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Inaugura il CIMA e riporta lo sfortunato Depero a New York

Photo courtesy Walter Smalling Jr.

Photo courtesy Walter Smalling Jr.

Apre a Soho il Center for Italian Modern Art con l'obiettivo di dare visibilità agli artisti moderni italiani meno noti negli States. La prima grande mostra è dedicata a Fortunato Depero, artista che nella Grande Mela non ebbe fortuna. Abbiamo intervistato Laura Mattioli, fondatrice del centro

 

Il Center for Italian Modern Art apre al pubblico il 22 febbraio con una mostra dedicata al pittore, scultore e pubblicitario italiano Fortunato Depero, che ha vissuto a New York durante gli anni Venti. L’esposizione dell’artista futurista esprime l’obiettivo con cui il centro si inserisce nel panorama newyorchese: dare visibilità a opere di arte contemporanea italiana finora non ampiamente conosciute all’estero e renderle quindi accessibili al pubblico. Il tutto nella sede di Soho del CIMA, al 421 di Broome Street.

Questa iniziativa è stata resa possibile grazie a Laura Mattioli, figlia di uno dei più grandi collezionisti del Ventesimo secolo, Gianni Mattioli, che si è affermata come storica dell’arte e curatrice e che in passato aveva già condiviso con il pubblico la sua collezione privata, affidando al museo Peggy Guggenheim di Venezia 26 opere di arte futurista, tra cui i capolavori di Balla, Boccioni, Carrà, Russolo e Severini. 

La VOCE di New York ha intervistato Laura Mattioli che qui di seguito di parla dell’ideazione del CIMA e ci offre un’analisi storico-artistica di quattro delle opere più rappresentative di Depero, ciascuna legata a una disciplina artistica differente.

Come è stato concepito il Centro di Arte Moderna Italiana a New York?

Volevo venire incontro al desiderio di mio padre di diffondere la conoscenza dell’avanguardia italiana al pubblico internazionale. Questo centro è nato dalla passione che ho per l’arte italiana e dall’esperienza che ho avuto in America. Venendo negli USA abbastanza spesso negli ultimi vent’anni, ho avuto l'impressione che l’arte italiana non fosse mostrata, né conosciuta. Avevo quindi il desiderio che fosse più diffusa e desideravo poterla condividere e poterla anche riconoscere come una presenza autonoma e importante rispetto ad esempio all’arte francese da cui in generale gli americani fanno discendere tutto. C’è stato quindi il desiderio di portare un centro, che sia innanzitutto un centro di studi, e permetta di mettere delle radici più stabili a queste conoscenze e non essere soltanto delle esposizioni che sono un’esperienza fugace e fuggevole, e creare in parallelo una piccola scuola di studi.

Come si svolgerà l’attività del CIMA?

Il centro, oltre ad organizzare una mostra annuale, legata ad un artista del Novecento italiano, ha l’intento di promuovere i giovani, attraverso l'assegnazione di alcune borse di studio post-dottorali. Il progetto in questo modo valorizza le nuove generazioni che amano il patrimonio culturale del nostro paese e desiderano divulgarlo oltreoceano. Le borse di studio, vengono assegnate per far venire a New York degli studiosi italiani e stranieri – perché i due modi di approccio sono molto diversi ed è importante che lavorino insieme e si confrontino sulle metodologie e conoscenze diverse – anche per chi vorrà andare in Italia. Il tutto è foraggiato dalla fondazione e speriamo, in futuro, anche di riuscire a far tradurre in inglese delle pubblicazioni italiane che non sono note e sono le ricerche dei migliori studiosi. Ogni mostra annuale è indirizzata sia a un pubblico che viene su appuntamento, ed è particolarmente interessato e motivato, sia ai curatori e direttori di musei, per vedere delle opere che non si vedono mai in America. Questo non è uno spazio aperto al pubblico, ma privato, saremo aperti per visite guidate il venerdì e il sabato e per i gruppi su appuntamento specifico. New York è una meta internazionale, quindi chi passa ha l’occasione di vedere delle cose rare. Le opere di Depero attualmente in mostra, non venivano esposte da 30 anni, ad esempio.

Perché Depero non ebbe successo a New York?

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Photo Courtesy Walter Smalling Jr.

Lui si chiamava Fortunato, ma era molto sfortunato e ha continuato ad esserlo anche dopo la morte. Aveva deciso di venire a New York già nel ‘22 , però per varie ragioni – il viaggio gli faceva paura, era un grosso cambiamento, forse perché c’era una sorta di soggezione anche nei riguardi di questa città che sembrava incarnare veramente l’ideale futurista, del rumore, della folla, del movimento, dell’attività, della modernità – rimandò sempre fino a che si decise a partire nel ‘28. Dopo poco che si era insediato ci fu la terrible crisi del ‘29 con la catastrofica situazione economica che si venne a creare e non trovò mercato per le sue offerte di opere contemporanee e fu costretto a tornare nel ‘30 e chiudere il suo sogno americano, di cui però in Italia continuò a parlare a lungo. Poi ritornò dopo la seconda guerra mondiale, cercando di vendere a New York un prodotto speciale che era il Buxus, una specie di legno composito che permetteva di fare degli intarsi, quindi delle decorazioni moderne nei mobili. Ma forse era troppo stanco ed era passato il momento di energia necessaria per poter affrontare la cultura di un altro paese.

Sia il CIMA sia il Guggenheim (con la mostra Italian Futurism, 1909–1944: Reconstructing the Universe) riporteranno il Futurismo Italiano a New York…

Sono contenta che ci sia questa possibilità per la prima volta negli Stati Uniti di riguardare quello che è successo in Italia, attraverso il movimento che è stato chiamato futurista, che è durato circa 30 anni o qualcosa di più, e che non è stato sempre uguale a se stesso, ma nel tempo si è adeguato agli stimoli e alla realtà che era in mutamento, e quindi era profondamente trasformato. Mentre gli Stati Uniti avevano sempre avuto quasi paura di affrontare gli anni in cui l’Italia era stata dominata dal fascismo e quindi la cultura italiana era profondamente influenzata, nel bene e nel male dalle situazioni politiche complesse. Ma adesso che sembra essere passato abbastanza tempo, possiamo guardare indietro con gli occhi dello storico e cercare di capire meglio quello che è successo, quindi si possono apprezzare le cose buone e prendere le distanze da altre che sono state più fugaci e del momento.

Chi succederà a Depero per la mostra dell’anno venturo del CIMA?

Ci sarà un’installazione dedicata a Medardo Rosso, con circa dieci sculture, di diversi materiali che lui ha utilizzato, la cera, il gesso, il bronzo, e anche sullo stesso soggetto ripetuto e rielaborato in diverse versioni. E poi avremo i disegni che non sono mai stati visti a New York, e sono molto particolari: piccoli, molto liberi, e diversi dalle sculture come soggetti. E poi avremo delle fotografie, e questa ricerca era stata molto forte e nuova per Medardo Rosso, che elabora delle opere d’arte completamente autonome dall’oggetto fotografato inizialmente. Sono cose che attraverso passaggi successivi diventano un discorso a sé. Quindi questa mostra abbraccerà i vari approcci di Medardo Rosso su un tema che permette un maggiore approfondimento, attraverso le varie tecniche e materiali e darà una lettura diversa da quella che è stata data finora su questo artista.

Esploriamo, insieme a Laura Mattioli, alcune delle opere di Depero esposte dal 22 febbraio al CIMA:

Io e mia moglie

moglie

Fortunato Depero, Io e mia moglie, 1919, ┬® ARS, New York, SIAE, Roma

Questa quadro si riferisce all’inaugurazione della casa del mago, questo atelier per produrre oggetti della vita quotidiana dei futuristi, disegnato da Depero e realizzato anche in gran parte dalla moglie, sopratutto i tessili. Quindi, si vede Depero sotto che dipinge con un grande fiore sul petto e la moglie che ricama. La casa è tagliata e aperta come le case di Giotto, che si vedono ad Assisi, quindi è un riferimento ben preciso, a un momento in cui la cultura italiana stava ritornando a una lettura classica che in qualche modo si opponeva a quelli che erano considerati gli estremismi delle avanguardie.

Questo quadro non ha praticamente nulla di quello che si può considerare la tradizione futurista, perché è molto statico, per nulla sul movimento o l’azione. È colorato, e fa vedere come il concetto di futurismo fosse per Depero un essere sempre moderni, sempre contemporanei, attuali, e non tanto legarsi a una poetica che poteva essere sempre uguale nel tempo, ma potesse invece variare nel tempo. Si vede chiaramente la sua conoscenza della metafisica, c’è un particolare della bottiglia vicino ai piedi di Depero che è un riferimento quasi letterale a certe opere del ‘19 e del ‘20, e i valori plastici di Morandi. Quindi ci sono diversi elementi che ci portano a un contesto diverso. Depero ha fatto molti disegni di questo quadro e per lui era un po’ un’insegna di questa sua nuova attività. Il ‘19 è l’anno in cui lui apre questa sua casa di attività (il quadro è del ‘20), ed è l’anno in cui bisogna anche tenere presente che inaugura il Bauhaus, quindi c’è proprio una corrispondenza tra queste teorie elaborate sull’arte moderna e il manifesto stesso del ‘16, in cui l’arte futurista voleva entrare in tutte le case e nella quotidianità delle persone e quello che poi viene realizzato finita la prima guerra mondiale.

Cavalcata fantastica

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Fortunato Depero, Cavalcata fantastica, 1920, ┬® ARS, New York, SIAE, Roma

Quest’opera è il più grande degli arazzi che ha realizzato Depero nel 1920, e l’ha realizzato su commissione di Umberto Notari che era un editore di giornali, molto legato a Marinetti e al futurismo, ma anche ad altri personaggi storici. Infatti sui suoi giornali avevano pubblicato, durante tutti gli anni ’10, per esempio la Sarfatti, o prima della morte anche Boccioni. Notari aveva uno studio a Milano, in Piazza Cavour e chiese a Depero di realizzare questo arazzo e un altro conservato al Mart che si chiama Corteo della gran bambola, come decorazione per il suo ufficio personale. Fu esposto a lungo l’arazzo di Cavalcata fantastica, tant’è che ha preso un po’ di luce ed è leggermente scolorito, rispetto ad altri che non sono stati esposti così a lungo.

Riprende una scena fantastica in cui si può vedere un’esposizione tipicamente teatrale: con quasi un palco, e dei cosiddetti praticabili, delle quinte. In questa scena che riprende un paesaggio tra la fiera, la città antica addobbata come per la festa, si vedono questi personaggi assolutamente irreali, come questa sorta di miscuglio tra un canguro e un dromedario, con addirittura tre teste e tre code. Oppure questo uccello fantastico, che lui usa anche nel quadro Flora e Fauna Magica in una versione a specchio: destra-sinistra. Oppure ancora questo strano personaggio che ricorda dei giocolieri che camminano sui trampoli ed è difficilmente definibile tra il costume cinese e un gioco ottico, per cui si possono vedere due persone o una persona sola, o una che cammina di fronte e una che cammina di profilo contemporaneamente. L’armadillo che è sotto i piedi di questo ultimo personaggio, era il simbolo dell’amicizia, e Depero l’ha evidentemente usato in riferimento a Notari, come simbolo dell’amicizia che lo legava a questo mecenate. Sono molto belle anche le parti laterali di decorazione e mi fanno venire in mente che certamente Depero dovette conoscere anche l’Art Nouveau, soprattutto nelle sue accezioni viennesi, perché quando nacque a Rovereto, la città era sotto l’Austria e quindi quella cultura dovette certamente lasciare dei segni e in lui in questi bordi così complessi e così ricchi e con questo uso del colore, penso che ci siano dei ricordi, che vengono generalmente poco citati.

Selvaggetto

selvaggettoQuesto piccolissimo robot delle dimensioni di un giocattolo, fu esposto nel ‘21 a Milano in una personale di Depero e mio padre conobbe, in occasione di quella mostra, Depero stesso. Era un ragazzo di neanche 18 anni, con una difficile storia familiare alle spalle e si innamorò di questo giocattolo così nuovo e fantasioso, come forse se ne sarebbero innamorati anche i ragazzini di oggi, che amano tanto i robot: un giocattolo meccanico ma con il cuore, quindi con un aspetto umano.

Depero, che non poteva pagare la percentuale della galleria, perché era poverissimo, infilò questo oggetto sotto il suo cappotto e lo rubò alla galleria per poterlo regalare a mio padre. Anni dopo ho trovato questo altro omino snodato, una specie di marionetta di legno, che raffigura un soldato in armatura medievale, che ha la stessa misura, materiale e colore. Questo è l’unico giocattolo di mio padre che è sopravvissuto fino a noi, e mi ha fatto capire come la somiglianza tra i due oggetti abbia potuto giocare nel fatto che mio padre si sia innamorato di questa scultura giocattolo. Per altro i giocattoli-scultura hanno avuto un grande futuro, se uno pensa a Jeff Koons, ancora siamo su quella tematica.

Doppio ritratto di Marinetti

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Fortunato Depero, Doppio ritratto di Marinetti, 1923, ┬® ARS, New York, SIAE, Roma

Questo è un collage di carte colorate, molto raffinato, in cui Marinetti viene rappresentato in tutta la potenza della sua declamazione anche patriottica, con dei riferimenti a dei colori della bandiera italiana. E abbiamo scoperto solo recentemente che è stato realizzato nel 1925, quando Depero andò a Parigi. Lui l’aveva datato ‘24, ma probabilmente era stato un errore, non si sa se voluto o meno, perché ci è stato detto che quel tipo di carte lucide esisteva solo in Francia e certamente a Depero devono essere piaciute queste carte particolarmente reattive alla luce, che da noi non c’erano e deve averle utilizzate per questa composizione, in cui si gioca sempre in maniera futurista sull’elemento del doppio profilo, del pieno-vuoto, del colore complementare. Credo che sia un’opera molto significativa di quello che è la sua poetica, cioè di esprimere il sentimento che suscitano le persone. Marinetti era una persona sola, ma in fondo lavorava per tre, e faceva tante cose ed era presente in maniera molto forte, e penso che questo si riesca a percepire da questo ritratto.

Il circo

circo

Fortunato Depero, Il circo, 1919, ┬® ARS, New York, SIAE, Roma

È un disegno molto elegante e raffinato, che ho voluto presentare a New York, perché induce alcune riflessioni. Innanzitutto Depero aveva studiato durante il periodo austriaco all’Accademia di Belle Arti di Rovereto in maniera tradizionale. Quindi era un grandissimo disegnatore. Aveva un grande mestiere, e poteva fare quello che voleva. Di solito i disegni sono sotto i quadri e lo abbiamo scoperto recentemente con queste indagini ad infrarosso. E poi diversamente da quello che uno potrebbe ipotizzare, invece di dipingere sopra, aumentando i dettagli, Depero dipingeva sopra diminuendo i dettagli. I disegni sono molto più dettagliati, e in questo disegno il dettaglio, e la cura del chiaroscuro è molto evidente. Un'altra cosa interessante e che lui nel ‘19 scelse il tema del circo, partendo dal Carnevale di Viareggio e proprio in quello stesso anno Picasso riprende il tema del circo, Severini riprende il tema dell’Arlecchino, quindi sono dei temi comuni agli artisti dell’avanguardia di quel momento, di quell’anno e indicano come Depero non fosse isolato come si pensa, o ignaro di cosa accadesse in Europa, anche se non viaggiava molto all’estero, era assolutamente ben informato e presente sulle ricerche del suo tempo.

 

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