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#MuseumWeek il futuro dell’arte è social

Dal 23 al 29 marzo l’hashtag #secretsMW lancia la Museum Week su Twitter. Seguendo il filo conduttore di sette temi, i musei incoraggiano i visitatori a farsi promotori del patrimonio artistico e culturale. Un progetto innovativo per aumentare vivibilità e interazione

 

Non tutti sanno che nel museo di Andy Warhol ci sono 610 capsule del tempo nel quale l’artista americano ha sigillato i suoi effetti personali dal valore inestimabile. A Palazzo Madama ci sono porte murate oltre le quali si celano cunicoli che conducono ai segreti della Torino sotterranea. Mentre gli esperti del MoMA di New York hanno identificato una porzione di figura femminile "nascosta" mentre conducevano uno studio a raggi x del dipinto Il Ritratto (1935). L'opera coperta dal maestro del Surrealismo, Renè Magritte, è stata riconosciuta come parte superiore sinistra di un dipinto che si pensava perduto, La Pose enchantée.

Il 23 marzo l’hashtag #secretsMW, dedicato alla scoperta dei segreti delle istituzioni, il “dietro le quinte” dei musei, ha lanciato la MuseumWeek su Twitter. Ogni giorno, fino al 29 marzo, i social media manager di musei, gallerie e istituzioni culturali provenienti da tutto il mondo, non si limiteranno a preparare le solite statistiche sul numero di nuovi “like” sulla pagina di Facebook, o il numero di nuovi seguaci di Twitter, ma avranno il compito di gestire i contenuti culturali attraverso sette temi suggeriti con l’hashtag di riferimento.

Un progetto divertente ed innovativo lanciato lo scorso anno in Francia con l’obiettivo di trasformare il museo in un luogo social, maggiormente vivibile ed interattivo. Così per una settimana in più di 1.800 musei di oltre 58 paesi, 75 in Italia tra cui il MAXXI di Roma, la GAM di Torino, il MADRE di Napoli, il Museo del ‘900 di Milano, i visitatori sono incoraggiati a farsi promotori del patrimonio artistico e culturale condividendo sul social network più diffuso, le foto delle opere d’arte preferite, i ricordi delle proprie visite, o semplicemente raccontare in 140 caratteri la propria esperienza museale.

E se lo scorso anno la #MuseumWeek ha riscosso un notevole successo, catturando l’attenzione di più di 40.000 utenti che hanno così generato 180.000 tweets, quest'anno lo sarà ancora di più. Ne sono convinti coloro che ormai affidano ai social network il futuro dell’arte perché in grado di rivoluzionare la fruizione della cultura da parte del pubblico, in particolare quello giovane, che ancora tende ad associare l’idea di cultura a qualcosa di noioso, poco stimolante e coinvolgente. Lo sanno bene i fondatori di “Twitteratura”, Pierluigi Vaccaneo e Paolo Costa che in due anni dal lancio del progetto stanno facendo di tutto per far rivivere a colpi di tweets opere classiche a rischio estinzione. Come Le città invisibili di Italo Calvino, Gli Scritti Corsari di Pasolini, i Promessi Sposi di Manzoni fino al Pinocchio di Carlo Collodi.

Eppure mentre negli Stati Uniti e in altri paesi europei la partecipazione social sta diventando un fenomeno irreversibile, l’Italia, come ha dichiarato il ministro dei Beni e delle Attività Culturali e del Turismo Dario Franceschini, è ancorato al più pesante conservatorismo. La conferma arriva anche dal Museum Analytics, la piattaforma web che da tempo ha avviato un sistema di censimento su come le nuove tecnologie influiscano sulla fruizione dei musei. Se all’estero la Tate Gallery, il Louvre, il Metropolitan di New York sono all'avanguardia per l’uso delle interfacce digitali come veicolo di promozione del patrimonio e delle attività culturali, tra le italiane, l’unico museo social è il MAXXI. Il complesso romano sulle orme di istituzioni come il MoMA, il San Francisco Museum of Modern Art (SFMoMA), la fondazione Solomon R. Guggeneheim, ha sperimentato con successo un modo nuovo ed interattivo per coinvolgere gli utenti. Mostrare attraverso la piattaforma Instagram le diverse fasi della preparazione di una mostra, dal concept, al montaggio, al vernissage fino all’inaugurazione.

Ma rimangono ancora tante le istituzioni italiane che continuano ad ostentare un atteggiamento di indifferenza nei confronti dei social network, convinti di aver un patrimonio culturale che “va da solo”. Per loro si impone, perché i tempi sono maturi, un cambiamento di mentalità.

 

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