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Il ritorno della follia Dada

Nel luglio del 1916 nasceva il dadaismo. Oggi a New York alcun mostre celebrano quel periodo

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Veduta dell'installazione Dadaglobe Reconstructed al MoMA. © 2016 The Museum of Modern Art, New York. Photo: Thomas Griesel

Come nel periodo tra le due guerre, oggi siamo in un'epoca di umori incerti e stupefatti. Che in arte significa una ripresa del Dada. Il movimento si riaffaccia in alcune mostre al MoMA, al Whitney e in altre gallerie newyorchesi, mentre il Guggenheim aspetta il WC di Cattelan

Non c’è nessun dubbio, siamo nel “momento Weimar”, come ha scritto il direttore di un giornale berlinese alludendo alla traballante repubblica di quel nome; siamo, nella vita come nella politica, in una strana epoca di ritorno agli umori incerti e stupefatti che pervasero il mondo subito dopo la Prima guerra mondiale. E questo in arte significa una ripresa del Dada, del cui manifesto ricorre in questo mese di luglio esattamente il centenario. Fu il trionfo del balbettio incomprensibile che trova la sua spiegazione solo in se stesso, delle frasi insensate, delle melodie senza armonia, degli objects trouvés o comunque oggetti qualsiasi interpretati come opere d’arte. Un tempo di scemenze o anche di follie in cui dovrebbe tuttavia in qualche modo anche risuonare un senso della vita.

Per quanto riguarda l’America, al ritorno di questo stato d’animo potrà aver anche contribuito una stagione elettorale che ha generato, come Weimar per Hitler,  un aspirante al governo che molti paragonano al fatale imbianchino. Avviene però anche che al Guggenheim Museum stiano aspettando l’arrivo di una tazza del cesso tutta in oro massiccio che l’artista padovano Maurizio Cattelan sta creando in una fonderia italiana, perché possa essere installata almeno per un certo tempo in uno dei gabinetti  pubblici di questo prestigioso museo. L’idea è che quest’oggetto, intitolato America, possa, a differenza dell’orinatoio di Marcel Duchamp che a tutt’oggi pende rovesciato in una sala del MoMA, essere veramente usato dai visitatori, impartendo loro al tempo stesso una qualche scossa di carattere esistenziale.

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Francis Picabia, Tableau Rastadada, 1920. The Museum of Modern Art, New York. Gift of Abby Aldrich Rockefeller (by exchange), 2014. © 2016 Artists Rights Society (ARS), New York/ADAGP, Paris

Altre analoghe presunte spedizioni nell’inconscio collettivo vengono contemporaneamente avviate a Manhattan, in maniera più strutturata, in una serie di mostre. Limitandomi alle maggiori, al MoMA si è aperta all’inizio dell’estate l’esposizione Dadaglobe Reconstructed (fino al 18 settembre), omaggio  postumo al poeta parigino Tristan Tzara che insieme al poeta svizzero Hugo Ball fu tra i  fondatori del Dada. Nel 1920 Tzara intendeva lanciare una esibizione mondiale  intitolata Dadaglobe di oggetti proposti da dadaisti di ogni nazione, ma poi non c’era riuscito, ha spiegato il MoMA alla stampa, per “motivi economici e interpersonali”, ossia per mancanza di soldi e liti scoppiate tra gli stessi artisti. Questi, che includevano personaggi poi famosi come Jean Cocteau, Marcel Duchamp, Man Ray, Max Ernst e Francis Picabia avevano dato ognuno un contributo sotto forma di una foto, di un autoritratto, di un poema o  di un collage; e Tzara ne aveva raccolti un centinaio. Fallita l’iniziativa, gli oggetti erano andati dispersi tra collezionisti privati.

Alla morte di Tzara nel 1963 tra le sue carte era stata trovata la lista di questi proprietari, il che ha permesso ora alle diligenti curatrici del MoMA Adrian Sudhalter e Samantha Friedman di rintracciarne gran parte e di allestire col ritardo di circa un secolo l’esposizione. Molti sono semplici autoritratti più o meno grotteschi ma ci sono divertenti disegni e foto come il Dio in bicletta di Georges Ribemont o la foto di un Occhio umano associato a quello di un pesce di Max Ernst; un Quadro fluorescente del romano Julius Evola e un pomposo Sua eccellenza al passeggio del  mantovano Aldo Fiozzi. L’elemento coprologico anche qui non manca. Ad esempio in un messaggio di Man Ray a Tzara consistente nelle parole “de la mer” ripetute più volte che diventano, ovviamente, “la merde”. Un’anticipazione evidentemente dell’etichetta “merda d’artista” apposta da Piero Manzoni su certi suoi barattoli messi in mostra e presumibilmente in vendita negli anni Sessanta.

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Stuart Davis, Owh! in San Pao, 1951. Whitney Museum of American Art, New York; purchase 52.2 © Estate of Stuart Davis/Licensed by VAGA, New York

Quasi contemporaneamente si è aperta al Whitney la mostra Stuart Davis: In Full Swing (fino al 25 settembre), che si concentra sul primo periodo della produzione di questo importante pittore e collagista di Filadelfia (1892-1964), che, ispirandosi abbastanza chiaramente negli anni Venti all’avanguardia europea e soprattutto ai dadaisti, mise insieme frammenti di parole, chiazze di colore, contrastanti spunti geometrici e frasi pubblicitarie. Sono risonanze della civiltà industriale che precedono di alcuni decenni l’avvento della Pop Art.

Chi poi avesse voluto  ritrovare nello stesso periodo a New York gli aspetti addirittura filosofici del “dadaismo”, elaborati da uno dei suoi grande maestri  sotto il nome di “anti-cultura”, non avrebbe  avuto che da visitare fino a metà luglio alla Galleria Acquavella la retrospettiva di Jean Dubuffet  (1901-1985) intitolata Jean Dubuffet; Anticultural Positions; mentre quasi contemporaneamente era visibile al Folk Art Museum la breve mostra Art Brut in America: The Incursion of Jean Dubuffet, che documentava la ricerca e raccolta da parte di Dubuffet  stesso di esemplari di “art brut”, un termine creato da lui stesso per indicare un’arte grezza, spontanea, selvaggia che egli trovava soprattutto tra gli ospiti di prigioni o di istituti psichiatrici. Erano esposti, tra gli altri, i  disegni e i graffiti di Carlo Zinelli (1916-1974) prodotti in parte sugli intonaci dell’Ospedale San Giacomo di Verona, dove Zinelli trascorse una parte della sua vita e morì.

Un secolo fa il “dada” fece da prefazione a un demenziale teatro politico e a due versioni molto reali dell’apocalisse. Speriamo che le sue rievocazioni non abbiano lo stesso effetto.

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