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Con “Tolo Tolo”, un maturo Checco Zalone filma l’Africa per scoprire l’Italia

Al debutto anche da regista, nel suo nuovo film Checco Zalone riprende il cinema di Ettore Scola-Alberto Sordi e attraverso i migranti analizza gli italiani di oggi

Dopo i grandi successi di “Cado dalle nubi” (2009), “Che bella giornata” (2011),  “Sole a catinelle” (2013 e “Quo vado” (2016) – per complessivi 170 milioni di euro al botteghino – arriva a Capodanno “Tolo Tolo”, ultimo lavoro di Luca Pasquale Medici, alias Checco Zalone, qui però non solo attore ma anche al debutto come regista.

Un film dove si ride di meno ma in modo intelligente e si riflette di più sull’italiano medio di oggi: meno nazionalpopolare ma più coraggiosamente politico dei quattro precedenti, tutti diretti da Gennaro Nunziante.

Sempre prodotto da Pietro Valsecchi e dalla Taodue, “Tolo Tolo” (costato 20 milioni) è stato ispirato da un’idea di Paolo Virzì, qui co-sceneggiatore con Zalone. Una commedia nel solco di Alberto Sordi e Dino Risi (modelli ispiratori dichiarati da  Zalone), un lavoro sagace, coraggioso, ma davvero faticoso: ha avuto bisogno di un anno e mezzo per la sceneggiatura, venti settimane di riprese tra Bari, Malta, Marocco, Kenia e Trieste, e con una troupe composta da oltre 120 persone. Da aggiungere al tutto il fatto che nel deserto è anche piovuto, dopo vent’anni di siccità!

Checco Zalone in “Tolo Tolo”

E’ un film che, attraverso le sventure di un italiano sognatore, racconta la tragedia dei migranti africani, pur se, necessariamente, “edulcorata”, ma che non vuol parlare dell’Africa, bensì dell’Italia: ad esplicitarlo anche il ricorso a canzoni di Al Bano, Sergio Endrigo, Francesco De Gregori e Nicola Di Bari (che nel film interpreta lo zio Nicola).

Checco Zalone è un imprenditore che ha portato la sua famiglia sul lastrico inseguendo il sogno di aprire il ristorante “Murgia Sushi” a Spinazzola, nel cuore pugliese della carne. Fuggito in Africa “dove gli sarà possibile continuare a sognare” – a Malindi, dove trova lavoro come cameriere in un resort turistico -, si trova a fronteggiare Boko Haram e l’Isis ma senza rendersi conto della situazione – mentre cadono le bombe lui si preoccupa soprattutto dei creditori e dei parenti che lo perseguitano al telefono (“le mie due mogli sono meno umane dell’Isis”). Nel resort stringe amicizia con il giovane collega Oumar (Souleymane Sylla), che ama i film di Pasolini e sogna di emigrare in Italia per fare il regista, e stringe una forte amicizia con Idjaba (la brava francese Manda Touré) che custodisce il piccolo Doudou (come il cagnolino di Berlusconi!), alias Nassor Said Birya. Idjaba è una donna coraggiosa, agli antipodi rispetto a Checco, che cambia nel corso della storia ed in ogni paese si trova ad affrontare stati d’animo diversi. Quando i quattro decidono di emigrare in Europa trovano ad aiutarli Alexandre Lemaitre (il francese Alexis Michailik), fotografo che viaggia in tutto il mondo ma passa però anche molto tempo sul suo account Instagram: insomma, gli importa eliminare la povertà del mondo ma anche avere tanti like e followers ed un look accattivante. Ricorda un po’ l’oggi di qualcuno?

“Tolo Tolo”  (che significa “Solo Solo”) è un film ambizioso, che, pur se non sempre riuscito nel ritmo e concretezza, è però molto attento a non cadere troppo nel buonismo (bambino e migranti potevano dare adito a ciò) o nel cinismo ed è abile a non scadere nella facile presa in giro o nel moralismo. E’ una metafora grottesca sull’incapacità di molti di guardare oltre il proprio congenito egoismo. Da qui quell’improvviso Zalone che parla come posseduto dallo spirito di Mussolini (“Non ti preoccupare, ce l’abbiamo tutti dentro il fascismo – gli dice un compagno di viaggio – E’ come la càndida, esce con lo stress e il caldo” e “Come si cura, con il Gentalyn?” chiede Zalone. “No, con l’amore” è la risposta).

Critica gli italiani, ma anche lui non è perfetto: per tutto il viaggio sembra preoccuparsi solo della crema contro le occhiaie che non trova più e le sue necessità sono sempre al di sopra di tutto, creando problemi ai compagni di viaggio.

Come detto sopra, è un film coraggioso che richiama certamente alcuni aspetti già toccati dal nostro cinema (da “Riusciranno i nostri eroi…”, di Ettore Scola con Alberto Sordi, a “Io sto con gli ippopotami”, di Italo Zingarelli con Bud Spencer e Terence Hill, a “Storia di un italiano”, programma tv di Alberto Sordi), ma ci presenta un Checco Zalone più “impegnato”, che quasi esorta gli africani colti e cinefili a “pensare all’Africa, troppa cultura e poca moneta”.

Il tutto condito da molti momenti davvero esilaranti, da sferzate politico-sociali non da poco, a 360°:  come il personaggio di Gramegna (Gianni D’Addario) ex amico di Zalone senza arte né parte in gioventù divenuto improvvisamente un politico di successo che ha avuto la carriera di Di Maio, si veste come Conte e parla come Salvini; o come la conclusione della vicenda dei migranti che li vede distribuiti nell’Europa a seconda del peso e mediante un bussolotto con le palline dei vari Stati, tipo sorteggio di Coppa del Mondo e affini, o come quando si trova ad immaginare un nero che canta la pizzica o una nazionale di calcio tutta di colore che canta come inno “Italia Italia” di Mino Reitano.

Alcune cose faranno invece discutere – come lo ha fatto la clip del trailer in cui canta ‘Immigrato’ che qualche associazione umanitaria ha ritenuto razzista – a partire dalla scena in acqua dei migranti, modello Ester Williams, che cantano “Se t’immigra dentro il cuore” (scritta da Zalone) o diverse punzecchiature alla destra di Salvini. “Non volevo fare un film contro Salvini – ha detto Zalone -. E poi se è contro di lui sarà Salvini stesso a dirlo”. “Non avrei investito venti milioni per fare un film contro Salvini” gli ha fatto eco il produttore Pietro Valsecchi.

Certamente, comunque, “Tolo Tolo” non è un film “ecumenico”.

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