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La TV italiana ai tempi del Coronavirus riscopre le sua vocazione educativa

In regime di clausura, con teatri, bar e cinema chiusi, gli italiani hanno passato più tempo davanti agli apparecchi televisivi. "Tutti a casa" con Aldo Grasso

Lo studio virtuale di Tutti a Casa! Logo di Francesco Maria Mussini, elaborazione grafica di Dado Carillo

Dalla conversazione con Aldo Grasso, ordinario di storia della televisione alla Cattolica di Milano per 'Tutti a Casa!', il programma della Casa Italiana Zerilli-Marimò emerge che non è pensabile riproporre in blocco il modello televisivo delle origini, ma la forzata riscoperta della televisione e delle sue potenzialità educative ci ha resi telespettatori più esigenti

Sembra che ci sia solo una Fenice che emerge vittoriosa dalle ceneri di desolazione, di morte, angosce, fobie e depressione che il Coronavirus si sta lasciando dietro: Mamma Televisione. Ormai data per morta o per lo meno in stato di coma irreversibile da molti, ecco la sua inaspettata rivincita sui nuovi media con più del 20% di ascolti negli ultimi tre mesi. In regime di stretta clausura , con teatri, bar e cinema chiusi ,gli italiani di ogni età hanno passato una media di più di un’ora al giorno davanti agli apparecchi televisivi.

Ho avuto modo di riflettere su questo dato e sul ruolo della televisione durante la pandemia , grazie a una lunga chiacchierata che ho condotto recentemente con lo storico della TV, Aldo Grasso. Conosciuto ai più come editorialista del ‘Corriere della Sera’, il professor Grasso è stato mio ospite nel programma ‘Tutti a Casa!’, prodotto dalla Casa Italiana Zerilli-Marimò della New York University (disponibile su Facebook e YouTube).

Negli ultimi anni l’esperienza televisiva si è arricchita di nuove piattaforme in streaming e su richiesta (on demand) a pagamento, e anche la televisione di stato con RAI Play si è attrezzata sullo stesso fronte con una ricchissima offerta di programmi sia nuovi che provenienti dal suo glorioso archivio storico. Ma sono i canali gratuiti disponibili sul digitale terrestre che hanno fatto registrare un incremento significativo di ascolti. Ma cosa hanno guardato e stanno guardando gli italiani sui teleschermi? Ovviamente notizie, a partire dal rito macabro e seguitissimo del conteggio dei morti e dei contagiati nella conferenza stampa quotidiana della Protezione Civile. Nel bailamme delle notizie false e delle teorie cospirative che pullulano sui social media i telegiornali vengono comunque percepiti come fonti autorevoli e sicure, nonostante alcune contraddizioni anche tra gli esperti consultati come oracoli.

Ma la novità più dirompente è stata che la televisione è tornata a insegnare, ad essere mater et magistra, com’era nella sua vocazione originaria. Nelle sue pubblicazioni e nel documentario a puntate sulla storia della televisione mandato in onda lo scorso febbraio (e non si sa perché non disponibile in questo momento su Rai Play) Grasso ha ricostruito e analizzato uno dei punti fondanti degli inizi della RAI: il programma ‘Telescuola’. In molti ricordano il maestro Manzi e il suo “Non è mai troppo tardi” che insegnò a leggere e scrivere a migliaia di italiani, ma pochi sanno che il programma di Manzi faceva parte di un ben più ambizioso programma che aveva visto l’alleanza fra la RAI degli anni ’50 e il Ministero della Pubblica Istruzione. La RAI ci mise ripetitori, antenne, televisori installati in oratori, case del popolo e altri luoghi comunitari (Posti Ascolto Telescuola) e soprattutto programmi ad hoc mandati in onda alla mattina e nel primo pomeriggio. Il Ministero ci mise 1626 insegnanti sparsi per tutta Italia che servivano come tutori e supervisori del progetto formativo. Possiamo dire che l’insegnamento a distanza ,al quale docenti e studenti hanno dovuto adattarsi a causa delle misure per la prevenzione del contagio da Coronavirus, era stato inventato una settantina di anni fa proprio dalla RAI.

La vocazione educativa della televisione non si esauriva con i programmi strettamente didattici, ma anche con i grandi teleromanzi che pur con tutti i limiti formali (più teatrali e radiofonici che cinematografici) hanno contribuito all’alfabetizzazione letteraria del paese e anche con i seguitisssimi pur se vituperati quiz di Mike Bongiorno, che premiavano comunque chi aveva studiato sul serio un soggetto specifico anziché chi indovina quanti fagioli ci sono in un vaso o chi è parente di qualcuno.

Ovviamente non è pensabile riproporre in blocco quel modello televisivo, spesso definito paternalista, ma sarebbe abbastanza se questi mesi di forzata riscoperta della televisione e delle sue potenzialità educative ci avessero resi più esigenti come spettatori e  come cittadini.

 

 

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