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Lo zoo di Roma: dimenticato regno dell’esotico

Seguendo la moda di altre città europee, nel 1910 Roma inaugurò il suo giardino zoologico

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L'ingresso al Giardino zooologico, disegnato da Armando Brasini. Foto: Flavia Rossi

Per mettersi al passo delle altre capitali, Roma scelse il parco Umberto I per il suo zoo. 
Il progetto venne affidato al famoso addestratore Carl Hegenbeck che aveva già realizzato lo zoo di Amburgo. Poi vennero Armando Brasini e Raffaele De Vico. Poi la cattiva gestione e l'oblio

La mattina del 2 novembre 1910 un treno molto particolare approdava a Roma. Il convoglio, proveniente da Amburgo, giungeva nella Capitale dopo ben otto giorni di viaggio e ad attenderlo, per immortalarne lo storico arrivo, c’era una troupe cinematografica attorniata da una discreta folla di curiosi. I suoi speciali vagoni, infatti, non ospitavano dei passeggeri, bensì quasi un migliaio di animali esotici destinati al nuovo Giardino zoologico.

L’Italia, e a maggior ragione Roma, che del Regno era entrata a far parte solo da una quarantina d’anni, accusavano già allora un cronico ritardo rispetto al resto d’Europa dove l’istituzione degli zoo si era affermata da tempo divenendo subito una sorta di moda.
Il più antico al mondo fu inaugurato, infatti, nel cuore di Regent’s Park a Londra addirittura in epoca pre-vittoriana, nel 1828; fu il primo ad essere creato con finalità specificatamente scientifiche, tant’è che per i primi vent’anni non si pensò nemmeno di aprirlo alle visite del pubblico.

A questo ne seguirono molti altri un po’ in tutto il continente, ispirati agli stessi principi. Quello di Amburgo, in particolare, si era meritato l’attenzione della stampa di tutt’Europa. Aperto nel 1907, suscitò grande interesse, dal momento che offriva ai visitatori la possibilità di immergersi in un’atmosfera oltremodo realistica in cui era limitato l’uso delle gabbie. A idearlo era stato Carl Hegenbeck, il più famoso addestratore di animali del tempo, un personaggio poliedrico, allora molto noto.

Roma, invece, ai primi del Novecento, era ancora una città che guardava al resto d’Europa con lo sguardo sbalordito di chi l’epoca moderna l’aveva sino a quel momento solo letta attraverso i racconti dei giornali. Non a caso, in quello stesso periodo, la Capitale si apprestava a ospitare l’Esposizione Internazionale Etnografica che nel 1911 avrebbe celebrato i cinquant’anni dalla proclamazione del Regno d’Italia e che era anche un’ottima vetrina per mostrarsi, finalmente rinnovata, pronta per il nuovo Secolo.

Fu questa la prima di tante altre occasioni – come oggi ben sappiamo – in cui si varò un ambizioso programma di lavori per rendere la città “più moderna”. La manifestazione si sarebbe svolta, tra l’altro, nella cosiddetta Valle delle Accademie, alle spalle della rinascimentale Villa Giulia, a ridosso dell’attuale Villa Borghese. Questo grande giardino era stato acquistato solo nel 1901 dallo Stato Italiano e, ribattezzato con il nome di Umberto I, venne ceduto al Comune di Roma per farne un elegante parco cittadino. Una vera fortuna dal momento che tutte le altre splendide ville dell’aristocrazia papalina divennero, all’indomani della breccia di Porta Pia, terreni per le prime speculazioni immobiliari.

Un paradiso verde, un giardino elegantissimo, un luogo così suggestivo che nel 1924, il compositore Ottorino Respighi, gli dedicherà la famosa sinfonia I Pini di Roma.
Mettersi dunque al passo delle altre grandi città costruendo un moderno giardino zoologico in questo scenario era la scelta più logica. Il parco Umberto I appariva quindi una collocazione naturale e quindi lo si scelse richiedendo una deroga al piano regolatore del Sanjust (non possiamo certo stupircene oggigiorno).

La data fu quella del 20 luglio 1908. Quel giorno il sindaco Nathan firmò il decreto che istituiva formalmente la società incaricata di occuparsi della gestione della struttura.

Il progetto, dimostrando una stavolta ragionevole esterofilia, sarà affidato a quello stesso Carl Hegenbeck che aveva lavorato ad Amburgo, un genio in materia. Il famoso addestratore si dimostrò subito entusiasta di lanciarsi in questa nuova avventura convinto che il mite clima romano avrebbe consentito “un migliore adattamento e sviluppo di una flora lussureggiante”. Si avvalse per la progettazione dell’aiuto di suo figlio Enrico e dell’ingegnere Eggenschwiler e si dedicò soprattutto alla stesura degli elaborati che illustravano dalle quote generali di sbancamento ai singoli padiglioni per gli animali sino a descrivere dettagliatamente particolari costruttivi come ad esempio le soluzioni da adottare per ricreare artificialmente particolari tipi di rocce. In questo senso è davvero notevole ciò che i due riuscirono a realizzare per la vasca degli orsi polari, con una ricostruzione altamente scenografica di una scogliera antartica ancora oggi non priva di suggestione malgrado l’ultimo esemplare che le abbia abitate sia morto nel lontano 1997, stremato dal mite clima romano insopportabile per una razza nata in tutt’altro ambiente.

Architettura animale

Siamo nel 1909 quando viene bandito un concorso per la progettazione architettonica di alcuni degli edifici più rappresentativi. La spunterà un trentenne che aveva sì ottenuto da poco l’abilitazione per l’insegnamento del disegno, ma non ancora la possibilità di esercitare la professione di architetto e così si farà affiancare dall’ingegner Berluzzi. Il suo nome era Armando Brasini e di lì a poco questo promettente giovane occuperà un posto singolare ma di assoluto rilievo sulla scena architettonica romana.

Il concorso in questione riguardava la realizzazione dell’ingresso monumentale per il quale Brasini formulerà una proposta estremamente originale, basata su una planimetria di curve concave e convesse contrapposte e alternate. La lezione borrominiana, già evidente, sarà per lui un punto di riferimento per tutta la carriera indirizzandolo verso uno stile generalmente avulso dalle tendenze stilistiche della sua epoca.

Quest’opera si compone di due possenti padiglioni in muratura disposti simmetricamente ai lati di una grande cancellata di ferro. Questa descrizione non renderebbe tuttavia giustizia a un’architettura che rivela nelle decorazioni e nei particolari una ricchezza compositiva davvero inusuale. Le sculture che impreziosiscono l’opera sono ispirate al mondo animale: troviamo, infatti, due pantere poste ai lati dell’ingresso quasi a guardia del paesaggio e altre particolarmente originali e giocose, come le teste di elefante inserite nella chiave dei due archi al di sopra degli ingressi laterali.

Dettagli decorativi del portale d'ingresso. Foto: Flavia Rossi

Dettagli decorativi del portale d’ingresso. Foto: Flavia Rossi

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Quest’ultime sono ispirate al lavoro di un talentuoso scultore di quel periodo, il famoso Rembrandt Bugatti su cui è doveroso un inciso: lo scultore aveva un fratello maggiore di nome Ettore appassionato di automobili. La cosa gli riusciva piuttosto bene, tanto che di lì a poco fonderà, oltralpe, una casa automobilistica leggendaria. Quando, nel 1927, deciderà di produrre l’automobile più lussuosa di tutti i tempi, la Bugatti Royale appunto, sceglierà come simbolo proprio una scultura del fratello. Gli unici, costosissimi, sei esemplari di questa macchina hanno ancora oggi un elefante danzante che campeggia sul cofano, ed è proprio a questa famosa opera che si richiamano le decorazioni del giardino zoologico.

L’esordio di Brasini è folgorante e ancora oggi, a più di un secolo di distanza, la sua parabola professionale rappresenta un’eccezione nel panorama architettonico romano in cui confluiscono l’epica seicentesca, che tanto grande fece questa città e l’eclettismo irriverente tardo ottocentesco. Un episodio tutt’altro che ininfluente per l’affermazione, poco dopo, di quello stile autoctono che sarà ricordato col termine di “barocchetto romano”.

L’esotico nella Città eterna

Varcato questo portale, il visitatore si sarebbe lasciato simbolicamente alle spalle la Città Eterna per addentrarsi in un mondo esotico e fantastico. Per questo motivo la prospettiva visiva generata dall’ingresso si concludeva incorniciando una rupe, naturalmente artificiale, che riproduceva, con dovizia di particolari, l’inconfondibile profilo del monte Cervino. Anche questa scelta non fu casuale. Quella mitica vetta alpina era in quegli anni molto popolare dal momento che, solo nel 1906, gli scalatori italiani Ugo De Amicis e Arrigo Frusta avevano compiuto la prima, eroica, ascesa alla montagna attraverso la parete sud, quella del versante italiano, che gli era valsa grandissima fama in patria e non solo.

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Foto: Flavia Rossi

Tutto in questo parco alludeva al fantastico e la gente sembrò subito apprezzarlo. Il successo fu impressionante: i visitatori accorrevano per scoprire con i loro occhi animali, provenienti da terre lontane, che mai avevano visto prima. Purtroppo, però, l’illusione fu effimera e andò in frantumi di lì a poco con lo scoppio della Prima Guerra Mondiale nel cui dramma precipitò tutto il Paese causando ben presto una recessione economica che non risparmiò lo zoo.
L’entusiasmo si tramutò, nel volgere di appena un paio d’anni, in una crisi che sembrava condannare la struttura a una dolorosa chiusura e così il principe Prospero Colonna, che al tempo era il sindaco della Capitale, firmò il 10 settembre 1917 una delibera che di fatto, esercitando una clausola, consentiva al Comune di subentrare nella gestione facendosi carico delle spese per la struttura e il mantenimento di tutti i 1.029 esemplari che la popolavano. Questa decisone fu provvidenziale e salvò lo zoo da una fine ormai certa e imminente iniziando così una nuova pagina nella sua storia.

Spazio agli elefanti

Passarono degli anni difficili in cui si cercò di tirare avanti malgrado le ristrettezze economiche e i tanti problemi, ma poi ci fu la sospirata svolta. A partire dal 1931, con la nomina a commissario per la gestione di Guido Suardi, iniziò quella nuova fase che portò, nel successivo quinquennio, ad una ristrutturazione di tutte le strutture esistenti e ad un ampliamento del giardino.

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Foto: Flavia Rossi

Fu a questo punto che entrò in scena l’altro grande protagonista di questa storia, quel Raffaele De Vico che lascerà qui un segno importante della sua abilità con il progetto di alcuni edifici particolarmente significativi che, ancora oggi, a quasi un secolo di distanza, dovrebbero destare interesse e ammirazione. Prima di mettersi a lavoro, l’architetto passerà diverso tempo in giro per l’Europa a osservare e studiare altre strutture di questo tipo. Questa ricerca, come vedremo, sarà tutt’altro che vana; in particolare De Vico sarà molto colpito da due esempi tedeschi: l’Hellabrunn di Monaco dove ammirò la Elefantenhaus, ls Casa degli elefanti di Emanuel von Seidl e lo zoo di Lipsia con l’acquario firmato da Carl James Bühring.

Di ritorno a Roma si metterà immediatamente a lavoro e in breve tempo consegnerà un piano di ampliamento che sostanzialmente ridisegna l’assetto esistente provvedendo nell’ordine alla costruzione di un Museo di Storia Naturale, la realizzazione della Casa dei pachidermi (per la quale verrà sacrificata la riproduzione del Cervino), si creeranno inoltre nuovi recinti per altre specie ma soprattutto il parco si amplierà al di là di via del Giardino Zoologico dove, sui nuovi terreni, si costruiranno le voliere, il rettilario e anche un secondo ingresso da via Aldrovandi. Saranno proprio questi ultimi edifici, disegnati dallo stesso architetto, a conferire un aspetto ancor più esotico e incredibilmente moderno al giardino.

Una voliera rivoluzionaria

Sì, perché De Vico immagina qui edifici a dir poco fantascientifici per l’epoca (siamo ancora negli anni Trenta); per comprenderne l’importanza pensiamo allo stupore che ancora oggi suscitano le cupole, famosissime, create dal geniale Buckminster Fuller su tutte quella del padiglione americano a Montreal. Ebbene quella sfera geodetica è datata 1967, dunque è di trent’anni posteriore alla rivoluzionaria voliera romana.

La voliera di Raffaele De Vico in una foto d'epocaLa voliera appunto, l’edificio ancora oggi più rappresentativo del parco, è situata proprio oltre via del Giardino Zoologico nelle nuove aree per accedere alle quali viene creato un elegante sottopasso in pietra che ricorda da vicino analoghe strutture costruite a New York, non ultime quelle di Central Park. Una volta percorsa la breve galleria, ci si trova di fronte ad una scalinata che conduce a un elegante portale sovrastato da un fantasioso timpano. Ai lati, due edifici semicircolari, mentre alle spalle spicca la grande cupola in metallo. A ben vedere una riproduzione moderna di una composizione geometrico-volumetrica tipica del più tradizionale barocco romano.

Detto però della giocosità dei particolari, del timpano insolitamente elaborato e degli edifici laterali – tutti elementi piuttosto comuni al tempo – la struttura innegabilmente più interessante è senza dubbio quella della calotta geodetica in metallo.
De Vico aveva scelto questa forma dopo l’osservazione di altre voliere più tradizionali nelle quali aveva riscontrato una preoccupante criticità: i volatili erano spesso disorientati perché costretti a cambiare repentinamente le traiettorie di volo per evitare le recinzioni. Ecco dunque la sua soluzione. La sfera infatti consentiva agli uccelli un volo continuo con un movimento elicoidale ascendente o discendente.

Fin qui la teoria, ma realizzare all’epoca una sfera di quelle dimensioni senza ricorrere a strutture pesanti era un’impresa tutt’altro che scontata. A questo punto subentrò però la grande abilità di De Vico, architetto sì dalle forme tradizionali ma, al tempo stesso, grande sperimentatore di nuove tecnologie edilizie.

Rispetto agli esempi successivi di Fuller l’idea che sta alla base della voliera romana è completamente differente. Se il genio dell’architetto statunitense era concentrato sulla ricerca di una tecnica costruttiva prefabbricata in grado di rendere più veloce ed economica la realizzazione, l’obiettivo alla base dell’opera romana è piuttosto funzionale. Quella particolare geometria geodetica era, infatti, l’unica soluzione possibile per ottener un grande spazio sferico con struttura metallica leggera. Il risultato sarà, di fatto, ben lontano dalla standardizzazione tecnologica quanto piuttosto una sapiente opera di artigianato siderurgico, un oggetto unico e praticamente irriproducibile.

Se questa cupola sferica sorprende per le ardite soluzioni tecnologiche sperimentate da De Vico, nella sua realizzazione l’edificio che più affascina, invece, dal punto di vista prettamente architettonico è senza dubbio il rettilario. Quest’ultimo sorge non lontano dalla voliera, di cui riprende la pianta circolare e ancora una volta il progettista imprime la caratterizzazione più visibile sia nei particolari che nei dettagli. Per quanto concerne la struttura De Vico fa rifermento qui, in modo più esplicito, agli edifici che aveva avuto modo di osservare nei giardini zoologici tedeschi, in particolar modo, come già anticipato, alla Elefantenhaus di Emanuel von Seidl, ammirata a Monaco, anch’essa basata su un impianto circolare, e l’acquario di Lipsia di Carl James Bühring del quale vengono riproposti sopratutto gli eclettici timpani curvilinei.

Riferendoci proprio a quest’ultima caratteristica possiamo poi osservare come esempi simili fossero già presenti a Roma in diversi edifici del tempo tra i quali, il più ammirato, era il liceo Mamiani che Vincenzo Fasolo realizzò a viale delle Milizie nel decennio precedente in cui la stessa fantasiosa grammatica decorativa emerge con tutta la sua singolare forza espressiva.

Lo zoo dimenticato

Purtroppo, così come avvenne dopo l’inaugurazione, anche questo secondo, ambizioso, rinnovamento delle strutture del giardino dovette fare i conti con gli eventi in cui precipitò l’Italia di lì a qualche anno. La tragedia della Seconda Guerra Mondiale segnò un’inevitabile battuta di arresto per i lavori di ampliamento che verranno completati solo all’inizio degli anni Cinquanta. Quando lo zoo riaprirà il mondo al di fuori dei suoi cancelli sarà ormai definitivamente cambiato. Il successo di pubblico che accompagnò i primissimi anni di vita di questa struttura non tornerà mai più, anzi lo zoo da allora in avanti dovrà fare sempre i conti con grandi difficoltà economiche aggravate poi spesso da una gestione tutt’altro che virtuosa.

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Foto: Flavia Rossi

Il resto è storia piuttosto recente. Nei primi anni Novanta lo zoo cambierà addirittura nome divenendo Bioparco – come ci ricordano ogni giorno gli inutili cartelli che nei più sperduti angoli di Roma indicano come raggiungerlo – modificando così la sua filosofia e divenendo sostanzialmente un luogo dove salvaguardare specie a rischio piuttosto che in cui osservare animali portati da ogni angolo del globo per stupire i visitatori.

La costante in tutti questi anni di affannosi cambiamenti che si sono susseguiti per salvare questa istituzione ormai centenaria è stata, d’altro canto, la sempre più ingombrante presenza della politica che non ha fatto altro che aggravare le difficoltà attraverso provvedimenti a volte tutt’altro che impeccabili da un lato e i ripetuti tagli ai finanziamenti dall’altro. Il risultato è sotto gli occhi di tutti. Mentre lo zoo di Londra è divenuto un piccolo gioiello didattico con i suoi edifici (tra questi ricordiamo la famosa Penguin Pool di Lubetkin e la voliera di Cedric Price) che fanno bella mostra di sé affascinando i tantissimi visitatori gli edifici romani, ignorati dai più, versano oggi in uno stato di preoccupante degrado e, nonostante la loro straordinaria importanza, vengono colpevolmente dimenticati.

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