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“The Fourth Kingdom”: Federico Guarascio e il documentario sui raccoglitori di plastica

Intervista all'italiano che a New York ha trovato il luogo ideale per produrre documentari a sfondo sociale, come quello sui riciclatori di Brooklyn

Federico Guarascio

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Dai piccoli vicoli di Trastevere agli immensi viali di New York, per inseguire il sogno di diventare un produttore cinematografico. Federico Guarascio, 34 anni, è partito nel 2016 da Roma con una valigia in mano pensando di tornare in Italia dopo un mese, e invece ha scelto gli Stati Uniti come nuova casa. Qui si sta facendo largo nel mondo del cinema. Recentemente ha prodotto il film documentario “The Fourth Kingdom” – che ha vinto il primo premio al Brooklyn Film Festival – un’opera coraggiosa ambientata in un centro di raccolta in cui barattoli e bottiglie di plastica vengono scambiati con denaro contante. Una pratica che a New York sta prendendo sempre più piede.  

Quando e perché hai deciso di lasciare l’Italia?

“Quasi per caso. In Italia lavoravo per una piccola compagnia di produzione di documentari. Poi, nel 2016, ho vinto una borsa di studio che mi ha dato la possibilità di frequentare per un mese la New York Film Academy. Non sono più tornato a casa. Ed è stata la scelta migliore della mia vita”.

Lavorare come produttore in Italia o negli Stati Uniti. Quali sono le differenze?

“Il mondo del cinema in Italia è morto: mancano i fondi e la mentalità di base è sbagliata.  Se hai un bel progetto in mente trovi solo chi è pronto a scoraggiarti. “Non ce la farai mai”, “è troppo difficile”. Qui è esattamente il contrario: hai un’idea o un progetto? Ti finanziano. Investono su di te. Hai la percezione che ce la puoi fare”.

“The Fourth Kingdom”, il tuo ultimo documentario, è ambientato in un centro di riciclaggio dove poveri ed emarginati scambiano bottiglie di plastica per pochi centesimi. Com’è nata l’idea?

“È una pratica diffusa a New York: raccogliere bottiglie di plastica e consegnarle a centri di raccolta in cambio di pochi centesimi. C’è gente che ci vive così. L’idea è nata per caso, passeggiando vicino casa, a Brooklyn. Mi sono imbattuto in questo centro di raccolta e ho iniziato a frequentarlo. Io e la troupe abbiamo passato tantissime ore lì dentro, tanto che agli occhi di chi lo frequenta abitualmente siamo diventati invisibili. Ed è allora che abbiamo cominciato a filmare. Come dice Agnès Varda: ‘C’è una storia nascosta in ogni angolo. Basta essere curiosi e lì dentro di storie ce n’erano davvero tante. In primis quella di Renèe, il protagonista. Un ex alcolista che attraverso l’attività di raccolta è davvero rinato”. 

Non è il primo documentario che produci a sfondo sociale. “Godka Cirka” (2013) raccontava la vita di Alfa, una donna del Somaliland. 

“Sì, anche se il nostro intento non era quello della denuncia sociale. E’ stata sicuramente una delle maggiori sfide che ho affrontato nella mia carriera: le difficoltà logistiche sono state tante e abbiamo toccato un argomento delicato. Le donne nel film vivono in un paese in cui i loro diritti sono quasi inesistenti; abbiamo avuto impedimenti politici da parte del governo locale. Ma alla fine abbiamo portato a casa un risultato eccellente”. 

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