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L’arte di Pergamon torna a fiorire al Met

Dal 18 aprile al 17 luglio, la mostra “Pergamon and the Hellenistic Kingdoms of the Ancient World”

Pergamon

Ricostruzione dell'Acropoli di Pergamon fatta nel 1888 dall'architetto A. Bohn del museo archeologico di Berlino

L'idea è di Carlos A. Picón, curatore di arte greca e romana del Metropolitan Museum of Art: portare a New York parte della mostra che il più grande museo di antichità di Berlino ha dedicato nel 2011 all'altare di Pergamon. E farne un'occasione per ricostruire l'antica civiltà del Vicino e Medio Oriente

Pergamon: una parola magica per chi abbia anche semplicemente orecchiato una delle più grandi imprese archeologiche dell’ultimo secolo e mezzo, tuttora in corso; un trionfo della cultura tedesca cominciato quando la Germania era ancora il lustro, e non il mostro, d’Europa; e l’evoluzione del più grande museo di antichità di Berlino intorno ai reperti delle civiltà ellenistiche nate dalla frantumazione dell’impero di Alessandro Magno avvenuta dopo la morte, a 32 anni, del grande conquistatore. Ma soprattutto intorno alla civiltà fondata a Pergamo, oggi Bergama in Turchia, dalla dinastia degli Attalidi e illustrata dal suo favoloso Grande Altare.

È allora su questa parola che Carlos A. Picón, uno dei più brillanti nonché astuti conservatori d’arte greca e romana che il Metropolitan Museum of Art di Manhattan abbia mai avuto, ha imperniato la splendida mostra che si è appena aperta nel museo: Pergamon and the Hellenistic Kingdoms of the Ancient World. Picón ha approfittato del fatto che lo Staatliche Museum zu Berlin stava chiudendo i battenti per un periodo di restauro per negoziare il trasporto a  New York di almeno alcuni pezzi di una mostra centrata dal museo stesso nel 2011 su, appunto, l’altare di Pergamon, tra i quali non già l’ altare stesso – ovviamente inamovibile – ma alcuni frammenti dei suoi fantastici fregi, più una copia romana della statua di Atena Parthenos di Fidia alta quattro metri. Questa dea protettrice di Pergamo si elevava sulla fantastica acropoli  e al centro del santuario di Pergamo dominanti l’antica città. Intorno a questi pezzi Picòn ha sparso una fantasmagoria di altri oggetti relativi allo sviluppo dei regni ellenistici cavandoli dal vasto patrimonio del Met.

Ma Picón e una squadra di suoi collaboratori, in particolare il curatore Sean Hemingway, non si sono limitati a questo. Per dare un’idea non solo di Pergamon, ma dell’intera costellazione di quei regni – che comprendevano tutto il Vicino e il Medio Oriente addentrandosi nella penisola indiana, dalla valle del Nilo a quella dell’Indo –  e dell’immensa influenza che l’arte fiorita in questi territori (passati più tardi sotto il controllo del nuovo centro magnetico della civiltà, Roma) avrebbe poi avuta sull’arte di tutti i tempi, si sono rivolti ad alcuni dei più grandi musei archeologici di tutto il mondo occidentale: da quelli di Roma, Napoli, Pescara, Taranto e Palermo a quelli di Londra, Parigi, Vienna, Atene,Tunisi e Rabat e ne hanno ottenuto in prestito alcuni dei più sensazionali reperti antichi mai apparsi da questa parte dell’Atlantico. La mostra è venuta dunque a comprendere 265 oggetti di cui solo un terzo provenienti da Pergamon via Berlino; gli altri due terzi dal Met stesso e da tutte le istituzioni suddette.

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Ermafrodio dormiente, dal Museo nazionale archeologico di Roma, Palazzo Massimo

Limitandoci ad alcuni dei reperti più spettacolosi, il pubblico newyorchese, nonché il torrente di turisti di tutto il mondo che in questa meravigliosa primavera affolla Manhattan possono così ammirare una copia antico-romana di proprietà del British Museum del commovente Spinario ellenistico, il ragazzo che si estrae una spina dal piede, simile a quella dei musei capitolini di Roma che è molto più famosa ma in realtà meno autentica, perlomeno per quanto riguarda la testa; il languido Ermafrodito dormiente di Palazzo Massimo ottenuto in prestito da Roma, senza il quale, forse, molte delle grandi odalische come quelle di Tiziano e di Ingres, e altre raffiguranti le soffici forme di ambedue i sessi esposte giacenti al nostro sguardo non sarebbero mai esistite; l’imponente, umanissimo Generale di Tivoli pure proveniente da Palazzo Massimo; o una serie di busti scultorei di bronzo di una penetrazione psicologica e di una sottigliezza di particolari quali neppure il marmo può raggiungere, tra cui una stupefacente, ansiosa testa di governante macedone ripescata dal mare al largo di Kalymnos nel 1997.  La mostra offre una quantità di oggetti minori (ma solo per dimensioni), tra cui statuette bronzee di incredibile espressività come una di Alessandro magno che caccia, una di un giovane malato che tende le mani, un immenso cameo d’onice di Tolomeo II Filadelfo e di sua sorella Arsinoe creato quando si sposarono secondo il costume faraonico, e decine di altri. Basterebbe il peso di una tale quantità di marmi e bronzi che è stato necessario trasportare da ogni parte d’Europa, dall’Asia Minore e dal Magreb per ammirare  l’impresa portata a termine dagli uomini del Met. Un minuscolo conforto, forse, per le demenziali devastazioni che in questo stesso tempo e in questo stesso versante geografico gli ossessi dell’ISIS hanno compiuto e stanno compiendo a Palmira, Ninive, Nimrud, Raccà, Mossul e in altre parti di quanto resta della civiltà in questione.

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