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Tutta la famiglia: una mostra racconta i siciliani del Massachusetts

Esposte al Calandra Institute fino al 9 gennaio, le fotografie di Paul Cary Goldberg ci portano nel microcosmo del Caffè Sicilia. Tra pescatori, imbianchini, muratori, elettricisti, businessmen, volti senza tempo parlano dell'esperienza umana

Sembra poter condensare in sé l’idea di una sorta di sicilianità ubiqua ed universale, l’immagine dal titolo Frank, scattata dal fotografo Paul Cary Goldberg, parte della serie Tutta La Famiglia: a Photographic Exhibition of Community Life in Gloucester, Massachusetts, esposta fino al 9 gennaio al John D. Calandra Italian American Institute.

frankFrank è un siculo-americano dal volto antico e senza tempo, chiuso tenacemente – la posa immobile e severa – nel suo abito scuro ed impeccabile. Figura grave e silenziosa, e che pare sorreggersi in virtù della propria consapevole inflessibilità; una personalità ancorata saldamente al suo bastone impugnato con vegliarde e nodose mani, con dita dall'imponente consistenza – quasi fossero alberi secolari – e dalla stretta salda, come quella di millenari viticci avvinti tenacemente al proprio tralcio.

Tutta La Famiglia è una serie fotografica che ritrae la comunità di persone che gravita intorno al Caffè Sicilia, di Gloucester, Massachusetts (località che ospita il più antico porto degli Stati Uniti d’America).

Per circa sette anni Goldberg stesso ha frequentato il caffè e, come cliente abituale, è entrato a far parte della “famiglia”, quasi interamente da siciliani-americani emigrati in America. Ha iniziato quasi per gioco – confessa – nel 2007, scattando foto all'interno del caffè all'inizio soltanto per provare la sua macchina digitale, dopo trentacinque anni di lavoro su pellicola. Poi quel lavoro è diventato non soltanto un rilevante progetto fotografico, ma una importante esperienza di vita: trascorrendo sei mattine alla settimana (e qualche volta anche il pomeriggio) nel bar, aveva imparato a conoscere e a sentirsi quasi parte di quella collettività portatrice di un forte retaggio culturale (microcosmo denso di “isolani” vezzi – la maggior parte degli immigrati siciliani arrivarono dopo la seconda guerra mondiale e, principalmente, da Terrasini Sciacca e Porticello –, dei quali i frequentatori assidui del caffè conservavano ancora tutte le caratteristiche).

fotoGli scatti della macchina fotografica – come è lo stesso Goldberg a raccontare – hanno cominciato a confondersi e fondersi (divenendo ufficialmente parte di quel piccolo mondo sito all’angolo tra Main Street e Short Street, a Gloucester) col rumore delle tazzine di caffè, con le voci festanti e chiassose, col sibilo del latte scaldato a vapore. Se in un primo momento si erano mostrati diffidenti (non comprendendo esattamente le ragioni che spingevano Goldberg a scattare ogni giorno tante fotografie), i pescatori, gli imbianchini, i muratori, gli elettricisti, i businessmen che requentavano il Caffè Sicilia di Gloucester cominciarono ad essere incuriositi da questa nuova componente della routine mattutina ed accettarono senza remore di farne parte.

Le fotografie vennero appese da Goldberg alle pareti del caffè stesso, divenendo così pretesto giornaliero di discussione. Sono proprio queste immagini a ridare nuova linfa vitale al bar quando – intorno al 2009 – Paolo Ciaramitaro ed Anna Bonanno decidono di vendere, perché troppo stanchi per poter continuare a fare una vita di sacrifici e sempre uguale a se stessa (al 1989 risale infatti l’anno di apertura del Caffè). La comunità – che grazie anche a quelle foto poteva letteralmente vedere se stessa e riconoscersi – rivendica allora il proprio diritto di esistenza. Tutti vogliono che quella piccola “polis”, densa di storia e d’identità, continui a vivere ancora. Nel 2009 Maria Cracchiolo e la madre Nina D’amico (anche loro siciliane) acquistano il caffè divenendone nuove proprietarie ed impedendo così che quel microcosmo vada perduto.

mostraOsservando le fotografie di Paul Cary Goldberg si ha l’impressione di varcare davvero la soglia del Caffè Sicilia; quelle fotografie – nate durante il periodo di transizione tra la chiusura e la (per usare parole del fotografo) “resurrezione” del bar – hanno indubbiamente saputo dare consapevolezza e nuova luce ad una realtà che rappresenta, in piccolo, tutte le sfaccettature dell'esperienza dell'immigrazione e dell’umana esperienza stessa.

 

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