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I paesaggi impossibili di Luigi Ghirri

Alla Matthew Marks Gallery di Manhattan fino al 30 Aprile le fotografie di Luigi Ghirri

di Nicola Lucchi

Luigi Ghirri, Cervia, Dalla serie "Paesaggio Italiano", 1989. ©Eredi Luigi Ghirri, courtesy Matthew Marks Gallery

In mostra spazi, oggetti e genti di un'Emilia Romagna scissa tra passato agricolo e cultura del consumo. Con il piglio dell'inchiesta e un misto di ironia e rispetto, Luigi Ghirri esplora il quotidiano, il casuale e il commerciale

Questa primavera è una buona stagione per l’arte italiana contemporanea a New York. La Matthew Marks Gallery sta presentando a Chelsea una mostra del fotografo Luigi Ghirri, il geometra divenuto artista che fu tra i primi, in Italia, ad innalzare la fotografia a colori allo status di espressione artistica.

Nato nel 1943, Ghirri incominciò a cimentarsi con la fotografia artistica negli anni ’70. Attraverso la visita a città, campagne, e località turistiche della sua nativa Emilia Romagna, Ghirri ha sviluppato un vasto corpus di immagini che documentano e studiano gli spazi, gli oggetti e le genti di una regione scissa tra il suo passato agricolo e il suo sviluppo turistico, tra le sue economie domestiche e la cultura del consumo. Le foto di Ghirri mostrano, attraverso una selezione di simboli e oggetti familiari a chiunque abbia vissuto in Italia tra gli anni ’70 e gli anni ’80, quella miscela di familiarità e disorientamento che caratterizzò quei decenni. La mostra è un piccolo tour de force che possiede la gravitas dell’inchiesta metodica e seriale, ma al tempo stesso la nostalgia per un paesaggio distintamente italiano che negli ultimi anni è divenuto più difficile da riconoscere, e più difficile da trasmutare in un fatto artistico.

Luigi Ghirri

Luigi Ghirri, dalla serie “Colazione sull’erba”, 1973. ©Eredi Luigi Ghirri, courtesy Matthew Marks Gallery, Modena

Allestite in tre stanze adiacenti, le opere che compongono Impossible Landscapes offrono una soddisfacente retrospettiva delle molteplici linee di indagine estetica (e in qualche misura sociologica) che Ghirri ha sviluppato nel corso della sua carriera. La mostra rappresenta, in un certo senso, un carotaggio archivistico che porta in superficie alcuni campioni di un opus visuale molto più ampio. Possiamo osservare primissimi piani quasi astratti, che documentano il motivo di alcune mattonelle o la ghiaia di una strada sterrata; desolati paesaggi urbani, nei quali natura e architettura si scontrano nel tentativo di imporre un proprio solitario percorso verso la monotonia, e una sospensione quasi metafisica della temporalità; e ancora paesaggi marini, attraversati da un’umanità semplice di bagnanti che trova riparo dal sole opprimente tra i simboli onnipresenti del consumismo.

Le fotografie di Luigi Ghirri indagano il quotidiano e il domestico, il casuale e il fortuito, il volgare e il commerciale, con un misto di ironia e rispetto. I soggetti e le scelte compositive delle inquadrature segnalano chiaramente come l’occhio di Ghirri fosse ben consapevole degli sviluppi dell’arte moderna e contemporanea: gli studi di mattonelle e pietrisco suggeriscono una osservazione attenta del lavoro di Piet Mondrian e dell’Arte Informale; le fotografie di cartelloni pubblicitari strappati dialogano naturalmente con le opere di Mimmo Rotella, mentre le pagine di riviste popolari inquadrate tra pubblicità della Coca-Cola ricreano una sorta di “ready-made” photocollage, in cui il compito dell’artista è semplicemente quello di riconoscere e documentare la qualità artistica della vita quotidiana. In aggiunta, il visitatore è spesso spinto a considerare le singolari inquadrature che immortalano scene e oggetti comuni: la disposizione degli elementi davanti all’obbiettivo del fotografo dimostra un attento studio della composizione, al punto che certe fotografie potrebbero sembrare la documentazione di un progetto di arte concettuale, un intervento di landscape art, o l’installazione di un artista di Arte povera.

La maggior parte delle fotografie di Ghirri sono stampate in piccolo formato, spesso 4 3/4 x 6 1/2 pollici: queste dimensioni minuscole, unite alla patina di colori ormai vecchi di trent’anni, creano un legame speciale con il visitatore che ancora ricorda la propria familiarità con questi reperti archeologici di una tecnologia obsoleta, superati dalla fotografia digitale a dai sofisticati smartphone. Le stampe di Ghirri parlano di un mondo in cui la circolazione e il consumo di immagini erano ancora legati ad un’esperienza fisica e tattile. Osservandole a lungo, queste immagini mi hanno fatto pensare alla cultura visiva contemporanea. Ho pensato al nostro presente, in cui tecnologie come Google Streetview hanno già fotografato, con la propria pretesa di serialità e serietà, e con il proprio disincarnato senso estetico, il mutevole paesaggio che ci circonda con i suoi segni e i suoi significati. Cosa avrebbe potuto essere, oggi, l’opera di Ghirri?


*Nicola Lucchi scrive questa rubrica come borsista in residenza al Center for Italian Modern Art. Questo articolo viene pubblicato anche sul blog del CIMA.

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