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Roma, città dell’anima

Apre alla Morgan Library and Museum la mostra City of the Soul. Rome and the Romantics

city of the soul

Jean-Baptiste-Camille Corot (1796–1875), The Arch of Constantine and the Forum

Dal 17 giugno all'11 settembre in mostra una sessantina tra quadri, stampe, antiche fotografie e manoscritti che hanno al centro Roma, così come la vedevano i visitatori stranieri durante l’epoca romantica

Si apre venerdì 17 giugno alla Morgan Library and Museum una mostra molto tempestiva. Si chiama City of the Soul e ha per sottotitolo Rome and the Romantics. È tempestiva perché ricorda che c’è stato un tempo, non molto lontano da noi, in cui la “città dell’anima” ossia la capitale spirituale del mondo era – e così l’aveva definita Lord Byron in un suo celebre verso – Roma, e questo non tanto perché c’era il papa (anzi, molti avrebbero detto a quell’epoca “nonostante il papa”). Ma perché i ricordi e i cimeli della massima civiltà che un popolo avesse mai dato all’occidente erano ancora lì a Roma perfettamente visibili e ognuno era in grado di conoscerli e di esprimere verso di loro un minimo di reverenza. Oggi invece masse di turisti vagano disorientati per le vie di Roma e dopo il Colosseo, il Vittoriano e San Pietro pensano di aver visto tutto; si fanno fotografare sotto le false statue di bronzo degli imperatori erette in tempo fascista prendendole per vere, o ritrarre a pagamento accanto a cafoni vestiti  da antichi centurioni; per non parlare delle pizzerie e dei negozi controllati dalla mafia.

Tornando alla mostra, questa consiste di una sessantina tra quadri, stampe, antiche fotografie e manoscritti concernenti Roma così come la vedevano i visitatori stranieri durante l’epoca romantica, con particolare riguardo all’effimera Repubblica romana di Garibaldi e Mazzini e all’annessione di Roma all’Italia ventidue anni dopo.

city of the soul

Thomas Hartley Cromek (1809–1873), The Via Sistina and the
Palazzo Zuccaro from the Trinità dei Mont,. Watercolor over graphite,
with scraping, 1830. The Morgan Library & Museum, gift of the
Fellows. Photography by Graham S. Haber.

Gli oggetti di maggiore spicco sono un olio su carta di J. B. Corot – forse l’unico pittore che abbia mai saputo captare quel particolare punto d’azzurro che è il cielo di Roma – rappresentante l’Arco di Costantino e il Foro; e un acquerello di J. M. W. Turner che mostra l’interno di San Pietro. Turner a quel tempo viveva a Roma, precisamente a Piazza Mignanelli dove un diarista inglese lo ricorda sempre vicino alla finestra a prendere schizzi sul suo taccuino. L’acquerello esposto non ha peraltro nulla del piglio rivoluzionario di questo pittore, quasi che il soggetto sacro, del tutto insolito per lui, agisca da freno alla sua fantasia.

Tra gli altri pezzi  ci sono disegni di pittori che facevano capo all’Accademia di Francia in Villa Medici, tra cui schizzi di Ingres e di David, e un paio di delicatissimi disegni di vedute romane di Achille-Etna Michallon, il maestro influentissimo di Corot quand’erano tutti e due giovanissimi, morto ventitreenne dopo il suo ritorno in Francia da Roma. Tra le stampe, oltre ai sempre efficacissimi Piranesi e Rossini c’è una smagliante acquaforte di Louis-Jean Desprez del 1847, La Girandola di Castel Sant’Angelo, che a me ricorda il risonante incipit del sonetto scritto negli stessi anni da Belli Ce fussi a la girannola ierzera?.

Tra i manoscritti ci sono pagine di appunti scritti a Roma nel 1860 da Nathaniel Hawthorne, l’autore del dramma esoterico “Il fauno di marmo” ambientato nella Torre della Scimmia sull’angolo di via della Scrofa; e un autografo di Margaret Fuller, la prima donna mai spedita da un giornale all’estero come inviata speciale, che per conto di un quotidiano newyorchese fu incaricata di descrivere la battaglia di Garibaldi sul Gianicolo contro i francesi in difesa della “Repubblica romana”. Oltre alle corrispondenze quotidiane, la Fuller scrisse un libro di cronaca dei giorni gloriosi della liberazione dal giogo papale, e stava riportandolo con sé a New York. Ma il libro scomparve nei flutti, insieme con lei, il suo figlioletto e il marito marchese Ossoli, quando la nave che li riportava in patria affondò su uno scoglio al largo di Fire Island.

Il fatto che questa mostra venga tenuta oggi nella lussuosa casa, adesso museo, in cui viveva il grande magnate della Gilded Age l’americano J. Pierpont Morgan è esso stesso significativo. Una parte degli oggetti esposti provengono dalla biblioteca Morgan e appartenevano personalmente a lui, che a Roma trascorse diversi anni della sua vita, dette aiuto a molte imprese della nuova giovane nazione, tra l’altro fondando e finanziando l’Accademia Americana a Roma e difendendo i diritti di libertà religiosa e civile acquisiti sia dai romani che dagli stranieri nella nuova Italia. Un esempio: dette aiuto nel 1872 per la costruzione a Via Nazionale della prima chiesa protestante americana, perché mai nessuna ne era stata ammessa durante il dominio pontificio dentro le mura di Roma; ottenendo che le fosse dato il nome, evidentemente polemico, di “San Giovanni entro le mura”. Ottenne anche che fosse dotata di uno dei più alti campanili di Roma, e quando gli chiesero perché, disse: “Perché il papa alzandosi lo veda dalla finestra ogni mattina”.

E’ come se con questa mostra il vecchio Pierpont si fosse svegliato per dare una botta agli ignoranti, come quel provinciale cinematografaro autore di La grande bellezza, che, pur non conoscendo ogni vera grandezza di Roma, credono di poter mettere in ridicolo la vecchia capitale del mondo. Ma ho paura che il compito di chi si batte per lei diventi ogni giorno più duro.

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