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La luce della Sicilia vista da Michelangelo Antonioni visto da Renato Zacchia

In occasione della rassegna cineamtografica Open Roads al Lincoln Center, Renato Zacchia presenta una mostra delle immagini scattate quando lavorava come fotografo di scena sul set del documentario di Antonioni Sicilia. Le immagini in bianco e nero ci fanno conoscere meglio il maestro e il suo amore per l'isola

Si può con una fotografia catturare la genialità, la sensibilità e la passione di uno dei più grandi maestri del cinema italiano? Nella mostra Guardando con Michelangelo Antonionidal 5 al 10 giugno alla Walter Reade Theatre Gallery del Lincoln Center, il fotografo Renato Zacchia ha dimostrato di essere riuscito nell’impresa. 

Tutto ha inizio nel 1997 quando lo scenografo catanese è chiamato a lavorare per Antonioni come fotografo di scena ufficiale per il documentario Sicilia promosso dalla Regione. Le 27 immagini che costituiscono la mostra newyorchese, presentata in occasione della rassegna di cinema italiano Open Roads, testimoniano parte di quella esperienza, dal primo scatto a Catania nell’Istituto di Belle Arti alle fotografie del maestro ferrarese nei vicoli della città, accompagnato dalla moglie Enrica e da Maria Grazia Cucinotta, protagonista del documentario. 

L’affetto di Antonioni per la moglie, il suo sguardo nella macchina da presa e gli attimi di lavoro e relax con i collaboratori (tra cui il regista Gigi Piola) sono momenti che Zacchia ha saputo cristallizzare in immagini in bianco e nero che ci portano a conoscere meglio il maestro. In particolare questi scatti documentano e confermano l’amore di Antonioni per la Sicilia, già terra protagonista di alcuni suoi film (su tutti basti pensare a L’avventura). 

In occasione dell'inaugurazione della mostra, abbiamo fatto una chiacchierata con il fotografo.

Renato, cosa ha significato per te lavorare per Michelangelo Antonioni?

AAAA2“A 18 anni vidi per la prima volta Blow-Up, un film che mi ha folgorato, “it blew my mind”, potremmo dire. In particolare l’attenzione alla costruzione delle immagini e la scena finale con la partita a tennis senza palla, giocata dai mimi, hanno innescato qualcosa dentro di me. La decisione di intraprendere una carriera da fotografo protagonista nasce proprio in quel momento. A sua insaputa, Antonioni mi ha indirizzato verso questo mestiere e ha alimentato la mia passione, prima vissuta solo a livello amatoriale. Quando fui chiamato come suo fotografo di scena per il documentario ovviamente non ho esitato un momento e ho avuto la fortuna di lavorare accanto al maestro per le tre settimane di riprese. Con lui ho quindi mantenuto rapporti di amicizia e questa mostra vuole essere un omaggio alla sua arte e a quello che la sua persona ha significato per me. Ogni sua ripresa cinematografica era una fotografia. Seguire il suo sguardo che si posava sugli oggetti, gli attori e i paesaggi è stato per me una incredibile lezione”.

Da siciliano credi che Antonioni abbia saputo cogliere la bellezza della tua isola?

“Il maestro amava la Sicilia. Lo ha dimostrato nei suoi film e lo ha confermato con questo documentario. La raffinatezza estrema delle sue immagini è stata in grado di catturare non solo la bellezza della Sicilia, ma anche i suoi contrasti, la sua forza e vitalità (penso soprattutto alle scene girate vicino l’Etna). Se non sbaglio, Tonino Guerra sosteneva che Antonioni amava molto la sua nebbia ferrarese. Seppur vero, sono convinto che il maestro abbia saputo mostrare la sua passione per la luce solare, i contrasti accesi e taglienti che ritrovava proprio nella mia isola. Mi diceva spesso di aver paura di diventare cieco proprio per il suo guardare le luce e il mondo intorno a lui con troppa energia”. 

In quali zone della Sicilia avete girato? 

“Antonioni ha ideato il documentario partendo da Catania e focalizzando sui suoi vicoli (nella mostra fotografica potete vedere, tra gli altri, gli scatti di Via Crociferi, ndr) e sulla parte barocca della città, zone scelte dal maestro anche per i suoi film; si è spostato poi verso Selinunte, il tempio di Segesta e le pendici dell’Etna, scegliendo Maria Grazia Cucinotta, bellezza mediterranea per eccellenza, come elemento di unione tra le varie location”. 

Ci racconti come è nata questa mostra?

mostra“La mostra è nata tra difficoltà e impedimenti che mi hanno lasciato non poco amaro in bocca. Volevo rendere omaggio a un grande maestro del nostro cinema e alla mia terra e, pur dovendo in ultima istanza finanziare personalmente la mostra, spero di essere riuscito nel mio intento. Avevo inizialmente tentato di esibire le fotografie in Italia prendendo contatto con la Regione e diversi enti nazionali, purtroppo senza trovare appoggio economico. Nemmeno Armani, sponsor dei vestiti di Maria Grazia Cucinotta nel documentario, ha voluto impegnarsi attivamente. Per un periodo sono stato costretto ad accantonare questo progetto. Nel 2012, centenario della nascita del maestro, l’Ambasciata Italiana a Cuba mi ha finalmente dato la possibilità di realizzare la mostra in concomitanza con il Festival Internazionale del Cinema Latino Americano e grazie anche all’interesse di Enrica Antonioni e di Daniela Aronica, professoressa all’Universitat de Barcelona”. 

La ritroveremo in altre città dopo New York?

“Dopo New York, dove la mostra è stata abbinata, potremmo dire, alla retrospettiva Open Roads. New Italian Cinema, sono in contatto con il comune di Noto per riportare Antonioni in Sicilia con una selezione più ampia di fotografie. Grazie anche all’interesse di Antonio Monda [fondatore di Open Roads e direttore del Festival di Roma, ndr] spero di poter poi esibire gli scatti in occasione del Roma Film Festival”. 

 

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