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Sophia Loren con tutta “la vita davanti a sé”, perché certe cose “non si dimenticano più”

La grande attrice italiana torna a recitare nel film diretto dal figlio Edoardo Ponti in onda su Netflix e per la rivista Variety si riavvicina l'Oscar

La rivista Variety l’ha già inserita tra le possibili candidate alla statuetta, che potrebbe arrivare grazie al suo nuovo impegno agli ordini del figlio Edoardo Ponti, regista di La vita davanti a sé.

Sophia Loren nella parte di Rosa in “Tutta la vita davanti a sé”

Il 20 settembre scorso Sophia Loren ha compiuto 86 anni, molti dei quali passati sul grande schermo, eppure ancora oggi per lei ogni film è come se fosse il primo, addirittura “l’unico della sua vita”. Così è stato per La vita davanti a sé, in streaming su Netflix dal 13 novembre, che la vede protagonista agli ordini del figlio Edoardo Ponti. Una storia toccante e densa di verità, tratta dal romanzo omonimo scritto da Romain Gary nel 1975 e portata al cinema in precedenza già nel 1977 da Moshé Mizrahi.

Allora fu Simone Signoret a interpretare la Madame Rosa alla quale oggi dà vita la nostra Sophia, un’anziana ex prostituta ebrea che per sopravvivere ospita nel suo piccolo appartamento di Bari una sorta di asilo per bambini in difficoltà. Con uno di questi, il turbolento dodicenne di origini senegalesi Momò, si instaura una relazione molto conflittuale. I due, infatti, sono diversi in tutto: età, etnia e religione, ma ben presto si rendono conto di essere anime affini, legate da un destino comune che vedrà cambiare le loro vite per sempre creando una profonda quanto inaspettata amicizia.

Sophia Loren in una scena con Momò

Il regista lo definisce un adattamento “bello e difficile”, soprattutto per l’inevitabile necessità a sacrificare questa o quella parte di un libro tanto bello… “Ma non si può fare altrimenti per raccontare il cuore di una storia” spiega Ponti, che ha scelto di concentrarsi sull’amicizia tra i due. Anche a costo di caricare in maniera forse troppo didascalica alcuni momenti di intensa drammaticità o di trascurare altre linee narrative e un certo equilibrio nello sviluppo, che alla fine risulta quasi solo funzionale alla creazione di un contesto storico e sociale sul quale far risaltare la vicenda del piccolo profugo. Oltre ovviamente a quella della donna, un personaggio che ha riportato la Loren indietro nel tempo, a un passato comune impossibile da dimenticare.

“Quando accadono certe cose nella vita di una persona, non si dimenticano più, restano dentro, costantemente presenti – ricorda la grande attrice italiana. – Forse a me è servito proprio il fare cinema, e incontrare dei personaggi che mi ricordassero la guerra e quello che ho vissuto ha influito in maniera positiva anche sulla mia recitazione”. Che purtroppo negli ultimi anni si è limitata quasi esclusivamente ai film diretti dal figlio Edoardo. Come dimostra il fatto che a parte il Cuori estranei del 2002 e il mediometraggio Voce umana del 2013, nel nuovo millennio l’abbiamo vista apparire solo in Peperoni ripieni e pesci in faccia di Lina Wertmüller (2004) e nel Nine di Rob Marshall (2009) ispirato all’omonimo musical di Broadway, tratto da una piéce del commediografo aquilano Mario Fratti.

“Sono rimasta molti anni lontana dai set, ma non me ne sono neanche accorta” confessa Sophia, che ammette di aver scelto di rilassare la testa e dedicarsi ai figli. “Non li ho visti molto crescere, – continua,  – e quindi ho deciso di stare con loro, di vivere una vita di famiglia. Poi si vedrà”. Intanto è tornata davanti alla macchina da presa con una storia che le piaceva “tantissimo” e che “valeva la pena”, per lei, personalmente. Dopo tanto tempo passato a “rimuginare”, insomma, e aver fatto “tutto quello che doveva”, l’occasione ideale per volgersi ancora a quel suo primo amore, una parte “importantissima” nella sua vita.

“I momenti che volevo interpretare in modo esatto erano situazioni che non avevo mai incontrato prima d’ora nella mia carriera” aggiunge la Loren, grata al figlio per averle regalato un palcoscenico come questo, e un personaggio che – stando a Variety – potrebbe regalarle il suo terzo Oscar, dopo quello del 1962 per La ciociara e l’Honorary Award del 1991.

“Se mi chiedete come sono riuscito a dirigere mia madre in quelle scene, la risposta è semplice: quella non era mia madre, era Madame Rosa – spiega proprio il regista. – Non ci sono parole per spiegare il legame che ci unisce, e che ci permette un’intesa incredibile, magari tra trent’anni le troverò, ma ora non posso parlarne… rischierei di mettermi a piangere”.

Fondamentale è stato anche attingere alle radici napoletane di sua madre per colorire la sua interpretazione del personaggio di Rosa, ma soprattutto il cambio della location originale, trasportata da Parigi a Bari, non lontano dalla città natale di Sophia Loren, l’amata Napoli. “Sono napoletana al 1000% e non lo dimenticherò mai. È nel mio cuore. D’altronde quando si nasce a Napoli, non lo si può scordare – dichiara nostalgica la star. – Io sono fiera di essere napoletana, di quel modo di vivere, di parlare. In fondo è stata anche la mia fortuna, perché ho cominciato a fare cinema grazie all’incontro con Vittorio De Sica, fondamentale per la mia vita, anche se non era proprio napoletano. È stata una scuola meravigliosa, un momento felice della mia vita”.

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