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Dopo la barbarie dell’ISIS, una biblioteca per ricominciare

Come proteggere i beni culturali in Siria e in Irak: se ne è discusso il 21 maggio all’Università di Udine

Tempio di Baal a Palmira in Siria (fonte wikimedia commons)

Il Dipartimento Studi Umanistici e del Patrimonio Culturale, dal 1994 si impegna nella ricerca archeologica e nella tutela e valorizzazione del patrimonio culturale di Siria e Irak, con la collaborazione della Fondazione Aquileia. Tra le iniziative recenti, un ciclo di mostre intitolato “Archeologia ferita”: si portano in esposizione opere d’arte provenienti dai musei e siti archeologici colpiti da attacchi terroristici.

Dici ISIS e pensi subito a fanatici tagliagole responsabili di centinaia, migliaia di orribili delitti nel nome di un dio impasto di odio, ferocia, fanatismo miserabile. Ma non è solo quello. ISIS, le mille ISIS che da sempre fanno scempio di corpi e di vita, si è dato anche un altro compito: non meno barbaro, non meno crudele, non meno orribile: distruggere la memoria, il ricordo; anche questa è la “missione” di questi farabutti. Per questo si rendono responsabili di una sistematica devastazione del patrimonio culturale e storico.

Come proteggere i beni culturali in aree di guerra come in Siria e in Irak: se ne è discusso nella giornata di studi del 21 maggio scorso all’Università di Udine, organizzata dal Dipartimento Studi Umanistici e del Patrimonio Culturale con la collaborazione della Fondazione Aquileia.

Si può partire dalle devastanti distruzioni di monumenti e siti archeologici perpetrate da ISIS e altri gruppi di fanatici jihadisti in Siria e Irak, ma anche in Afghanistan, Yemen, Mali, Tunisia e Libia… Una pulizia etnico-culturale che abbiamo già visto (e patito impotenti), negli anni ‘90 del secolo scorso, il sanguinoso conflitto che ha dilaniato l’ex Iugoslavia.

Il DIUM dell’Università di Udine, dal 1994 si impegna nella ricerca archeologica e nella documentazione, tutela e valorizzazione del patrimonio culturale di Siria e Irak, con la fattiva collaborazione della Fondazione Aquileia, fin dal 2016 dà vita a un percorso d’informazione sulle distruzioni e violenze operate dal terrorismo fondamentalista nei Paesi del vicino Oriente. Tra le iniziative, un ciclo di mostre intitolato “Archeologia ferita”: si portano in esposizione opere d’arte provenienti dai musei e siti archeologici colpiti da attacchi terroristici.

La giornata di studi affronta anche il tema del diritto internazionale. A settant’anni dall’adozione da parte dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite della Convenzione per la prevenzione e la repressione del delitto di genocidio (9 dicembre 1948), il concetto di genocidio culturale ancora non trova una definizione giuridica precisa; soprattutto, non è incardinato nella legislazione internazionale. Qualcosa si è fatto: a partire dal 2005, l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite ha varato il principio della “Responsibility to protect populations from genocide, war crimes, ethnic cleansing and crimes against humanity”; in poche parole la comunità internazionale si assume la responsabilità di usare ogni mezzo diplomatico, umanitario e pacifico per proteggere le popolazioni nel caso in cui lo stato in cui i crimini stanno avvenendo fallisca nel suo obbligo di protezione. Un principio che tuttavia ancora non è esteso alla protezione del patrimonio culturale.

Daniele Morandi Bonaccorsi è uno dei maggiori studiosi del Medio Oriente antico. Archeologo, partecipa fin dal 1988 agli scavi in Siria. Scoppiata la guerra ripiega in quella parte di Kurdistan controllata dall’Irak, la sua equipe porta alla luce il primo acquedotto in pietra della storia. Bonaccorsi parla dell’importante contributo italiano alla tutela del patrimonio culturale dell’area mediorientale; in particolare l’avvio di un importante e articolato progetto dell’ateneo friulano che riguarda la biblioteca universitaria di Mosul, distrutta da ISIS durante l’occupazione della città irachena fra il 2014 e il 2017: oltre un milione di volumi ridotti in cenere, compreso un Corano abbaside del IX secolo.

“Ho proposto alla mia e ad altre università italiane di donare all’Università di Mosul un certo numero di volumi”, spiega Bonaccorsi. “Per consentire, assieme ad altre donazioni internazionali, alla biblioteca di riprendere a funzionare e a costituire nuovi fondi librari. Prima di partire con questa iniziativa, ho sondato l’interesse da parte dei vertici dell’Università di Mosul. Il Rettore, professor Obay Aldewachi, e il proferssor Ali Aljuboori, direttore dello Assyrian Studies Centre, si sono detti entusiasti e grati per la proposta”.

Il progetto, è stato battezzato “Bayt al-Hikma – Reconstituting Mosul University’s Library”; prevede la raccolta di due tipologie di opere: volumi di letteratura e storia dell’arte italiana e volumi di archeologia orientale. Ovviamente non mancano i problemi: “Mentre la raccolta di libri da donare alla biblioteca dell’Università di Mosul sembra realizzabile molto più difficile il trasporto e la consegna. A questo proposito ho contattato la ditta Trevi di Cesena, incaricata di consolidare la diga di Mosul, che si è detta disponibile a farsi carico del trasporto dei volumi dall’Italia a Mosul”. Trevi è presente da anni nel Progetto della Diga di Mosul.

Pierluigi Miconi, project manager Trevi Mosul, spiega che da tempo collaborano con iniziative di sostegno allo sviluppo delle comunità locali con il progetto ‘Mosul Dam Project for Social Progress’ e sostengono la donazione dei volumi all’Università di Mosul convinti che sia importante “cercare di ristabilire aspetti culturali in questa terra di grandi tradizioni storiche, purtroppo martoriata da anni di guerra”.

Proprio a Mosul, l’antica Ninive, il re assiro Assurbanipal crea la prima biblioteca dell’umanità. Ora si ricomincia.

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