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Il cinema al tempo del coronavirus: ora New York ci può emozionare dai film

New York con le strade deserte e i grattacieli vuoti sembra ormai essere una città minacciosa eppure ci resta ancora quella finestra sul cortile...

Una scena dal film "Io sono leggenda" con Will Smith

E’ difficile riuscire a scrivere in queste settimane che sembrano lunghissime ma invece scorrono via così in fretta, mentre siamo travolti da parole e informazioni. La parola stessa è difficile di questi tempi, più delle immagini, che invece in queste giornate sono più facili, si lasciano guardare, intrattengono, ci fanno immediatamente entrare in altre vite e altri mondi. Si fa fatica a scrivere come si fa fatica a leggere (o almeno per molti di noi è così) e allora si guarda un film, si guardano tanti film, serie televisive infinite, episodi interi o a pezzettini giusto per distrarre la mente magari anche solo per un momento, ma che è proprio il momento necessario. Stand-Up comedies in streaming, spettacoli teatrali dai salotti o vecchie registrazioni di un’opera lirica – si, anche la musica è più facile della parola in questi giorni – tante forme d’arte, di cultura e intrattenimento ci vengono in soccorso in queste settimane che diventano mesi. E non solo ci vengono in soccorso facendoci passare piacevolmente un po’ di tempo ma se sappiamo scegliere ci fanno scoprire storie e luoghi, vedere le cose da un altro punto di vista, ci fanno pensare, emozionare e ci permettono di affacciarci a mondi che in questo momento ci sono preclusi.

Su questo argomento come su molti altri sembra che tutto sia già stato detto, scritto, pensato, e qualunque cosa si voglia aggiungere rischia di essere ridondante o superflua. Ma ho pensato di scrivere qualche pensiero che forse è comune a molti, sicuramente a chi come me lavora nel cinema, in qualunque sua forma.

Abbiamo tutti una nostra finestra sul cortile in queste settimane, uno sguardo sulla strada sotto casa, sul palazzo di fronte, sulla corte che ci divide dai vicini, chi è più fortunato ha una finestra sul mare, su un giardino, sui boschi. Ma rimane una finestra su un mondo limitato, che è quello intorno alla nostra casa, in cui c’è chi stende il bucato, chi prende il sole, chi chiacchiera da una finestra all’altra, ascoltiamo i rumori, vediamo la luce del sole che cambia. Si spera che non assisteremo a delitti o cupi misteri da risolvere, come toccava invece a James Stewart nell’amatissimo film di Hitchcock che, d’altronde, era il maestro del brivido, quindi delitti e misteri ci dovevano essere per forza in quel cortile…. Noi ci limitiamo ad affacciarci alla nostra finestra e guardiamo fuori, sapendo comunque che qualche piccola, anche piccolissima cosa, a guardar bene, succede sempre. Ma c’è una finestra più grande, che ci riporta ad altre storie e altre vite, altri luoghi, altri tempi, anche semplicemente a poche settimane fa, in cui le nostre abitudini erano diverse, erano ‘normali’. E questa grande e meravigliosa finestra è proprio il cinema, oggi più che mai anche declinato in tante, belle serie che altro non sono che film a episodi.

Una scena da “Una finestra sul cortile” di Alfred Hitchcock

Cineteche e mediateche di tutto il mondo si sono attrezzate con generosità per permetterci di accedere ai loro archivi, piattaforme in streaming offrono sconti e regalano mesi di visioni gratuite, ci sono produzioni e distribuzioni che mettono on line i film e i documentari che hanno realizzato e hanno a disposizione, c’è YouTube con il suo patrimonio di vecchi film da scoprire o rivedere. Il cinema quanto mai adesso è nelle nostre case, è appunto la nostra finestra sul mondo. Anche quando ci propone possibili mondi futuri. Fantascienza, si sarebbe detta in alcuni casi quella che invece oggi è una quasi-realtà: città deserte, contatti umani rarefatti se non addirittura evitati, per proteggerci e proteggere gli altri, una natura che in breve si riappropria di spazi, dell’aria e del mare che l’uomo stava occupando danneggiandoli irrimediabilmente. Nuovi modi di lavorare, di muoverci, di relazionarci agli altri e prima ancora a noi stessi.

Nulla di tutto questo sembra poi tanto fantascientifico adesso. E ancor di più se si pensa a una città come New York, che vive dell’energia dalle persone, ora sembra un’altra città, la cui bellezza lo capiamo adesso è data sì dallo skyline, dalla baia e da tanti scorci meravigliosi ma prima di tutto è data dalle persone che qui arrivano da tutto il mondo portandosi dietro le loro storie, la loro cultura, la loro lingua, la loro vita. New York con le strade deserte e i grattacieli vuoti sembra non essere più New York ma piuttosto una città vuota e minacciosa – un titolo per tutti: Io sono leggenda. E’ di questo che è fatta New York, della vita, forse più di ogni altra città al mondo, ed è di questo che è fatto il cinema. Storie, persone che si incontrano, lavorano, si innamorano, viaggiano, persone che, ciascuna a suo modo, cercano semplicemente di essere felici. Ma raramente in un film il nostro protagonista è felice da solo. Si, c’è Tom Hanks che sopravvive per anni su un’isola deserta ma non a caso disegna la faccia a un pallone per potersi relazionare a qualcun altro, per avere qualcuno vicino.

Al tempo stesso, se è vero che il cinema ci sta aiutando e molto, anche emotivamente, in queste settimane, è anche vero che adesso come non mai capiamo il valore di una visione condivisa con altre persone, di un’esperienza unica e assoluta che è la sala cinematografica. E il pensiero va inevitabilmente alle tante sale indipendenti al di qua e al di là dell’oceano che faranno molta fatica a ripartire, quando la tempesta sarà passata, e che avremo il dovere di sostenere ed aiutare, lo avremo come cittadini e come governi (speriamo) così come tutto un settore che è tra i più penalizzati e fragili in questo momento e di cui si parla troppo poco. Film, festival, rassegne cinematografiche, riviste, tutto dovrà aspettare e forse dovrà cambiare, come anche il fare cinema, con i set cinematografici affollati di troupe e attori che non possono tenere nessuna distanza di sicurezza. Sono tanti gli aspetti della vita sociale, culturale e prima ancora economica a cui eravamo abituati che dovranno cambiare, e che faranno fatica, molta. Magari sapremo approfittare dell’occasione e troveremo nuovi modi, meno sprechi, maggior attenzione, e questo vale per chi il cinema lo fa, per chi lo sostiene rendendolo possibile e per chi lo guarda.

Il cinema in qualche modo resisterà, e ripartirà, anche se ancora non possiamo sapere quanto dovremo aspettare. Sperando che tutti quelli che in questo difficile periodo di isolamento, che è anche un periodo di paure e preoccupazioni, sono stati contenti di guardare un film – o tanti film- una serie, qualche episodio qua e là, perché era un modo piacevole per far passare la giornata, e poi la settimana, e poi il mese, o anche solo se sono stati aiutati a distrarsi per un momento dalle preoccupazioni per il presente e per il futuro, ecco, sperando che tutte queste persone, e sono tante, se ne ricordino quando, un po’ alla volta torneremo a una nuova normalità, a girare nuovamente film e documentari, a produrre e distribuire, a scrivere di cinema a riaprire le sale cinematografiche. Perché il timore è che in un attimo venga tutto dimenticato e il cinema, l’arte, la cultura diventino per i nostri governi e le nostre società quei settori superflui e improduttivi come già sciagurati politici e governanti in passato ci hanno voluto far credere. Ma chissà che non impariamo qualcosa da tutto questo, che ne venga fuori una società migliore, dei cittadini migliori. Chissà.

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