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L’arte di provocare di Archie Rand

Archie Rand e il suo The 613, alla ricerca di un dialogo tra arte e mondo ebraico

Archie Rand

Archie Rand (Ph: Barney Kulok)

Nonostante l'iniziale avversione da parte della comunità ebraica, oggi il libro The 613 di Archie Rand, pubblicato di recente, è apprezzato da ebrei, musulmani, cristiani, atei e agnostici, per il suo linguaggio fruibile, che supera ogni preconcetto legato alla religione

Provocatorio, a metà tra la fotografia di Pulp Fiction e i fumetti degli anni Quaranta e Cinquanta. Scanzonato, vaudevilliano: esattamente in mezzo tra il sacro e profano. Un’opera concettuale e visiva, un pezzo di letteratura grafica trasgressiva, ma anche trascendente, tra la bellezza innocente e il terrore. Divertente, autoironica. A tratti dissacrante.

Archie Rand

The 613 (Blue Rider Press-Penguin Random House 2015) è il libro che raccoglie le illustrazioni dei 613 comandamenti ebraici realizzati da Archie Rand, artista ebreo di Brooklyn. Il progetto risale a quindici anni fa, quando Rand, i cui lavori sono stati esposti nei musei di tutto il mondo, dall’Art Institute of Chicago al San Francisco Museum of Modern Art, fino al Museo di Tel Aviv, realizzò nel suo studio di Brooklyn un’installazione gigante che metteva insieme le 613 illustrazioni. Un lavoro durato cinque anni, che oggi è diventato un libro, un’iconografia istantanea e accattivante, che in maniera drammatica, e a volte grottesca, traduce i comandamenti in quadri da action movie.

Ma arte e giudaismo si escludono, così come sancito dal secondo comandamento, che impedisce la raffigurazione della divinità e di tutto il creato.“Per alcuni è un atto radicale, ma per me  – spiega Archie Rand a La Voce  il mio lavoro è un contributo necessario a una cultura visiva universale, che negli anni ha escluso ogni riferimento ebraico”.

Archie RandDel resto Rand, professore di arte al Brooklyn College della CUNY, che ha sposato la siciliana Maria Rand Catalano, ex direttrice della Brooklyn College Art Gallery, non è nuovo nella ricerca di un dialogo tra il mondo dell’arte e quello ebraico. Nel 1974 è stato accusato di eresia per aver realizzato alcuni  murales all’interno della sinagoga B’nai Yosef di Brooklyn. Alla fine Rand è stato assolto dal tribunale religioso, che ha apprezzato i suoi quadri e ha permesso che rimanessero nella sinagoga di Brooklyn, l’unica al mondo a contenere raffigurazioni.

Anche l’installazione 613 non ha avuto all’inizio un riscontro positivo da alcuni componenti dell’ebraismo ortodosso. Oggi il suo libro, da poco pubblicato (The 613,  Blue Press), viene apprezzato da ebrei, musulmani, cristiani, atei e agnostici, per il suo linguaggio immediatamente fruibile e trasversale, che supera ogni preconcetto legato alla religione.

Archie RandAttratto dalla serialità nell’arte come nella musica, Rand si lascia ispirare in quest’opera concettuale dal sassofonista Sonny Rollins, dal poeta John Ashbery e dal jazzista e poeta Cecil Taylor. Non mancano i riferimenti a Sol Lewitt, Andy Warhol e Jackson Pollock, così come a Carl Jung e Franz Kafka. “La mia visione in The 613 è stata quella di un muro sacro, ma senza scadere nella falsa pietà. Nella mia mente gli affreschi della sinagoga di Dura Europos in Siria, i dipinti e le sculture buddiste delle grotte di Ajanta in India, la grandeur e l’ intimità degli affreschi della cappella Brancacci a Firenze. Tutti esempi e luoghi che contengono  un perfetto equilibrio tra l’energia e la solennità monotona, che poi sono le due facce della nostra esistenza”, conclude Rand.

E così, nel tentativo forse di secolarizzare l’arte ebraica, nasce un moderno linguaggio pop, diretto ed immediato, che soddisfa la necessità impellente di comunicare e di creare.

Archie Rand sarà al Brooklyn Museum il 12 marzo per un reading.

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