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Quando l’arte “rovina” i musei

Robert Gober, The Heart Is Not a Metaphor, Museum of Modern Art, New York, 4 ottobre 2014 - 18 gennaio 2015

Robert Gober, The Heart Is Not a Metaphor, Museum of Modern Art, New York, 4 ottobre 2014 - 18 gennaio 2015

Benton diceva che i musei sono la rovina dell'arte ma a volte, per fare spazio all'arte, i musei rompono pareti e smantellano pavimenti. Sono grandi servizi dei musei agli artisti o è un altro dei meccanismi con cui il mercato trasforma l'arte?

 

Al pittore americano dell’epoca Déco, Thomas Hart Benton viene attribuito il detto: “I musei sono la rovina dell’arte”. Vi è tuttavia un che di paradossale nel fatto che questo scampolo di estetica sia tornato alla luce proprio in occasione di uno straordinario omaggio tributato a Benton dal Metropolitan Museum di New York, con l’installazione nel museo di un suo gigantesco affresco che da decenni giaceva in un magazzino. Creato nel 1930-‘31 e intitolato L’America oggi, l’affresco in dieci pannelli rievoca con commovente immediatezza (e vari riscontri nella situazione economico-sociale odierna) l’epoca della Grande Depressione in America alla vigilia del New Deal. C’è da chiedersi quanto, senza questa mostra intitolata T. H. Benton’s Mural America Today rediscovered, l’appassionato lavoro di questo artista sarebbe riaffiorato alla coscienza del pubblico. 

Un vero e proprio pinnacolo per quanto riguarda la simbiosi tra musei e artisti sembra d’altra parte essere raggiunto in questa ripresa autunnale dell’attività artistico-commerciale a New York. L’esempio più clamoroso è  fornito dalla decisione del Whitney, il più “americano” dei musei americani, di estendere a ventiquattr’ore su ventiquattro, cioè giorno e notte, la retrospettiva di Jeff Koons durante i tre giorni precedenti la chiusura il 19 ottobre. Pare che lo stesso Koons avesse promesso apparizioni a notte fonda (non sembrano tuttavia esserci prove che l'artista abbia mantenuto la promessa, ndr) per aggiungere un ulteriore tocco di spettacolarità all'esperienza degli ultimi esponenti della fiumana che negli scorsi mesi ha visitato la sua mostra. È stata la prima volta, a quanto si sappia, nella storia dell’attività espositiva che un museo sia rimasto aperto la notte. 

Avviene poi anche che in molti casi i musei, per accomodare i prodotti degli artisti, siano costretti ad alterarsi sostanzialmente essi stessi. La mostra dell’immenso affresco di Benton ha indotto il Metropolitan ha ricostruire una mezza ala di gallerie. Ancora più radicale è la ristrutturazione che il Museum of Modern Art ha dovuto affrontare per dare spazio alla retrospettiva del pittore, scultore e artista concettuale Robert Gober, attivo nel Connecticut e poi a New York da quarant’anni, in corso presso questo museo (Robert Gober: The heart is not a metaphor). Protagonista di un’arte molto aggressiva, ricca, contrariamente alle tendenze attuali, di narrativa e metafore, una sorta di naturalismo alienato che scavalca contemporaneamente dadaismo e surrealismo, Gober ha costretto con le sue creazioni il MoMA a sfondare per questa mostra la maggior parte delle pareti di tredici sale. Ciò per lasciarne protrudere membra umane (generalmente, parti di gambe e piedi normalmente abbigliati); per realizzare misteriose porte semichiuse da cui s’intravvedono bagni inaccessibili nelle cui bagnarole galleggiano corpi non si sa se vivi o defunti; e per aprire armadi tanto a muro da non poter contenere nulla. Non solo; il museo ha dovuto sfondare anche diversi pavimenti, per mostrare tra le murature sottostanti tranquilli stagni tra gli alberi di una foresta. Quasi ovunque, inoltre, le carte da parati hanno dovuto essere sostituite con altre di carattere polemico create da Gober, una, per esempio, raffigurante miriadi di piccoli negri impiccati; un’altra, una foresta di genitali maschili e femminili. Non foss’altro che per queste trasformazioni, la produzione di Gober, come ha osservato l’astuta curatrice della mostra Ann Temkin, “prova come un artista possa influire su un museo almeno tanto quanto un museo influisce su un artista”. 

Non sembra una risposta alla sentenza di Benton? 

Va notato infine che buona parte delle mostre in atto in questo momento, incluse quelle di Benton e di Gober, affermano di “riscoprire” opere che non erano state sufficientemente valorizzate. Così quella di Rudolf Bauer nella galleria espositiva di Sothebys. O quella dei papiers découpés di Matisse (Henri Matisse: the Cut-Outs) anch’essa al MoMA; e quella degli arazzi di Van Aelst (Pieter Coecke Van Aelst and Renaissance tapestry) multiforme artista del rinascimento fiammingo, una delle più sontuose che io abbia mai visto; e infine quella di un intero movimento artistico tedesco contemporaneo alla Pop Art che sta per aprirsi al Guggenheim (Zero: Countdown to tomorrow). Sono grandi servizi dei musei agli artisti, o una preparazione psicologica per le aste miliardarie che stanno per ricominciare in autunno? Anche questo sospetto, naturalmente, è intuibile nella sentenza di Benton.

 

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