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FOTOGRAFIA/ Sinfonia d’immagini

In foto Massimo Rinversi con alcune delle sue opere

In foto Massimo Rinversi con alcune delle sue opere

Massimo Rinversi ha fatto “a pezzi” il Colosseo e il Brooklyn Bridge. Dal viaggio lungo il fiume Mekong alla mostra in Wisconsin

Chi capita a una mostra di Massimo Rinversi finisce col convincersi di aver fronte una persona che ha passato tutta la vita a scattare fotografie.

Le sue immagini, stampate su pannelli di grosse dimensioni, sono rielaborate in maniera tanto composita – sembrano quasi dei quadri astratti – e dimostrano una tale maniacale conoscenza del mezzo fotografico che fanno pensare all’opera di un professionista.

Invece Rinversi, fino a pochi anni fa, era un fotografo della domenica come tanti. Capo Architetto alla Regione Lazio, era conosciuto per aver disegnato una chiesa di Roma, Santa Maddalena di Canossa, inaugurata da Giovanni Paolo II, non certo per le foto fatte ai figli durante le vacanze.

Le cose cambiarono nel 2005 quando, con la pensione, decise di regalarsi una vacanza in Oriente, lungo il fiume Mekong. Ne ritornò con centinaia di scatti e una passione bruciante che oggi è diventata quasi una professione. Ci siamo fatti raccontare la nascita di questa inattesa manifestazione di talento.

«Non mi sono messo a fotografare per la prima volta da pensionato, diciamo che ho ripreso contatto con un vecchio passatempo giovanile che avevo “congelato” per qualche decennio. Cominciai a scattare foto quando ero studente di architettura a Roma, per studiare meglio i monumenti che dovevo analizzare.

Mi accorsi che mi piaceva stare dietro l’obiettivo, così cominciai a trafficare con gli strumenti del mestiere anche nel tempo libero. Per un decennio, tutti gli anni Settanta in pratica, andai a Montecarlo a seguire il Gran Premio di Formula Uno. Lì era meglio che in qualunque altro circuito, perché le tribune erano costruite praticamente sulla pista e si riuscivano a fare degli scatti eccezionali. Andai a Monza una sola volta; c’era troppa distanza tra le auto e il pubblico, ma mi consolai infilandomi nei box grazie a un amico che aveva un pass».

Senza che se ne rendesse bene conto, quello che era nato come un divertimento cominciò a diventare una vera passione.

«Iniziai a stampare le foto per conto mio, sia in bianco e nero che a colori, ma già allora la semplice immagine non mi bastava, cercavo di rielaborarla con qualche viraggio.

All’improvviso però lasciai perdere tutto, più o meno quando mi sposai. Tra lavoro e fami famiglia non avevo più tempo andare in giro a fare foto, e neanche ne sentivo un gran bisogno».

La vecchia passione sembrò definitivamente destinata al libro dei ricordi, fino a cinque anni fa, al momento della pensione.

«Per festeggiare la fine dell’età lavorativa decisi di regalarmi un viaggio che feci da solo, tra il Laos, il Vietnam e la Cambogia, portandomi una nuova macchina che avevo comprato per l’occasione. Navigai lungo il fiume Mekong, osservando le persone che vivono col fiume e nel fiume. Quelle popolazioni trovano tutto il loro sostentamento da quelle acque. Ne hanno bisogno per irrigare i campi, per pescare, per bere, per lavarsi, persino per vivere quando costruiscono delle palafitte».

Rinversi però era qualcosa di più del solito turista occidentale che si trastulla con un nuovo hobby. Non scatta foto per raccogliere immagini folkloristiche da far vedere agli amici rimasti a casa, ma per catturare qualcosa che neppure lui riesce a definire.

«Volevo ritrarre la vita dei Paesi che visitavo, ma ero disturbato dal sapere che la foto appena scattata si trasformava subito in una memoria del passato. Questa staticità mi ha sempre infastidito».

Quando torna dal suo viaggio, quindi, Rinversi è di nuovo un fotografo, ma non è soddisfatto. Vorrebbe rielaborare le centinaia di immagini che ha immagazzinato, ma non sa come.

La soluzione gli venne in mente quasi per caso, durante un pomeriggio passato davanti al computer a riordinare delle foto recenti.

«Rimasi a fissare una foto del Colosseo che avevo fatto quando dei nostri amici erano venuti a trovarci, e mi sorpresi a pensare che milioni di persone avevano scattato una foto identica alla mia. Cominciai a pensare; cosa posso fare per rendere questa immagine diversa da tutte le altre? Provai a tagliarla in quattro e la ricomposi creando un Colosseo quadrato. Ridiedi vita a quella banale immagine creando un nuovo monumento. Oggi quell’immagine è il mio logo».

Fu l’inizio di una serie di vere e proprie reinvenzioni delle sue fotografie tramite una tecnica che, secondo lo stesso autore, prende ispirazione dai mandala (disegni estremamente complessi basati sull’associazione di diverse figure geometriche inscritte in una circonferenza, usati sia nelle cerimonie buddhiste che in quelle induiste). Rinversi tagliava e ricomponeva le immagini fino ad ottenere delle forme quasi impossibili da ricondurre al soggetto originale, ma di grande impatto estetico e soprattutto non più prigioniere dell’attimo in cui erano state catturate.

Una vera e propria sinfonia di spazi e forme.

«Da allora non mi sono fermato più. Presi gusto a rielaborare le immagini e man mano passai a cose più complesse. È diventata una sfida con me stesso. Mi dico: fin dove posso arrivare partendo sempre dalla stessa foto, tagliandola sempre diversamente e creando migliaia di immagini diverse? Attraverso questo trattamento sono passate le mie foto del Brooklyn Bridge, del Museo d’arte moderna di San Francisco, i grattacieli di Chicago. Essendo un architetto mi sono a lungo concentrato sulla rielaborazione di foto di edifici, ma mi piace ritrarre soprattutto la natura in tutte le sue forme».

Quando le foto cominciarono a saturare la memoria il suo hard disk, Rinversi pensò che valesse la pena provare a far conoscere il frutto della sua passione. Nel giro di qualche mese riuscì a esporre le sue opere in Svizzera e poi a Filicudi (che è un po’ la seconda casa dell’architetto), finché una coppia di amici americani gli suggerì di proporre le sue immagini a un’associazione di Monroe, Wisconsin.

«Nel giro di qualche giorno dall’invio ricevetti la risposta con una proposta per esporre. Con una semplice mail mi sono ritrovato a organizzare una mostra personale negli Stati Uniti! Una cosa del genere non potrebbe mai accadere in Italia. L’esposizione ha avuto successo, sono venute centinaia di persone e ho venduto parecchie stampe. Uno dei miei clienti si occupa di arredamento di uffici con opere d’arte, e mi ha chiesto il copyright di quattro opere che vorrebbe installare in un ospedale».

Il successo lo ha spinto a insistere nella sua ricerca e ad aprire un sito internet (http://www.massimorinversi.it/). Non male considerando che il tutto era cominciato quasi per caso, smanettando con il mouse. Rinversi è ovviamente orgoglioso dei risultati ottenuti fondendo un’arte centenaria come la fotografia e le moderne tecnologie digitali, ma invita a non sovrastimare il ruolo del computer nel processo creativo.

«Il computer è fondamentale – concede – ma è solo uno strumento. Va considerato come un paio di forbici molto precise che hanno bisogno di una mano esperta e di una mente con un’idea in testa per funzionare».

Un’idea che, alla fine, deve riuscire a comunicare qualcosa allo spettatore. Su questo punto Rinversi è chiarissimo.

«Io vorrei arricchire la persona, aiutarla a cercare una storia dentro le mie immagini. Basta un poco di attenzione per permettere alle foto di entrare dentro di te e raccontarti qualcosa. A me capita spesso, ad esempio, di stare minuti interi di fronte al ritratto di una persona anziana e ricostruire la sua vita a partire dai segni sul suo volto, dalla sua espressione. Se riesco a ottenere un risultato simile con il mio lavoro, ho raggiunto il mio ultimo scopo».

 

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