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I traumi di Alberto Burri al Guggenheim e la luce della Scuola napoletana all’Istituto di cultura

Alberto Burri Rosso gobbo (Red Hunchback), 1953 Acrylic, fabric, and resin on canvas; metal rod on verso, 56.5 x 85 cm Private collection, Rome © Fondazione Palazzo Albizzini Collezione Burri, Citta? di Castello/2015 Artists Rights Society (ARS), New York/

Alberto Burri Rosso gobbo (Red Hunchback), 1953 Acrylic, fabric, and resin on canvas; metal rod on verso, 56.5 x 85 cm Private collection, Rome © Fondazione Palazzo Albizzini Collezione Burri, Citta? di Castello/2015 Artists Rights Society (ARS), New York/

Al Guggenheim una grande retrospettiva dell'artista italiano Alberto Burri ripercorre le sue riflessioni atristiche, tra sacchi, catrami, Cellotex e ferri. Intanto all'Istituto italiano di Cultura una rassegna dei pittori della Scuola napoletana  

Primi, luminosi giorni di Ottobre a Manhattan e improvvisa fioritura di mostre dedicate all’arte italiana nel quadro del Mese della cultura italiana in America e in celebrativa coincidenza sia con il classico Columbus Day che con il sessantesimo anniversario dell'ingresso dell'Italia all'ONU (festeggiato giovedì 8 con un concerto dei cameristi della Scala al Palazzo di Vetro). 

Delle due mostre di Andrea del Sarto ho già raccontato. Adesso parlo di altre due esposizioni di altissimo livello. La prima ha luogo al Guggenheim Museum, il famoso cilindro a spirale di cemento bianco creato da Frank Lloyd Wright sul margine del Central Park, ed è la più vasta retrospettiva mai tenuta in America dell’opera di Alberto Burri (1915-1995), pittore umbro la cui produzione artistica inizia dalla fine della Seconda guerra mondiale. La mostra si chiama Alberto Burri: The Trauma of Painting, un titolo tratto dalle parole stesse con cui Burri alludeva alla tensione estrema prevalente in lui durante le sue manipolazioni dei materiali impiegati come pittura, soprattutto nel momento in cui, faticosamente raggiunto un equilibrio compositivo, una legge segreta gli imponeva di spezzarlo per ricadere nel disordine. 

Autodidatta, medico, militare nella Seconda guerra mondiale, era stato prigioniero di guerra in America dove aveva avuto contatto con le esperienze dell’arte gestuale e dell’Espressionismo Astratto americano, e dove aveva tentato i suoi primi assemblaggi di materiali di scarto e di materiali industriali.  Tornato in Italia e testimone del risveglio spirituale e culturale del dopoguerra italiano, aveva cominciato a mettere insieme come strumento espressivo materiali grezzi e informi come il cemento, la polvere di pomice, i tessuti di scarto e i sacchi di juta, anticipando di decenni l’Arte Povera e creando contrasti e tensioni di rilievo sculturale con frequenti allusioni al corpo umano e simbolismi mistici richiamanti la sua formazione umbra. Negli anni Cinquanta, era del “miracolo economico”, inseriva nei suoi assemblaggi materiali industriali appena usciti dalla fabbrica e puri come tavole di legno, sbarre di ferro, fogli di acciaio e, più avanti nel tempo, pellicole di plastica e di celotex, solo per corromperli e profanarli con crepe, strappi, ricuciture, scoloriture, bruciature e liquefazioni. 

A parte la biacca o bianco di zinco, il nerofumo, le lacche nere e rosse, raramente Burri si è servito, per connettere i suoi materiali grezzi, di pittura come quella che esce da un tubetto di metallo. La materia – diceva – deve raggiungere una sua isolata “presenza” nel momento stesso in cui si avverte che essa non è più esprimibile con le parole. Mentre all’origine delle composizioni di Burri sono state le ricerche dell’Espressionismo americano, la via verso cui egli le ha orientate nelle sue investigazioni dei materiali ha poi avuto una forte influenza in tutte le correnti artistiche del ventesimo secolo e in particolare sulla Pop art (si pensi, per esempio, alle opere di Rauschenberg, che aveva visto e apprezzato gli esperimenti di Burri nel suo studio italiano). La retrospettiva è organizzata  più o meno cronologicamente seguendo dieci principali “serie” che Burri investigava sottoponendo materiali sempre diversi agli stessi sforzi di penetrazione e di assemblaggio, qualche volta estesi alla stessa cornice del quadro. Le superfici, bidimensionali ma tendenti sempre al rilievo e alla terza dimensione, sono generalmente molto vaste; ma ad esse fa da delizioso riscontro una serie di miniature, ognuna riproducente le tecniche utilizzate nei principali periodi della sua produzione e in cui il complesso e brutale trattamento della materia è costretto ad esprimersi in pochi centimetri quadrati.

Mancini

Natura morta con frutta e bottiglia. Antonio Mancini (Albano Laziale 1852 – Roma 1930).

A una ventina di isolati di distanza dal Guggenheim, nell’elegante sede dell’Istituto Italiano di Cultura a Park Avenue c’è una mostra di quadri sereni e tranquilli intitolata The Light of Southern Italy. Paintings from the 19th Century Neapolitan School, che sembrerebbe un antidoto contro le angosce che impregnano gli assemblaggi brutali di Burri. Sono riunite le opere di ventiquattro pittori meridionali italiani di fine Ottocento, tra cui spiccano Michele Cammarano, Ettore Cercone, Hermann Salomon Corrodi, Marco De Gregorio, Giuseppe De Nigris, Francesco Lojacono, Augusto Lovatti, Antonio Mancini, Francesco Paolo Michetti, Filippo Palizzi, Antonio Pratella, Rubens Santoro e Vincenzo Volpe. Sono tutti pomeriggi assolati, mari sereni intorno a Capri, fiori e frutta e sorrisi di fanciulle. Scene d’incanto. Tuttavia qualche volta intravvedi anche l’ansia della creazione, come per esempio dietro una meravigliosa natura morta di Mancini, lo stesso pittore che, poi, morì travagliato per anni dalla depressione psicotica. È il “trauma del dipingere”, appunto, quello stesso di cui si lamentava Burri. 

La mostra al Guggenheim chiuderà il 6 gennaio 2016, quella all'Istituto di cultura è in corso fino al 5 novembre.

 

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