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Venezia 75,  “Il Teatro al lavoro” di Massimiliano Pacifico

Intervista al regista Massimiliano Pacifico

L'avventura umana e artistica della creazione di "Elvira", lo spettacolo di Toni Servillo prodotto insieme al Piccolo Teatro di Milano, tratto dalle lezioni di Louis Jouvet al Conservatorio d'Arte drammatica di Parigi nel 1940.

Nella cornice straordinaria di Venezia75, abbiamo incontrato Massimiliano Pacifico, giovane regista di “Il Teatro a lavoro”, proiettato il 3 settembre nelle Notti Veneziane legate a Le Giornate degli Autori. Massimiliano Pacifico, formatosi alla London Films and Television Studies , aveva già realizzato il documentario Toni Servillo 394 – Trilogia nel mondo, in cui documenta le tappe dello spettacolo portato a Berlino, Mosca, Parigi, New York, Madrid, Istanbul: una lunga tournée internazionale per la messa in scena della Trilogia della villeggiatura di Carlo Goldoni. “Il Teatro al lavoro” è invece un film documentario, distribuito da Kio Film di Valentina del Buono congiuntamente al cortometraggio L’unica Lezione di Peter Marcias, che regala allo spettatore una straordinaria avventura di costruzione e messa in scena dei personaggi di Elvira, lo spettacolo di Toni Servillo prodotto con il Piccolo Teatro di Milano e tratto dalle lezione di Louis Jouvet al conservatorio d’arte drammatica di Parigi nel 1940. Massimiliano Pacifico ha seguito Servillo ed i suoi giovani colleghi, Petra Valentini, Davide Cirri, Francesco Marino, dall’inizio delle prove alla Biennale di Venezia alla messa in scena dello spettacolo al Théatre de l’Athénée di Parigi, passando da Napoli e Milano. Un documentario che diventa una vera e propria lezione pedagogica sul mestiere dell’attore e sull’etica che presiede all’interpretazione.

Com’è nata l’idea di intraprendere un nuovo viaggio documentaristico nel mondo del Teatro?
Sette anni fa ho avuto la fortuna di lavorare con Servillo su di uno spettacolo che aveva messo in scena. Il successo che stava riscuotendo fece immaginare una tournée internazionale altrettanto fortunata. In quel primo documentario, “Toni Servillo 394”, mi sono concentrato molto sul ‘lavoro’ dell’attore e sulla fatiche che si affrontano nel preparare una lunga tournée. Lo spettatore spesso dimentica che un attore porta in scena ogni sera lo stesso spettacolo anche in contesti culturali differenti. Quello stesso spettacolo viene poi donato e recepito agli e dagli spettatori in maniera diversa. L’attore quindi non mette solo in scena lo spettacolo, piuttosto in differenti contesti culturali su ritrova a dover pensare, studiare quelle chiavi emotive che possano trasmettere il ‘messaggio’. C’era poi la fatica fisica da documentare. Dal produttore mi è stata data l’idea di occuparmi ancora di un lavoro teatrale, ma con un focus diverso, addirittura su di un lavoro che si presentava a livello quasi embrionale. Bisognava quindi descrivere quel momento molto intimo tra regista ed attori in cui ‘lo spettacolo’ non ha ancora una sua fisionomia. Una sfida senza dubbio, perché in quella fase di preparazione erano presenti anche degli studenti invitati a seguire il lavoro così delicato ed è così che è nata l’idea di far entrare anche le telecamere. Inizialmente, ero titubante perché avevo già raccontato molto del lavoro teatrale di Toni Servillo. Mi chiedevo se fossi in grado di rendere al pubblico un lavoro appassionante come quello che avevo già realizzato. La risposta è venuta da sé. A differenza del primo lavoro con Servillo, in cui ad essere oggetto di documentazione era la serialità della messa in scena teatrale, in contesti diversi e la differenza di approccio a questi contesti. In questo caso si andava in profondità sul concetto di professionalità, quella dell’attore, per affrontare il personaggio e diventare personaggio che si interpreta. Raccontare quindi il mestiere dell’attore. Un mestiere che si scopre molto faticoso.

Lei ha seguito tutte le fasi di preparazione dello spettacolo, fasi che sono state anche tappe di un percorso formativo per gli allievi, gli attori che accompagnano Servillo. Ci può raccontare come li ha visti cambiare lungo questo percorso, sia professionalmente che emotivamente?
Uno degli elementi caratterizzanti questa avventura è proprio il fatto si possa definire come percorso di formazione. Le persone presenti infatti ne avevano intrapreso uno. La formazione però non basta a fare di un talento un attore. Dei tre giovani attori che hanno lavorato con Servillo, spero di aver catturato la loro evoluzione interiore. Ci sono alcuni momenti particolari in cui si evidenzia un cambiamento emotivo. Un’accelerazione emotiva. Nei loro occhi leggevo la tensione e la fragilità. Non poteva essere altrimenti. Si tratta di ragazzi ancora studenti o appena usciti dagli istituti di formazione e con poche esperienze. D’improvviso andavano a confrontarsi con un maestro su di un testo così complesso. Per me filmare senza mai interagire con i soggetti è stata una scelta, proprio per captare quei momenti in cui l’emotività viene fuori in maniera credibile per chi non la vive direttamente. Petra, in gondola, ce lo trasmette quando con candore e stupore ci dice ‘ancora non ci credo a quello che ci sta accadendo’. È stordita dalla quantità di nozioni, di fatti che sono determinanti alla costruzione di un attore, di una carriera se vuoi, ma come dice Servillo anche alla costruzione di un’identità. Di una consapevolezza.

Ci racconti della relazione che si è creata tra il maestro, Toni Servillo e gli allievi, suoi giovani colleghi sul palcoscenico?
Ci sono stati diversi momenti in cui si palesa la forza di questa relazione. Il maestro e la sua esperienza sono stati i punti di riferimento di immensa forza. Paradossalmente, la potenza e la profondità di questo legame, si comprende quando Toni Servillo rivolgendosi a Petra, in una fase già avanzata del percorso, le dice ‘io non ti darò pietà’. L’attore deve sempre essere calato in uno stato di tensione emotiva. Non può mollare. Ne andrebbe dell’esistenza stessa del personaggio che deve venire fuori da uno sforzo costante e qui Servillo riprende e condivide l’insegnamento di Jouvet. L’attore sottoposto a questa tensione costante è esposto intimamente. Costretto a fare i conti con aspetti del sé sconosciuti. A rivivere in alcuni momenti emozioni così personali da doverne affrontare anche gli aspetti più reconditi. Tutto questo contribuisce alla costruzione del personaggio e del sé.

In un momento come questo quando a prevalere nello show business è il format della ‘fabbrica dei talenti’, creando ‘interpreti’ che spesso dopo un breve successo svaniscono, sottratti alla fama con la stessa velocità che li ha visti salire alla ribalta, crede che il suo docu-film possa essere considerato uno strumento con una forte vocazione pedagogica?
Una cosa che mi fa molto piacere è che questo documentario abbia anche una distribuzione in sala. Questo significa una visione destinata ad un pubblico ampio, anche se non vasto quanto quello televisivo che è abituato appunto alle fabbriche dei talent e che mostrano un percorso di costruzione degli interpreti con tempi molto veloci e ristretti dettati dalle esigenze televisive. Detto questo credo che un interprete, al di là del talento e della passione, non possa costruirsi senza definire e rafforzare i propri riferimenti culturali, anche al di là della tecnica. Il Lavoro di apprendimento, di studio, è fatica, implica uno sforzo. Proprio questo sforzo ti fa innamorare di ciò che fai.  Lo studio, la fatica, lo sforzo come sostegno al talento, ma anche come consapevolezza del proprio lavoro e capacità di gestire quegli inevitabili ‘insuccessi’ che a volte possono arrivare o come il vivere il proprio lavoro anche quando non si è sotto le luci della ribalta.

Cosa crede possa maggiormente colpire ed interessare  il pubblico statunitense?
Una delle cose che credo possa affascinare il pubblico statunitense è il fatto che a supportare una passione ed un’emozione condivisa degli interpreti c’è l’evidenza di uno studio costante, una professionalità ed una devozione che è evidente. La costruzione dei personaggi avviene sviscerando ogni aspetto e curando ogni cosa nel minimo dettaglio.

Per un regista come lei che ha avuto la possibilità di seguire il lavoro nel teatro con produzioni di uno dei massimi esponenti contemporanei nel panorama internazionale, come Toni Servillo, quale futuro intravede per il teatro?
Purtroppo le produzioni teatrali risentono molto del predominio e del proliferare di altre produzioni adatte ad un pubblico televisivo. Internet è poi diventato il mezzo attraverso il quale le nuove generazioni accedono ad una immensa quantità di prodotti artistici e non. Credo quindi che solo attraverso uno grosso sforzo innovativo di rivisitazione anche di opere più classiche e di trasmissione di queste, si possa e si debba provare a catturare l’attenzione dei più giovani.

Come ha interagito con il maestro Toni Servillo e cosa crede che gli sia maggiormente piaciuto del film che ha diretto?
Credo che una delle cose che maggiormente abbia apprezzato sia stata la discrezione della nostra presenza durante tutte le riprese. Il fine era quello di cogliere l’umanità, il tratto essenziale del come si interpreta anche il proprio essere attore e Toni Servillo, la cui fama lo precede e può incutere una certa soggezione, mostra invece tutta la sua passione, un impegno ammirevole nel portare a compimento se stesso come interprete e nel trasmettere agli altri la stessa forza, lo stesso coraggio.

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