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ASTI/ Il Piemonte degli Etruschi

di Maddalena D’Angelo
Nella foto, Il Gabinetto “etrusco” del castello di Racconici

Nella foto, Il Gabinetto “etrusco” del castello di Racconici

Quando parliamo o ci riferiamo agli Etruschi subito la nostra mente corre a posizionarli geograficamente tra l’alto Lazio e la bassa Toscana, mentre invece i confini commerciali e culturali di questo grande popolo andarono ben oltre, arrivando anche in Piemonte.

E’ questa la motivazione che ha spinto una città come Asti ad ospitare una rassegna – davvero strepitosa per i pezzi unici e rari esposti – che contestualizzi le tracce archeologiche etrusche sul territorio piemontese, anche mettendo il luce le fascinazioni e le influenze più recenti di questo popolo, soprattutto tra Sette e Ottocento. Il tema di fondo è quanto mai di grande attualità: la mostra vuole essere un percorso e riflessione sui rapporti e gli interscambi culturali tra i popoli, un’analisi dell’importanza delle civiltà urbane, della formazione dello stato e della pratica della guerra, della scrittura e dell’arte, della nuova influenza della ricchezza sulla posizione sociale e politica degli uomini, di una rinnovata attenzione alle pratiche di uso quotidiano come l’atletica e il corpo, la convivialità e il rituale religioso.

Il percorso ha inizio con l’immagine del pregiato elmo di bronzo villanoviano (ritrovato proprio ad Asti a fine Ottocento), simbolo del primo contatto tra gli Etruschi e i popoli della Valle del Tanaro ma soprattutto importante testimonianza di come il popolo etrusco fu un ponte fondamentale tra il Mediterraneo – anche greco-orientale -, l’Italia settentrionale e l’Europa celtica.

Ma come avvenne questo eccezionale “ampliamento” dei confini etruschi? Fu prima di tutto un’esigenza commerciale quella che li spinse a proporsi oltre il bacino mediterraneo, l’intensificarsi dei traffici e le nuove rotte intraprese portarono come naturale passaggio quello alla diffusione della cultura greco-omerica e levantina anche nei territori del nord; a sua volta, il mediatore culturale tra il mondo etrusco e quello greco-levantino fu proprio il Tirreno, luogo connettivo e d’incontro, mescolanza di acque diverse in una mescita che si rivelò eccezionale stando agli esiti raggiunti da queste popolazioni.

Gli Etruschi contribuirono così alla diffusione degli ideali più in voga nel Mediterraneo (come quello dell’epopea omerica), alla diffusione delle più avanzate tecniche artigianali (come la fusione del bronzo e la cottura delle ceramiche) e agricole (come la viticoltura e l’olivicoltura). Tutti questi passaggi sono stati di fondamentale importanza poiché hanno procurato dei radicali cambiamenti socio culturali; con l’ideale omerico del l’eroe cambiò la raffigurazione dell’uomo e del suo prestigio sociale di epoca villanoviana (radicato nell’immagine del capo-guerriero del IX-VIII secolo A.C.) con il nuovo uomo omerico (il principe-eroe, VII secolo A.C.) la cui posizione sociale è indicata non più solo dalla prestanza militare ma anche e soprattutto dalle ricchezze economiche accumulate.

Un radicale cambiamento che si riflette anche su una rinnovata attenzione alla cultura del corpo, intesa sia come cura della persona che della forma atletica, su una nuova attenzione al cerimoniale del banchetto attraverso la produzione di vasellami e strumenti vari dalle raffinate decorazioni, attraverso i prestigiosi arredi, le immagini pittoriche e scultoree che raffigurano questo fondamentale momento sociale. E ancora il cerimoniale relinuove valenze simboliche; il pasto del defunto nel suo passaggio agli inferi. Eccezionale è l’esposizione – una mostra nella mostra – della ricostruzione della “Tomba del scrofa nera” con le sue straordinarie pitture recentemente restaurate e quelle dei “Pannelli Ruspi della stanza del Triclinio” dei Musei Vaticani che ha come tema centrale hanno proprio la raffigurazione del banchetto. Il percorso si chiude poi con una rarità e un vero e proprio “ritorno” in terra piemontese; la ricostruzione del lussuoso gabinetto “etrusco” del castello di Racconigi, commissionato a Pelagio Palagi da re Carlo Alberto, uno studiolo neoclassico all’”etrusca” in linea con il gusto che si diffuse in Europa tra Sette e Ottocento, omaggio dei Savoia a questo grande popolo che, ancora una volta, ci ricorda che “se cerchiamo un etrusco troviamo un italiano” (cit. Jacques Heurgon).

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