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Renzo Piano e le utopie metropolitane di Roma e di New York

Veduta del Whitney da Washington Street

Veduta del Whitney da Washington Street

Mentre a New York inaugura la sua ultima opera, il Whitney Museum of American Art, Renzo Piano a Roma tenta il recupero di una delle tante opere incompiute degli anni ’70, con l’intento di provocare una vera e propria rigenerazione urbana 

 

Nel 2006, il Time definiva Renzo Piano uno dei cento uomini più influenti del pianeta. La sua filosofia di esercizio è edificata sulla fedele collaborazione tra 130 architetti membri del suo team internazionale che ha tre sedi principali, una a Genova, la città in cui è cresciuto; una a Parigi dove vive da molti anni; e una a New York, nel Meatpacking District, il quartiere protagonista di un veloce fenomeno di riqualificazione dovuto in gran parte al successo ottenuto dal parco sopraelevato della High Line e che proprio nei prossimi giorni, il primo maggio, aprirà le porte alla nuova sede del Whitney Museum of American Art, ultimo progetto del prestigioso studio Renzo Piano Building Workshop.

Una buona parte dei sei milioni di visitatori annuali della High Line, avranno da venerdì, la possibilità di proseguire la loro passeggiata nel nuovo museo, per il quale si prevede un grande successo sin dall’apertura. L'invito a visitare le nuove gallerie verrà enfatizzato da una "zona pubblica", una vera e propria galleria ad ingresso gratuito, che farà da filtro tra la bellezza del parco sopraelevato e l’entrata del museo.

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Veduta del Whitney dallÔÇÖHigh Line

Sarà molto più ampio del suo predecessore, il prestigioso edificio del 1966 progettato dal Marcel Breuer nell'Upper West Side; grazie ad una serie di numerose gallerie che sollecitano il movimento del visitatore, lo spazio espositivo del museo aumenterà infatti del 50%. La lunghezza degli ambienti, liberi da partizioni fisse e colonne strutturali, permetterà alla luce di entrare da entrambe le estremità, imponendo così un dialogo tra le numerose opere e stimolando gli ospiti alla mobilità, piuttosto che alla contemplazione. Quattro terrazze all'aperto accoglieranno varie sculture, oltre che performance e proiezioni di film. L'intero edificio è concepito come un laboratorio per artisti, con un’area studio, uno spazio multimediale, una biblioteca, insomma siamo di fronte al “classico” museo uscito dalla matita del nostro architetto più famoso che, sin dai suoi gloriosi ed irriverenti esordi con il progetto del Beaubourg parigino, ci ha regalato numerosi e apprezzati spazi espositivi con le medesime caratteristiche.

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Il viadotto dei presidenti

Un profondo senso di luogo e di appartenenza alla città viene stabilito dalle viste che si alternano tra il fiume Hudson e la metropoli, “Guarda verso il west, i grandi spazi, i tramonti sul fiume e il New Jersey. Laggiù uno si immagina tutta l’America, fino alla California” afferma Piano in un'intervista pubblicata su Repubblica quasi citando una leggendaria illustrazione che Saul Steinberg disegnò per il New Yorker nel 1976. Anche la forma asimmetrica dell’edificio risponde, con audacia, al carattere industriale degli edifici circostanti, affermando una nuova presenza a suo modo scultorea, rappresentativa dei valori di una nuova epoca. Dal punto di vista ambientale, il nuovo Whitney è il primo museo d'arte di New York ad ottenere il certificato LEED. Il progetto infatti  incorpora un tetto verde, un grosso serbatoio di detenzione d'acqua e il 20% dei materiali di costruzione sono riciclati, inoltre la sua vicinanza al fiume ha imposto, dopo il devastante uragano Sandy, un ripensamento del progetto per far sì che l’edificio possa resistere ad eventi analoghi proteggendo il patrimonio artistico che custodisce al suo interno.

Anche a Roma, Piano sta cercando di utilizzare materiali riciclati, con i suoi progetti di riqualificazione delle periferie. Roma è una città piena di progetti iniziati e mai finiti, così da quando, circa un anno e mezzo fa, l’architetto genovese è stato eletto senatore a vita, ha riunito nel suo ufficio, al numero G124 di palazzo Giustiniani, sei giovanissimi architetti selezionati tra i 600 partecipanti ad un concorso, e con loro sta cercando soluzioni per trasformare quegli spazi in abbandono e in pessime condizioni ambientali e strutturali, in luoghi per promuovere installazioni d'arte, eventi e workshop. “Le periferie sono spesso accompagnate da connotati negativi, ma la verità è che l'energia della città e del desiderio di cambiamento arrivano proprio da lì”, dice Piano in un articolo del 12 gennaio pubblicato sul New Yorker.

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Il team di Piano nel suo ufficio di palazzo Giustiniani

Uno dei progetti che il team ha individuato dopo diverse analisi è situato in un'area periferica di grigie case popolari costruite tra gli anni ‘70 e ‘80 grazie alle relazioni troppo semplici tra autorità e speculatori. Si tratta di uno spazio abbandonato sovrastato da un cavalcavia di due chilometri conosciuto come Viadotto dei Presidenti, quella che doveva essere una linea tranviaria ma che non fu mai terminata, un relitto urbano insomma, pensato per collegare Saxa Rubra a Cinecittà. Ebbene questi architetti hanno quindi pensato di riconvertire il viadotto in una sorta di High Line rovesciata, con il parco sottostante per intenderci, cercando di immaginare all’interno di questo spazio verde una serie di interventi che possano attivare una rigenerazione urbana e sociale del quartiere.

Vedere questa zona trasformata in un parco totalmente ecosostenibile è il sogno, non solo degli architetti, ma soprattutto dei suoi abitanti che sono stati coinvolti in una progettazione partecipata. Sarà un progetto lungo e diviso in varie fasi,  si parla per ora di tre; la prima si concentrerà sulla riattivazione del viadotto attraverso il recupero della struttura esistente, la seconda sulla realizzazione del percorso ciclo-pedonale, e per finire il collegamento dell'intera zona con l'area circostante. Camminare a 15 metri dal livello stradale è sempre un'esperienza speciale e la bellezza è insita in questa esperienza. Non  si sa ancora quando il progetto sarà terminato, ancora nessuno si pronuncia sui costi, ma sembrano tutti pronti a mettere in moto l’utopia metropolitana. Non deve sorprendere se si pensa che l’architetto è ormai uno dei rari personaggi “trasversali” del nostro paese, che sembra poter sempre mettere d’accordo tutti. Ci auguriamo che con questo progetto e la filantropia che lo ha ispirato, Roma, la città dai tanti progetti incompleti e dimenticati, riesca a vedere presto la rinascita di una delle sue aree periferiche da troppo tempo dismesse.

 

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