. Nulla a che vedere insomma con un banale concerto ai Fori Imperiali o le orribili bancarelle sulle rive del Tevere né tantomeno le recenti porcherie rock sul Palatino. Cercando di non cadere nelle insidie agiografiche indotte dalla desolante contemporaneità dobbiamo dunque sottolineare che la grandezza di quella stagione fu ben altra dalla movida di oggi e le differenze sono chiare se analizziamo le edizioni successive.
Le prime due in effetti furono incentrate quasi esclusivamente sul cinema nella basilica di Massenzio tanto che questo nome, quello dell’ultimo imperatore pagano, rimarrà indissolubilmente associato alla manifestazione anche quando poi, negli anni successivi, la location cambierà.

Ma andiamo con ordine; una prima, importante, maturazione l’Estate Romana la compirà con il 1979: l’anno di Parco Centrale e del Festival dei Poeti. L’edizione è quella celebrata in queste settimane dall’istallazione nel piazzale del MAXXI; Un omaggio però storiograficamente ambiguo che sembra semplificare e ridurre un decennio di esperimenti al solo, seppur suggestivo, Teatrino Scientifico. Furono quell’anno Franco Purini e Laura Thermes la coppia di architetti incaricata -per la prima volta- di progettare un’allestimento che andasse oltre le semplici strutture in Tubi Innocenti. Lo faranno, anzi si spingeranno fino a ideare quattro architetture surreali ed elegantissime in altrettanti vertici dell’immaginario Parco Centrale. La Città della Musica all’ex Mattatoio, la Città della Danza alla Caffarella, quella della Tv a Villa Torlonia e appunto il Teatro di via Sabotino. L’Estate Romana, citando Benjamin, coinvolgeva per la prima volta tutta la città. Un esperimento colto e teorico tanto affascinante quanto complesso che sfortunatamente non fu aiutato dalle avverse circostanze meteorologiche e da più di qualche intoppo.

Planimetria dell’allestimento al Colosseo, nel 1981 (Foto Archivio De Boni-Colombari)

Il contro-campo di quel tentativo dai riferimenti accademici fu – incredibilmente – il Festival dei Poeti di Castelporziano. Nato da un’idea di Simone Carella, anche questa iniziativa raccontata oggi assume contorni che sfumano dal mitologico al folkloristico: una Woodstock di tre giorni tra le dune della spiaggia per assistere non ad un concerto ma all’esibizione di poeti e dei loro versi. Impensabile? Evidentemente non per i ventimila giovani arrivati fin lì e che -complice la convinzione, quasi ideologica, che tutti potessero autoproclamarsi artisti e salire su quel precario palco- tramutarono ben presto la festa in una situazione ad alta tensione; Ma nel momento più drammatico fu la poesia stessa a salvarli: quando Allen Ginsberg (proprio lui) intonò il Mantra Del Padre Morto tutti, incantati, tornarono al proprio posto e la serata finì in trionfo con una spaghettata collettiva al chiaro di luna.

Grandi cambiamenti accompagnarono invece l’Estate Romana nel nuovo decennio, dal 1980 lo schermo cinematografico abbandonò le volte della basilica. Il recente, drammatico, terremoto in Irpinia si temeva avesse danneggiato il monumento che era quindi chiuso al pubblico: occorreva un’alternativa. Nicolini, con un colpo da maestro, sfruttò la situazione per trasformare l’Estate Romana non solo in un’iniziativa culturale ma anche in un grande esperimento di avanguardia architettonica per ripensare la città. Fu così che l’effimero divenne urbano. In quegli anni il nuovo sindaco Luigi Petroselli – che aveva nel frattempo preso il posto di Argan – stava portando avanti un’ambiziosa trasformazione: rendere l’area archeologica un grande parco libero dalle auto. All’epoca, va detto, via dei Fori Imperiali era trafficatissima e il Colosseo stesso un crocevia di macchine al pari di una comunissima rotonda.

La decisione di Petroselli non fu solo necessaria ma provvidenziale. Nel 1980 quindi Massenzio si spostò a via della Consolazione. La strada, che attraversava il Foro alle pendici del Campidoglio, era stata da poche settimane chiusa al traffico e fu scelta come “arena” proprio per dimostrare che la città si sarebbe potuta riappropriare di quello spazio finalmente strappato alle macchine. Era stato lo stesso Nicolini ad affidarne l’ideazione a due giovani progettisti, Ugo Colombari e Giuseppe De Boni, che già avevano collaborato a Parco Centrale e che da allora in avanti diventeranno gli “architetti dell’Estate Romana”. L’esperimento fu un successo ancora maggiore dei precedenti e sarà lo stesso Nicolini a dichiararsi perplesso per la decisione di Petroselli – pochi mesi più tardi – di demolire quella suggestiva via per riunire i Fori, chiedendosi “Quale sarà la sorte delle parti di città sottratte al traffico? Seguiranno quella delle zone archeologiche incomprensibili per i non specialisti, o, al più, riservate alla malinconica sfilata del turismo internazionale di massa sbarcato da giganteschi torpedoni?”. L’attualità di queste riflessioni è oggi ancor più sconcertante. Si arrivò così al 1981, l’edizione forse più suggestiva che consacrò l’Estate Romana come un fenomeno studiato e ammirato un po’ in tutto il mondo e per quella occasione lo schermo sarà innalzato addirittura al Colosseo.

Allestimento di Massenzio al Colosseo, 1981 (Foto Archivio De Boni-Colombari)

Proseguendo ostinatamente il suo progetto, il sindaco Petroselli, decise infatti di liberare finalmente anche l’Anfiteatro Flavio dalla morsa del traffico. La piazza antistante con l’Arco di Costantino, viene così pedonalizzata per la prima volta diventando lo scenario -senza eguali al mondo- della quinta edizione della rassegna. L’allestimento, ancora a firma De Boni e Colombari, si presentava sotto una veste particolarmente innovativa: lo schermo principale -con una platea di ben 3.500 posti- ricopriva completamente l’Arco -allora in restauro- sul lato di via San Gregorio mentre sull’altro lato fu costruita una sequenza di spazi quadrangolari che reiteravano la forma dell’antico basamento su cui troneggiava il Colosso Neroniano. Questi spazi servivano, ciascuno, per la biglietteria, il ristorante e per il bar. L’elemento che tuttavia più di tutti catturò la curiosità degli spettatori fu senz’altro l’Eidophor. Oggi che di video-proiezioni e mapping digitale siamo bombardati un po’ ovunque e spesso a sproposito, questa parola, Eidophor, non ci dice granché ma per allora si trattava di fantascienza. Nessuno aveva mai visto nulla di simile: gigantesche e variopinte figure fantastiche sembravamo inseguirsi sugli archi del Colosseo lasciando i romani stupefatti. Poco più in là poi un grande riflettore circolare illuminava -simbolicamente- il vuoto del selciato finalmente libero dalle macchine: questa inedita Piazza di Luce evocava la Meta Sudans, l’antica fontana romana che, non a caso, sarà poi riportata alla luce dagli scavi solo alcuni anni dopo.

Fu in questo impareggiabile scenario che la sera del 10 giugno un pubblico emozionato poté assistere alla visione di Napoleon, il capolavoro del cinema muto firmato nel ’27 da Abel Gance e che grazie ad un meticoloso restauro era appena stato salvato dalla distruzione. Nessuno al mondo lo aveva mai visto prima e la proiezione fu magica anche grazie all’Orchestra di Santa Cecilia che eseguiva le musiche dal vivo diretta dal compositore Carmine Coppola (padre del più famoso Francis Ford) e allo schermo che -nell’ultima parte del film- triplicava la sua grandezza con un meccanismo estensibile studiato appositamente così che la scena della battaglia campale lasciò letteralmente di stucco il pubblico. Lì tra gli spettatori sedeva persino la neo première-dame francese Danielle Mitterand, che volle espressamente conoscere e omaggiare l’assessore capitolino con la sua presenza.

Fu su quello stesso schermo che, pochi giorni dopo, fu tentato un inedito esperimento: un collegamento in diretta video con New York dove, a Washington Square, una platea di italiani emigrati avrebbe potuto salutare i propri amici e parenti a Roma. Ovviamente il curioso tentativo fallì inopinatamente ma si può comunque affermare, senza timore d’esser smentiti, che, con trent’anni d’anticipo, la videochiamata fosse un prototipo nicoliniano. Per le edizioni successive la kermesse si sposterà ancora istallandosi al Circo Massimo. Per anni ridotto a sterpaglia inaccessibile, con l’arrivo di Massenzio, la spianata ai piedi del Palatino verrà riscoperta dai romani che impararono allora ad affollarla per gli eventi di massa. Dal ’82 al ’84, tre allestimenti sempre più elaborati e sempre ideati dal duo De Boni-Colombari, ridisegnarono l’enorme circo voluto dall’imperatore Traiano trasformandolo in un grande cinema all’aperto animato anche da locali e botteghe artigianali.

Allestimento del Massenzio al Palazzo Congressi, 1985 (Foto Archivio De Boni-Colombari)

Si moltiplicheranno a quell’epoca anche le iniziative più diverse, che entrarono a far parte del sempre più variegato programma dell’Estate Romana che ora si dilatava nell’arco di tutto l’anno; E’ doveroso ricordare le splendide mostre al Palazzo delle Esposizioni con i suggestivi allestimenti di Maurizio di Puolo prima e Costantino Dardi poi, il circo, il festival di Samba e tanti altri, insoliti, avvenimenti. Ad esempio il 31 dicembre 1982 la città salutò il nuovo anno con una grande festa, voluta da Nicolini in persona e celebrata sotto alla galleria di via del Tritone: la volta addobbata di luminarie e un susseguirsi di concerti con musica dal vivo fecero di Tunnel ’82 un’evento memorabile. Il risultato? Fu il capodanno in cui, in assoluto, si registrarono il minor numero di incidenti a Roma. Solo un caso? Forse si, ma anche quella volta la cultura aiutò a scongiurare degli incidenti. Come in tutte le storie, sul più bello, arrivò all’inevitabile e forse necessario epilogo. Nel 1985 il Partito Comunista fu sconfitto alle elezioni amministrative e Roma non era più quella di otto anni prima. In ogni caso il definitivo congedo dell’Estate Romana dal suo pubblico fu memorabile. Abbandonato il centro storico la rassegna riaccese, per l’ultima volta, i riflettori tra le metafisiche architetture del ‘900. Un gesto coraggioso e dirompente: un assessore comunista che sceglie di celebrare la città fascista. Roba che nemmeno nei romanzi di Pennacchi.

Allestimento del Massenzio al Palazzo Congressi, 1985 (Foto Archivio De Boni-Colombari)

Eppure Nicolini, da personaggio colto e indipendente quale era, non si limitò ai pregiudizi e ignorò ogni stereotipo, decidendo di far riscoprire ciò che in molti -fino ad allora- evitavano per motivi ideologici, anche solo di annoverare tra le architetture di Roma. Attraverso il più maturo, e per certi versi più suggestivo, allestimento di Colombari e De Boni la prospettiva dechirichiana di via della Civiltà e del Lavoro venne negata dallo schermo che occludeva completamente la strada creando una nuova, straniante, chiave di lettura per quei luoghi. La sconfinata platea di fronte al Palazzo dei congressi di Libera sembrava così partecipare giocosamente -arricchendolo di nuovi significati- al monumentalismo mussoliniano dell’EUR. In quella stessa edizione poi allestimenti analoghi coinvolgeranno anche il Museo del Genio Civile (sul Lungotevere a due passi dal Foro Italico) e la piacentiniana Città Universitaria dove però, all’ultimo, il rettore bloccherà la manifestazione con il suo veto.

Otto anni, un tempo lunghissimo per quello che veniva definito, non senza disprezzo, effimero. Oggi possiamo però valutare diversamente quella stagione irripetibile per la quale si deve ringraziare il genio visionario di Renato Nicolini che immaginò la cultura come strumento di rinascita urbana. Tuttavia va sottolineato, per comprenderne l’aspetto più profondo, che non si trattò di un assolo ma piuttosto di un vero e proprio concerto con più interpreti magistralmente diretti. L’amministrazione, il sindaco, l’assessore, gli architetti e i curatori lavorarono tutti nella stessa direzione per realizzare un’idea di città. Ecco la grande differenza; Quegli allestimenti erano in realtà degli esperimenti urbani a scala reale, fatti con la complicità di spettatori entusiasti. Forse quell’idea non era completamente giusta, probabilmente utopica e certamente non tutto andò liscio; Si commisero errori e ingenuità, eppure gli sforzi di tutti sembravano indirizzati alla realizzazione di un progetto per Roma. Ammettiamolo, sono molti anni ormai che nessuno ha più il coraggio di immaginare una città diversa da quella in cui viviamo, nemmeno d’estate.

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