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L’uomo che sparisce dalla fabbrica alla Biennale di fotografia di Bologna

Quattordici sono le mostre nei principali palazzi storici della città legate dal fil rouge “Etica ed estetica al lavoro”

di Angelo Perrone
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La “fotografia industriale” alla Fondazione Mast di Bologna mette al centro l’estetica delle macchine, la trasformazione del lavoro, l’impatto nell’ambiente e le ripercussioni sulla vita in fabbrica, sulla condizione dei singoli e la perdita del valore sociale del lavoro soprattutto negli Stati Uniti

Come evolve il mondo del lavoro? Macchine, utensili, edifici, paesaggi raccontano i cambiamenti avvenuti nel mondo industriale. Sono mutati radicalmente i sistemi produttivi, il lavoro si è modificato, e ciò ha avuto un impatto enorme, spesso devastante, sull’ambiente mentre le stesse relazioni umane e sindacali hanno cambiano fisionomia e consistenza.

A ritrarre questa evoluzione così radicale e a descriverne gli esiti non sono chiamate ora la parola scritta e neppure l’illustrazione verbale; ci si serve invece di un mezzo speciale, qual è l’obiettivo fotografico di grandi osservatori del nostro tempo oppure di gente qualunque, comunque artisti vigili, acuti, e ciascuno a suo modo fantasioso e immaginifico. Una ricerca umana e sociale, più che tecnica, condotta secondo lo stile suggestivo dell’arte, perché unita al gusto della fotografia e a quello del racconto per sole immagini.

Alla Fondazione Mast di Bologna (Manifattura di arti, sperimentazione e tecnologia), la terza “Biennale di fotografia e del lavoro” (sino al 19 novembre) ne raccoglie i risultati compositi in 14 mostre disseminate nei principali palazzi storici della città, dando corpo a un evento, unico al mondo, dedicato appunto alla “fotografia industriale”: con uno stesso filo conduttore, il tema “Etica ed estetica al lavoro”.

L’identità dei luoghi e delle persone è oggetto di una rappresentazione visiva che non si ferma agli aspetti puramente esteriori e superficiali, ma ne coglie il senso profondo, così mutato nei tempi e talvolta smarrito rispetto alla sua ispirazione originaria. Un significato spesso intriso di illusioni e memorie, ricordi e ricostruzioni immaginarie, che contribuiscono a modificare la realtà che si intende osservare dandone una raffigurazione non sempre realistica e persino pregna di fantasie. Al confronto con la crudezza di alcune situazioni lavorative, può risultare inquietante l’eleganza estetica di certe immagini.

Colpisce la trasformazione del paesaggio per i cambiamenti dovuti alla produzione industriale. Un secolo di distanza separa le due raccolte, ricomprese sotto il titolo Landscapes of American Power: Fotografie dalla Collezione Walther, che documentano nello specifico lo stravolgimento industriale avvenuto nel settore energetico: dalla edificazione di una città mineraria tra le montagne incontaminate del Kentucky ai primi del ‘900 alle odierne conseguenze nefaste dell’industrializzazione colte da Mitch Epstein con American Power.

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Una foto di Mitch Epstein a Raymond in West Virginia alla Pinacoteca Nazionale

I luoghi possono persino esaurire il loro scopo a seguito delle trasformazioni industriali, quasi consumarsi in se stessi, cessare di esistere come manifestazioni originarie di una zona, quando la metalmeccanica entra in crisi ed è sostituita dalla logistica dei magazzini destinati alla conservazione delle merci o alla vendita al dettaglio, come avvenuto secondo John Myers nella black country inglese.

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Uno scatto di John Myers esposto al Museo della Musica

Non meno rilevanti, ed anzi assai più profondi e coinvolgenti, i cambiamenti avvenuti negli strumenti di lavoro e nei rapporti all’interno delle fabbriche, che stimolano la fantasia di autori come Lee Friedlander o Marten Lange, sino a suggerire rappresentazioni fantascientifiche, ironiche, persino struggenti di quel mondo. Una proiezione, che allontana dalla realtà, dalla visione realistica dei bambini al lavoro nelle vie di Napoli, proposta da Mimmo Jodice, per coltivare con i fotomontaggi, così cari a Aleksandr Rodčenko, un tentativo di modifica ulteriore della realtà stessa.

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Una immagine fotografata da Mimmo Jodice a Napoli, esposta a Santa Maria della Vita

Nella medesima tendenza, anche la ricerca, nelle cose del nostro tempo, delle possibili tracce del futuro, come tenta di fare Vincent Fournier, che vuole raccontare attraverso il presente non solo quello che è accaduto ma anche quello che verrà.

Gli scorci più audaci raffigurano il lavoro industriale di quest’ultimo secolo in tutte le possibili declinazioni, lasciando nello spettatore un’impressione di frantumazione, e di divisione, persino di perdita di un’identità: sembra quasi che l’uomo sia scomparso dalla fabbrica. L’elogio delle macchine, implicita in rappresentazioni che ne esaltano il fascino misterioso, pare far dimenticare che il lavoro è pur sempre fatto dall’uomo e che in fabbrica come in ogni altro ambiente non può smarrirsi la centralità della sua esistenza e dei rapporti dai quali si impara a conoscersi, a condividere, a promuovere una coscienza sociale.

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