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Vivian Maier, schiva pionera del selfie

Una delle immagini in mostra al MAN di Nuoro

Una delle immagini in mostra al MAN di Nuoro

Al MAN di Nuoro, fino al 18 ottobre, in mostra il lavoro della fotografa-bambinaia che, nascondendo la macchina fotografica sotto il cappotto, catturò lo spirito dell'upper class americana, senza mai svelare la sua arte

Da quando sono state scoperte, nel 2007, dentro un vecchio baule messo all'asta e comprato dallo statunitense John Maloof per la cifra irrisoria di 380 dollari, le fotografie e la storia di Vivian Maier non hanno più smesso di destare stupore e ammirazione, tanto da arrivare anche in Italia, più precisamente a Nuoro, per una mostra personale, Vivian Maier: Street Photographer, allestita dal 10 luglio al 18 ottobre al museo MAN, nel cuore della città sarda. 

Di origini francesi da parte materna, Maier, ha vissuto la sua vita artistica nel più totale anonimato, senza mai sviluppare i centinai di rullini custoditi gelosamente e mai mostrati. La fama mondiale arrivò solo all'indomani della sua morte, avvenuta nel 2009, quando Maier venne riconosciuta  come una delle fotografe più significative ed influenti del XX secolo, tanto da essere accostata ai lavori di Robert Frank o della materna regina dei freak d'America, Diane Arbus. 

La mostra, la seconda italiana dopo quella del 2012 allestita alle Gallerie dell'Incisione di Bologna, è curata da Anna Morin con la collaborazione di Lorenzo Giusti, direttore del MAN. L'esposizione conta 120 scatti, un percorso cronologico che dai primi anni '50 arriva alla fine dei '60, mostrando non solo l'evoluzione umana, sociale ed architettonica dell'America ma anche quella artistica di Maier, alla quale si aggiungono dieci filmati in Super 8 ed una serie inedita di provini a contatto. Gli ultimi scatti in ordine temporale mostrano, infatti, un cambiamento di prospettiva legato alla sostituzione dell'apparecchio fotografico, non più la Rolleiflex ma una Leica IIIc che portava l'obiettivo dell'artista a spostarsi dal basso ventre all'altezza dell'occhio, creando un nuovo modo di concepire l'inquadratura dell'artista invisibile che spesso rubava i suoi scatti nascondendo la macchina fotografica dentro i grandi cappotti che ne neutralizzavano le forme. 

Nata a New York nel 1926 Vivian Maier lavorò come bambinaia per privilegiate famiglie dell'upper class statunitense per quasi tutta la sua vita, vivendo il suo lato artistico e privato con possessivo riserbo fino a quando alcune delle sue fotografie sono state sviluppate e pubblicate sul blog di Maloof che, consapevole di trovarsi fra le mani l'opera di un'artista e non di una semplice appassionata di fotografia, volle condividere con il resto del mondo quello che fino a quel momento era rimasto nell'intimo di questa artista straordinaria. Nell'era del digitale e della condivisione, i suoi scatti sono diventati virali tanto da attirare non solo l'interesse di semplici ammiratori ma anche quello di critici e musei d'arte, inizialmente titubanti e poi sbalorditi ed increduli difronte a quegli scatti capaci di congelare l'America a cavallo tra gli anni '50 e '60. Il fortunato giornalista di Chicago, la città del vento che ha ospitato la Maier per buona parte della sua vita, deciso a scoprire di più sul nebuloso passato della fotografa-bambinaia ha iniziato una personale indagine che, grazie all'aiuto del regista Charlie Siskel, ha portato alla nascita del documentario nominato all'Oscar, Finding Vivian Maier, distribuito in Italia grazie dalla Feltrinelli Real Cinema. 

Il ritratto che ne scaturisce è quello di una donna al tempo stesso indipendente e fragile, morbosamente gelosa dei suoi scatti come della sua vita privata, collezionista seriale di giornali e registrazioni audio, profondamente affascinata e spaventata dal mondo, auto-reclusasi in una solitudine necessaria ed invalidante. Una donna dal carattere complesso ed un'artista non del tutto consapevole di esserlo o forse sono spaventata dal doversi confrontare con un pubblico, proprio lei che aveva passato l'esistenza a rendersi invisibile. Tra i tanti negativi – oltre 30.000 – ai quali si aggiungono rullini mai sviluppati, filmini in Super 8 e registrazioni su cassetta, Maier, ha lasciato dietro di sé tracce della sua vita e del cambiamento dell'America, immortalato negli scatti impressi su negativo tra New York, Chicago e Los Angeles.

Ricche di particolari o fulminei scatti di un momento irripetibile ed eccezionale, seppure nella sua semplicità o quotidianità, le fotografie di Vivian Maier sono divenute celebri non solo per il ricco materiale umano collezionato, fatto dei volti privi di speranza dei senzatetto, dei sorrisi eccitati di bambini, delle forme eleganti degli abiti di donne facoltose o dei dettagli di mani o sguardi di chi non sapeva di essere guardato, ma sopratutto per gli innumerevoli autoritratti. Anche senza conoscere la sua storia è possibile scoprire un pizzico dell'incognita Maier proprio da quei numerosi scatti che l'hanno portata ad essere definita l'antesignana dei moderni selfie. Definizione che stride, in realtà, con la sua natura schiva. I suoi autoritratti, infatti, non hanno una natura esibizionista. Piuttosto riflettono la sua timidezza (quasi mai lo sguardo è dritto in camera), la sua solitudine mista alla necessità di nascondersi e confondersi (spesso si tratta di foto scattate alla sua ombra) e la sua incapacità di stabilire un contatto diretto (frequenti sono gli autoritratti realizzati grazie a specchi o superfici riflettenti). 

I'm sort of a spy”, diceva di se stessa. E come una spia ha vissuto in incognito, portando con sé il segreto sulla sua vera natura, artista sofisticata e dallo sguardo inconsueto, capace di catturare lo spirito di un Paese e dei suoi abitanti, immersa nelle sue strade eppure distante. 

 

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