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In Hammamet di Amelio, Favino è proprio Craxi, seppur così perfettamente sprecato

Vale la pena vedere il film sugli ultimi mesi dell'ex premier e leader socialista in esilio in Tunisia, anche se si deve stare attenti alla sua segreta pedagogia

Gli ultimi giorni di Bettino Craxi ad Hammamet nell'illustrazione di Antonella Martino

Un diamante in un castone di latta. Questo è “Hammamet”, il film di Gianni Amelio su Craxi.

E non che la prova magistrale di Pierfrancesco Favino soffra di un racconto scadente, in termini propriamente cinematografici. Sceneggiatura, fotografia, musiche, scenografia, costumi, trucco. Se ne può discutere, certo. Tuttavia, non è questa la direzione critica essenziale. Non è banalmente “scarsa” la cornice intorno al “Presidente”. Il contrasto, quasi un urto, si coglie anzi proprio su un piano che si potrebbe dire drammaturgico. Sul quale, perciò, tutta la costruzione artistica si presenta con un’intensità di almeno sufficiente mestiere.

Vediamo un volto, udiamo una voce, osserviamo gesti, seguiamo silenzi, captiamo sguardi che, mentre catturano per la loro immediata verità (Favino è Craxi, perfettamente), con appena percettibile movimento, sono piegati, sospinti, nel fondo equivoco di una “colpa”: i cui caratteri e, prima ancora, la sua esistenza, sono fatti insinuare secondo una tesi, che in effetti è un postulato.

Il film, la sua segreta pedagogia, sono tutti nel prologo. Che non ha l’apertura verso il Bene/Male di quello duplice e ghoetiano; al contrario, è un “In nomine patris” monolitico e invalicabile: a chi è in sala, è prescritta una conoscenza già acquisita, dove il Male attende solo di essere pietosamente accolto.

Solo che la costruzione è raffinata, si direbbe gesuitica. È scritta col limone, appare e presto scompare. Qui si lavora sul “foro della coscienza”.

In poche battute, circa due minuti, Vincenzo, tesoriere del Partito (Balsamo?), presentato nell’effige di un’inquietudine flagellante e flagellata, parla di presenze investigative, di un occhiuto perscrutare, che aleggia anonimo, fantasmatico eppur vicino, incombente come un San Michele Arcangelo. Tre anni prima di Mani Pulite. Quando non c’era alcuna indagine milanese. Ma c’era, suo terreno di coltura, la “lettura” del “tradimento a sinistra”, divenuta, all’altezza della scena, ormai mitologia maledicente, ampiamente “vulgata”: common sense. Niente indagini, tuttavia, a Milano.

Vincenzo si rivolge a un Craxi/Favino (o Favino/Craxi), troneggiante in una pienezza satrapica che, a Congresso/Bolgia appena concluso, pare ancora debordare dallo schermo piramidale dell’Ansaldo.

È la prima, e definitiva, raffigurazione del tormento negletto, della coscienza morale irrisa, dell’impurità elevata a disinvoltura da lenocinio: “Sei venuto a fare l’anima bella”.

Il riferimento ghignante alla “Chiesa”, che “nei secoli” si è “sempre finanziata”, risuona distratto, rimasticato, e risulta fiacco. Così, la “ragione”, ogni ragione, di Craxi è subito intestata al registro del grottesco e del bolso, amplificato dal codazzo sottomesso e godereccio, che attende il satrapo: impaziente di liquidare, fra allusioni pettegole e larvate minacce, l’importuno, solitario e abbandonato.

Bettino Craxi interpretato da Pierfrancesco Favino nel film di Gianni Amelio (Foto da Wikipedia/RedDead720)

La “discussione”, sulla dramatis persona che è Craxi e, con lui, l’intera Repubblica nel suo tornante decisivo (dopo, saremo solo contesi fra un Tribunato della Plebe e un Senato Giudiziario: comunque, vivremo senza effettiva democrazia), è fatta abortire: così che, prima che scorrano i titoli di testa, essa è già sottratta al tragico, in cui tutta quella vicenda umana e politica attendeva di essere iscritta.

Fissato come un perimetro, ecco allora il Craxi voluto dall’Immaginario Giudiziario: non poteva non sapere, perché, realmente, sapeva. Questo, il castone di latta.

Il resto del “racconto”, sarà pertanto una lunga e accorta dissimulazione di questa “preliminare verità”: opportunamente “richiamata” in poche, ma subliminali sequenze, e fatta maschera, nel figlio di Vincenzo, Stefano: sorta di Coscienza e seconda, ma già superflua (dopo il Prologo/Perimetro), figurazione del dolore seminato e diffuso da Craxi. Ne baluginerà anche il pensiero/desiderio di un omicidio/pena capitale, che una pistola, nominata ma invisibile come una Presenza, comunque non traduce in atto. E sarà solo il più vistosamente sinistro, fra i “volti” di una Giustizia che, secondo il Postulato, non sarà mai compiutamente appagata.

Il racconto è un gioco di abilità, e di sottile “prevenzione”. Il “Presidente” parla alla sua Coscienza, e tutti i suoi argomenti, che sono gli argomenti del piano storico negletto, appaiono invece nei termini di una complessità ridotta a catechesi; quando serve, anche mediante poche ma efficacissime “libere trasposizioni”: a cominciare dal tema del suicidio.

Sappiamo, infatti, che Vincenzo si è suicidato, facendosi alimento di un rimorso cui Craxi/Favino parrebbe voler resistere: ma che l’incarnazione, plastica e inarrestabile di un volto giovanile e indifeso, il figlio Stefano, vince.

E la vittoria è definita (e siamo ancora in un ideale Primo Atto, in effetti Atto Unico), nell’abbraccio misterioso con cui Craxi, fra i crepiti di armi simil-miliziane in perenne allerta anti-nemico, lo accoglie nel giardino di casa, dove si era nascostamente introdotto, a figurare un senso di colpa che si insinua, felpato e inarrestabile. E si potrebbe qui osservare che la scena, con quello spianare e sparare di armi, consegna una probabile reductio, con venature caricaturali, della più articolata interpretazione craxiana, concernente convergenze di interessi a lui ostili: “una pagliacciata”, dirà la figlia, di questa azione: finendo col risolvere il giudizio in un involontario “a parte” metateatrale.

I suicidi, in verità, furono terribile cornice dell’indagine, e, alla morte reale del tesoriere, per infarto, è legata forse la più dolorosa delle frasi di Craxi, e di un suo diverso tormento: “Hanno creato un clima infame”.

La struttura “rinnegante” agisce con ritmo inflessibilmente pedagogico. Lei non si è difeso in Tribunale, gli dice Stefano, Coscienza e Confessore, che “verbalizza” su telecamera VHS. In Tribunale Craxi andò, nel Grande Processo Sacrificale, Cusani, messo in scena con doviziosa cura televisiva, ma, invito domino, annichilendo Di Pietro, fino a suscitare le ire del Procuratore Borrelli.

Lei è stato condannato con sentenza definitiva, prosegue; ma erano state le confessioni oscuramente ambigue, quelle scaturite ai confini del vero suicidio (disperato, esplicito e nobilmente esplicitato) di Gabriele Cagliari, ad avvelenare la sostanza, non solo giuridica, ma soprattutto morale e veritativa di quelle sentenze.

Una volta rimosso, e tanto radicalmente, un simile spettro dalla coscienza italiana, così essa stessa estromessa dall’opera, anche le proteste di Craxi: sul Parlamento “sotto scacco”; sulla degenerazione della democrazia in demagogia: “il popolo oggi si chiama gente”; sul chiudere in cella e “fare fondere la chiave”; sulla “Rivoluzione falsa, come i suoi eroi”, risultano agire senza vigore: lasciate, semmai, stancamente echeggiare quali parole di una liturgia difensiva spenta e, così, neutralizzata.

Un altra scena dal film “Hammamet”

La dimensione “privata”, il ripiegamento intimo e interiore, pure materia di indicibili delicatezze (i giochi col nipote), di incomunicabili sofferenze (nell’adesione totale della figlia-scudiero), di laceranti incomprensioni (col figlio), di intersezioni sentimentali (nell’apparizione dell’altra donna, “ una parte importante della mia vita, l’ultima cosa che vedrò prima di morire”), di candori quotidiani (il cibo condiviso, e “preso” dai piatti altrui), a ben vedere, appare costituire una struttura “giustificante” dell’autoinquisizione: trama destinata a connettere, e conferire “serietà”, “credibilità”, alla intenzione redentiva, costantemente in sottotraccia. Dunque, uno sfondo, un calcolato maquillage psicologico-narrativo destinato essenzialmente alla platea, e ai palchi reali: all’Ordine di oggi.

In questo modulo, va forse considerata la mezza catastrofe onirico-mistica, che conduce alla conclusione: persa fra un grottesco parafelliniano (un Cafè-Chantant: sul palco, l’allucinata sagoma di un Craxi muto ed inerte su una sedia a rotelle, forse ormai trapassato; intorno, due guitti pacchianamente travestiti, di cui, però, fra l’inafferrabile rumore canoro, rimarrà chiara la parola-chiave: “bustarelle”), e una curvatura vagamente parabolica (Il Figliol Prodigo? che levita in un oscuro empireo accanto al padre o Padre/Omero Antonutti, appena incontrato ad altezze gotiche, assiso fra le guglie del duomo milanese?). Ancora una volta, però, è uno svolgimento che sedimenta solo il demone di un’inquisizione interiore: “Che hai fatto, stavolta?”.

Non lo sapremo mai: in un colloquio-giudizio finale, fra la figlia e Stefano, riemerso, morto il “Presidente” da qualche tempo,  da ospite di un ospedale psichiatrico, vediamo consegnare l’uno all’altra la cassetta VHS, su cui erano stati registrati quelli che si potrebbero definire i “Colloqui di Hammamet”: dove sono custodite “cose che non aveva detto nemmeno a te”; raccomandandole di tenerli segreti, perchè “se le prendono loro, ci sporcano il nostro Paese”.

Un’impennata ammonitrice reticente, lasciata tra il delirio e la “verità inconfessabile”: sapremo dal medico presente, infatti, che quelli come Stefano “non guariscono, perchè non sono malati”. Una follia in penombra e, dunque, una verità che può essere tale, non intaccata da un’impossibile diagnosi, da un critica razionale alla credibilità: la superstizione del segreto può rimanere perpetua. 

E l’epigrafe conclusiva, un catalogo di qualificazioni-imputazioni: “maleducato, manigoldo, malfattore, malvivente e maligno”, inflitte da un’ombra pretesca, che incombe sul Craxi fanciullo-teppista, richiamato alla memoria mentre è colto a frantumare con una fionda le vetrate di un oratorio (lo stesso, e nello stesso gesto, nel quale si era aperto il film, sorta di prologo del prologo), compendiano il metodo della “dannazione interlineare”: del “dico, negando, e del nego dicendo”.

Qui affidato all’ambiguità del rimprovero che, ad un tempo, potrebbe qualificare la pochezza dell’Autorità, e significare una verità sorpresa in statu nascendi: nell’indole di una malignità solo coperta da infantili fattezze. E’ un rischio, però. Che va fugato.

La simbologia del frastuono, stavolta così scoperta da sfiorare la rozzezza, supera infine l’apparente biforcazione del giudizio, confermando la cifra del demerito/colpa: la mano che manda in frantumi la vetrata, è la stessa che ha mandato in frantumi l’Italia.

Godetevi la vista del diamante, anche se effimera, e un po’ abbacinante.

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