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Quando la vita è tutto un cartone animato: intervista con Bruno Bozzetto

Abbiamo incontrato la leggenda mondiale del disegno animato, il creatore del Signor Rossi: "Più dell’italiano direi che rappresentasse l’uomo medio"

Bruno Bozzetto, dopo sessant'anni di straordinario successo nel mondo, si racconta a La Voce di New York: "Lavoro? Come ho già detto più volte, io non ho mai lavorato sul serio, in realtà è come se avessi giocato, per tanti anni. Mi sono divertito. Sono stato fortunato".

Bruno Bozzetto (Foto VNY/C. Moschin)

Bruno Bozzetto è considerato un genio del cinema di animazione mondiale insieme ad altri grandi esponenti del genere come Disney, Miyazaki, Lasseter e Groening. Si deve a lui la “nascita”, negli anni Sessanta, del celeberrimo Signor Rossi, simbolo dell’italiano medio. Autore di oltre 300 fra film, corti, spot (ma lui dice che forse sono anche di più), Bozzetto ha scritto, diretto, disegnato tanti capolavori animati, dal mitico West and Soda a Mio fratello Supervip  da Allegro non troppo a Mister Tao (Orso d’oro al festival del cinema di Berlino). Il prossimo 3 marzo compirà 80 anni, dei quali 60 passati a creare storie animate che divertono e fanno riflettere.

Bruno, a soli 20 anni hai deciso di “buttarti” nel difficile mondo dell’animazione, sconvolgendolo con uno stile personale, ironico, dissacrante, visionario. Come mai?

“Perché fin da ragazzo mi piaceva, e mi piace, tutto quello che si muove, mi piace quello che posso ‘montare’, che posso utilizzare per raccontare qualcosa. Quindi il disegno statico non mi attirava più di tanto. E invece mi piaceva il movimento. E la storia. Sono rimasto così, come quando avevo 20 anni”.

Narra la “leggenda” che tu abbia cominciato filmando con la cinepresa i disegni che erano stesi… su un’asse da stiro. Vero?

“Tutto vero, era il sistema migliore per creare i miei primi lavori. Non avevo altro a disposizione. A quanto pare mi ha portato fortuna. Chissà che fine ha fatto quell’asse da stiro di mia mamma…”

Su di te hanno girato un documentario biografico, che è stato presentato persino al Festival del cinema di Venezia due anni fa. Come l’hai presa questa cosa?

“Non è che io sia impazzito, nel senso che sono una persona che non ama molto le celebrazioni. E soprattutto che si parli di me. Se hanno fatto un documentario, significa  che è un punto di arrivo. Pensavano, e questa è la cosa che mi  ha sconvolto, che qualcuno fosse interessato a vedere un documentario su di me e sulla mia carriera. Io non ci credevo inizialmente, così come non credevo nemmeno al primo mio film, West and Soda”.

A proposito proprio di questo tuo primo lavoro, un film western a cartoni animati, ironico e surreale, si narra che…

“…, si narra che nascosto allora nei cinema dove si proiettava, controllavo che la gente pagasse davvero il biglietto.  Non credevo sul serio che qualcuno tirasse fuori dei soldi, pazzesco vero? Pensavo che la gente avesse avuto chissà come dei biglietti gratuiti. Invece pagavano sul serio”.

Uno dei tuoi personaggi mitici è il signor Rossi. Ma come è nato il personaggio e perchè?

“Inizialmente credo che il signor Rossi rappresentasse un po’… proprio me stesso! Cioè io vedevo me stesso andare a sciare, andare al mare, andare in montagna o in auto e andare a fare il campeggio, e mostravo con lui le situazioni più divertenti, più ironiche, più spettacolari che mi capitavano. E poi piano piano è diventato un po’ un simbolo, è diventato il personaggio dell’italiano medio. Ma più dell’italiano direi l’uomo medio”.

Però il signor Rossi è molto più conosciuto all’estero e meno in Italia. Come mai?

“Perché in molti Paesi è stato trasmesso, e trasmesso, e poi trasmesso, in televisione, ed è ancora trasmesso oggi…e così è diventato quasi un mito. In Germania succede così per esempio. Mentre in Italia, fatte poche eccezioni, è meno conosciuto”.

Sinceramente, da giovane avevi un sogno nel cassetto?

“Mah, forse quello di essere uno scrittore. Anche quello è un altro lavoro che mi affascinava. Perché permette di stare seduti ad un tavolino, ad una scrivania, e di scrivere magari dei capolavori.  Sembra che si abbia la testa e la penna di Hemingway o Simenon o di gente così. Altrimenti è tristissimo”.

Foto VNY/C. Moschin

Però non hai fatto lo scrittore, e ripeto per nostra fortuna….

“Non lo avrei potuto fare lo scrittore, perché il mio “dono” non sono le parole né scritte né parlate, come tu ben sai e come si vede benissimo dalle mie risposte in questa intervista. Magari le idee le avevo anche, ma saperle esprimere nel modo giusto è fondamentale.  A parole non lo troverei mai. Meglio l’animazione. La vita stessa è tutto un cartone animato, talvolta allegro, talvolta meno”.

Il tuo è stato, ed è, un grandissimo lavoro in questo mondo “animato”…

“Lavoro? Come ho già detto più volte, io non ho mai lavorato sul serio, in realtà è come se avessi giocato, per tanti anni. Mi sono divertito. Sono stato fortunato”.

..e anche bravo, direi. Visto che sono 60 anni che hai uno straordinario successo. Dovunque vai, nel mondo, sei sempre accolto come un grande maestro, dagli Stati Uniti al Giappone, in Europa come in Australia.

“Accidenti, 60 anni sono davvero tanti, troppi. Però non li ho mai calcolati. Certo, se me lo dici tu, ammetto che mi fa un po’ effetto questo numero. In realtà penso che uno, o due, o dieci, o sessanta anni in fondo per me siano lo stesso”.

Ma in questi 60 anni è cambiato il mondo dell’animazione, si è passati dalle matite, dai “lucidi”, dalla tua famosa “asse da stiro” alla computer graphic, al 3D, insomma tutto un altro mondo. Come stai al passo?

“Non riesco sinceramente a stare al passo. In verità non ci provo nemmeno. Perché quello che vedo oggi è talmente diverso da sembrare…appunto un altro mondo. Ma ti dirò: non mi sono mai preoccupato di stare al passo.  Nel senso che quando facevo le cose, queste nascevano istintivamente da quello che volevo raccontare, e quindi anche adesso, se ho un’idea, non guardo quello che hanno fatto gli altri. La faccio e basta”.

Per finire…  lo fai un disegno con dedica a La Voce di New York?

“Detto, fatto!”

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