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Claudia Donadoni porta InScena! Stria, un noir che sa di terra e di sangue

Lo spettacolo Stria arriva a New York con la regia di Sergio Stefini e la supervisione di Marco Baliani

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Foto Sergio Banfi

Abbiamo intervistato Claudia Donadoni, autrice e attrice di Stria, opera che attraverso monologhi, dialoghi, improvvisazioni vocali e musicali a cura di Giovanni Bataloni, ci porta nel mondo femminile ai tempi della Santa Inquisizione. Uno spettacolo attuale e con una funzione sociale.

Stria (produzione TDA teatro), di e con Claudia Donadoni, regia Sergio Stefini con supervisione di Marco Baliani, è uno spettacolo che utilizza la tecnica della narrazione in prosa con musica dal vivo di Giovanni Bataloni, passando dal repertorio popolare a uno originale di stampo contemporaneo. L’opera è strutturata come un melologo, dove la drammaturgia testuale è inserita in una partitura drammaturgica musicale in cui la musica non è un semplice accompagnamento. Un ruolo importante nello spettacolo è ricoperto dalla voce dell’attrice e dalla ricerca del linguaggio, una koinè che dalla lingua matris lombarda si mischia all’italiano. L’opera ruota intorno alla vicenda di Rusina, una ragazza veramente esistita nel Varesotto, cresciuta tra pratiche di medicina arborea, superstizioni e feste arboree, sotto l’attento controllo della Santa Inquisizione. Cosima, un’amica d’infanzia di Rusina, viene violentata brutalmente da un uomo uso a simili atti e le donne preparano una vendetta ma Rusina viene accusata di stregoneria e immolata sul rogo.

Ci racconti la genesi di questo progetto?

Esiste un documento storico del 1520, tra i pochi sfuggiti ai roghi della Santa Inquisizione, oggi proprietà dell’Università dell’Insubria di Varese. Questo testo, raccoglie gli atti dei processi a carico di otto donne vissute in quelle zone. Quando lo lessi, fui folgorata dalla bellezza di una di esse. Per un anno andai a caccia di fonti: atti processuali, testi di antropologia, di storia intorno al fenomeno. Rilessi Chimera di Vassalli, libro che amo. Visitai i luoghi di detenzione, le piazze, dove furono accesi i roghi, i boschi dove si organizzavano i ritrovi femminili stando in ascolto per raccogliere più suggestioni possibili. Dopo un anno di ricerche, ho scritto il testo.

Quali sono i punti di forza dello spettacolo? Perché è da vedere?

Sicuramente i temi che s’intrecciano: le persecuzioni femminili, il fenomeno del capro espiatorio, il senso della giustizia, i dubbi della fede; la ricerca dedicata alla lingua. La struttura drammaturgico/sonorasperimentale. Merita di essere visto perché questi temi sono di schiacciante attualità. La storia si ripete. Servono azioni contro queste malvagità. Il teatro è un valore d’uso, un rito collettivo. Uno dei pochi luoghi, oggi, dove si è chiamati a vivere un’esperienza che abbatte le separazioni, crea ponti tra le individualità. Un’occasione preziosa per ricordare che l’arte può rendere, attraverso una consapevolezza che si àncora al vissuto di chi la fruisce, il mondo meno terribile. Per accendere una speranza verso il futuro. Per non dimenticare.

 Cosa significa per te andare in scena a New York?

Penso che per un autore ed interprete di teatro italiano andare in scena a New York, la patria mondiale del teatro, con una propria opera sia un sogno e un grande risultato. Per me lo è doppiamente perché credo nella funzione sociale di Stria. Inoltre, quest’occasione rappresenta, anche una grande possibilità di confronto, d’incontro con altri bravissimi professionisti. Un arricchimento artistico e umano.

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Claudia Donadoni in una scena di Stria – Foto Massimo Alari

Lo spettacolo ha la struttura del melologo, che cosa significa?

In Stria musica e parola s’intrecciano in un’unica partitura in cui il mio corpo, il gesto, la mia voce raccontano. Giovanni Bataloni, che eseguirà dal vivo le musiche durante lo spettacolo, ha privilegiato tre repertori: la musica elettronica, quella contemporanea e quella popolare. Abbiamo lavorato a quattro mani: a volte le suggestioni evocate dal testo hanno fatto nascere la musica; a volte, è accaduto il contrario. Abbiamo sperimentato molto prima di arrivare alla stesura definitiva.

 Come hai proceduto nella stesura della drammaturgia dal punto di vista del linguaggio?

La protagonista Rusina è una giovane ragazza contadina. Nel’500, le persone di quel ceto sociale non sapevano nemmeno scrivere il proprio nome. Sarebbe stato un falso storico farla parlare in italiano. Fedele a Dario Fo’, a Giovanni Testori, ho compiuto una scelta estetica: lo spettacolo è un noir che sa di terra, di sangue. L’italiano non avrebbe avuto la stessa forza drammatica. Ho creato una koinè di dialetti del sud della Lombardia cui affiancare una lingua tra il volgare e l’italiano forbito con influenze latine per l’algida prosa della legge. Per la scrittura in terza persona, invece, ho lavorato intorno all’italiano poetico che la narrazione richiede.

Che ruolo hanno le donne del tuo spettacolo? Cosa rappresentano?

Rusina e le altre donne presenti in Stria incarnano la meraviglia del femminile e del maschile in equilibrio. Innocenza, dolcezza, forza, intelligenza, coraggio, fermezza, determinazione, senso della giustizia, rivalsa. Figure in grado di cambiare la storia. O, almeno, di provare a farlo. Anche a costo della vita. Perché le donne sono la forza della terra.

Stria andrà in scena presso la Casa Italiana Zerilli-Marimò il 15 maggio alle ore 18 e al The Brick Theatre di Brooklyn il 16 maggio alle ore 20.

Per maggiori informazioni: InScena!

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