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Emilio Cavallini: faccio arte delle calze

Intervista allo stilista che lanciò i collant e che da sempre fa opere con le sue creazioni

Emilio Cavallini
In corso fino all'8 ottobre alla GR Gallery di Manhattan, la mostra "Harmony Runs on a Thread": 25 opere optical realizzate con filo di calza. La retrospettiva copre tre decenni del lavoro di Emilio Cavallini, lo stilista che disegnò le prime calze per Mary Quant e inventò i collant a righe e pois

Calze bianche da sposa, calze colorate, calze decorate, calze a righe, a pois, lucide e opache. Calze che compongono geometrie, formule, movimenti, effetti ottici. È l’universo di Emilio Cavallini, l’uomo che dagli anni ’60 ha trasformato le calze in qualcosa di più di un accessorio. A lui è dedicata la mostra, Harmony Runs on a Thread, in corso fino all’8 ottobre alla GR Gallery di Manhattan, spazio newyorchese dedicato all’arte cinetica italiana.

Cavallini ha fatto delle calze un’arte o, meglio, ha fatto arte delle calze. Il designer italiano che per primo intuì le potenzialità di un capo d’abbigliamento destinato a diventare simbolo dell’emancipazione femminile non fa calze perché è appassionato di moda, di gambe o di donne, ma perché nelle calze ha trovato la sua propria espressione artistica, una tela ideale su cui e con cui dare vita alle composizioni che abitano la sua mente. Le sue calze sono opere d’arte: letteralmente.

Inaugurata in coincidenza con la Fashion Week, la retrospettiva composta da 25 opere copre tre decenni del lavoro di Cavallini ed è la prima personale dell’artista  a New York. D’altra parte è solo di recente che il designer ha iniziato a esporre queste sue opere: la prima volta è stata alla Triennale di Milano nel 2011 dopo aver preso, l’anno precedente, la decisione di dedicarsi esclusivamente all’arte. Prima di allora, queste eleganti ed elaborate composizioni geometriche che Cavallini aveva cominciato a realizzare con le calze che faceva produrre fin dagli anni ’60, erano rimaste sulle pareti della casa-studio dell’artista a San Miniato. Ma è proprio in queste opere, rimaste a lungo nascoste come un prezioso segreto, che sta la vera essenza del lavoro di Emilio Cavallini, come ci ha spiegato lui stesso durante una chiacchierata alla GR Gallery.

Emilio Cavallini

C’è una chiara reciprocità tra il tuo lavoro artistico e quello nella moda. Viene prima l’interesse per l’arte o prima quello per la moda? Cosa ha influenzato cosa?

“L’interesse per l’arte esisteva già prima che io iniziassi a fare moda. Viaggiavo molto da giovane e quando viaggiavo seguivo le più importanti mostre d’arte e andavo nei musei. Era una passione che avevo fin da quando, da piccolo, compravo I maestri del colore, i fascicoli settimanali della Fabbri Editore. Prima venne la passione per Giotto e il Rinascimento, poi per le opere classiche, la scultura greca. Volevo fare una scuola d’arte, ma i miei genitori non erano ricchi e vollero che facessi una scuola più tecnica. Dopo il liceo mi dissero di fare Economia: sai, non è che puoi deluderli i genitori, se poi ti pagano anche le spese.. Iniziai a fare Economia e commercio, diedi 17 esami in due anni e mezzo e mi ero appassionato soprattutto di matematica, che mi veniva spontanea, facile… Ma nello stesso momento iniziai anche ad appassionarmi al costume. Anche nei musei, mi interessava guardare gli abiti nelle opere. Mi sembrava che se capivo il vestito potevo capire l’opera. Incominciai ad andare a vedere le mostre di costume e pensai che quella potesse essere una forma d’arte che forse poteva anche rendermi un po’ di più… Frequentavo Londra che negli anni ’60 per il costume aveva molto da offrire, mi piaceva molto”.

E a Londra ci fu un incontro importante…

Emilio Cavallini“A Londra volevo fare un corso di moda, ma non ne esistevano. Mi trovai nello studio di Mary Quant in King’s Road. Lei cercava degli stagisti che la aiutassero nel suo lavoro che stava diventando davvero una cosa interessante. Eravamo una ventina, tra uomini e donne, ma uomini pochissimi: allora nella moda la donna aveva il sopravvento, perché lo stilista uomo era il sarto. Io stavo ancora cercando di capire cosa potessi fare lì dentro quando a un certo punto lei disse che le serviva qualcuno che le facesse le calze. Io dissi subito che potevo farle io perché al mio paese c’era una grande fabbrica di calze e avevo sempre visto tutte le donne che uscivano di fabbrica e indossavano queste calze: erano ancora quelle con la cucitura, erano fatte con i telai”.

Avendo lanciato la minigonna, le calze diventavano importanti per Mary Quant…

Mary Quant voleva la calzamaglia, intera. Fino ad allora si usavano le calze con il reggicalze. Io ero stato in Svezia dove avevo visto per la prima volta i collant e poi in America avevo visto questa ditta che faceva le calzamaglie da danza, rosa e bianche, tutte d’un pezzo, con le cuciture solo al cavallo. I collant iniziavano ad affermarsi. Molti stilisti e marchi però le trovavano sgradite: una calza che copre le mutandine di seta o ricamate non era una cosa accettabile… Ma invece lei voleva quelle. Allora io, che non sapevo tanto disegnare e le cose che facevo le facevo sempre col righello, le portai un disegno per una calza a righe bianca e nera, geometrica, una riga orizzontale e una verticale. Mary Quant mi disse che erano bellissime e di trovare qualcuno che le facesse. Tornai al mio paese con queste idea e andai a parlare con i produttori di calze che però non ci credevano molto. Trovai un’azienda che aveva bisogno di un ragioniere, qualcuno che facesse la contabilità: mi dissero che se mi prestavo a fare anche quel tipo di lavoro mi avrebbero fatto le calze. Mi davano 50.000 lire al mese per lavorare il pomeriggio. Ma intanto mi feci fare queste calze come le volevo io: la calza nasceva tutta bianca e aveva i trafilati neri. Dopo qualche mese tornai a Londra, Mary Quant non credeva nemmeno che tornassi, ma quando arrivai con queste calze bianche e nere mi abbracciò: era contentissima. Mi emozionò”.

Quanti anni avevi?

“Avevo 22 anni. Mi presentò al suo distributore e questa persona mi prese subito in simpatia e ordinò qualche migliaia di paia. Cominciò un successo: le calze Mary Quant a righe diventarono eterne. La ditta che le faceva disse che avrebbero potuto creare uno spazio apposito per quella produzione e prendere delle macchine. Firmai cambiali per cinque milioni per diventare socio e con altre due persone creammo questa azienda che chiamai Stilnovo. Nel frattempo all’università era un disastro, c’era il movimento studentesco, si facevano esami di gruppo e fare l’università era diventato davvero complicato. A me non piaceva essere politicizzato ma in quel periodo o eri politicizzato o non facevi niente. E così decisi che sarei tornato a fare l’università quando ci fosse stata un po’ più calma. Iniziai le attività con questa piccola azienda che ebbe subito un grande successo. Era il 1970  iniziai a guadagnare, mi sposai, ebbi figli e cominciò una vita abbastanza intensa. Nel frattempo da Mary Quant non volevo andare più, non mi appassionava più. Mi era venuta l’idea delle calze a pois e così mi presentai da Dior a Parigi con le calze velate con i puntini che mi erano nate come un errore della macchina che per sbaglio aveva fatto tutti questi puntini. A Dior piacquero e furono un successo incredibile: non facevo in tempo a produrle che erano già tutte vendute”.

L’interesse per l’arte lo avevi accantonato?

Emilio Cavallini

Emilio Cavallini. Black White Actual Infinite, 1985

“No, l’arte c’è sempre stata. Quando facevo le calze a righe, per esempio, io le mettevo tutte su dei tubi, che erano poi gli scarti di lavorazione, e facevo delle installazioni. Prima di fare una collezione facevo i prototipi, li mettevo su questi tubi, e creavo queste composizioni. Facevo le calze apposta per fare le opere, la collezione nasceva dall’idea dell’opera. Le facevo per me stesso, le trovavo belle. L’arte che si faceva materia”.

E hai sempre fatto solo opere con le calze?

“Sempre e solo”.

Come ti è venuto questo desiderio, o istinto, di trasformare le calze in arte?

“Per me, quando usciva fuori una calza dalla macchina, era una cosa meravigliosa, non era solo una calza, perché se fosse stata una calza vera e propria non l’avrei fatto. La mia calza a righe era quasi un’opera non la vedevo nemmeno addosso alle gambe delle donne quando la pensavo.  A Parigi avevo visto le opere di Malevič, Quadrato nero su sfondo bianco e Quadrato bianco su sfondo bianco, e mi avevano colpito moltissimo. Le calze bianche e nere a me vennero in mente così, l’ispirazione mi venne proprio dal mondo dell’arte e di un certo tipo di arte…. Poi a New York, dove avevo una zia e venivo spesso, era arrivata la pop art: il mio bianco e nero poteva diventare anche pop. Cominciai a prendere contatti anche col mondo dell’arte, ad avere un rapporto con le gallerie e con gli artisti. Andy Warhol mi appassionava, a New York le strade erano piene dei lavori di Keith Haring… Le calze mi davano una possibilità. Poi in quel periodo c’era anche Fiorucci...”.

E nel frattempo anche le calze stesse stavano cambiando…

Emilio Cavallini

Emilio Cavallini,Linear Fractal – Grey, 1990

“Iniziai a fare le stampe e lì cominciò il mio lavoro manuale. Avevo visto Rothko e iniziai a fare righe non più precise: prendevo un colore e lo stendevo con la spugna, poi mandavo in stamperia e riproducevo sulle calze. Erano tutti disegni miei e conservavo i disegni e le stampe originali:  quando usciva la calza ce la cucivo sopra. Quelle erano altre opere che feci per un po’ e di cui ora ho la casa piena”.

Quindi nelle tue creazioni la donna non c’è?

“No, non c’è. Non c’è nemmeno nelle calze in sé. Le facevo per una questione visiva. Non sono mai state create perché andassero subito su una donna. Forse un po’ di più quelle a rete.. con quella cucitura dietro, Marilyn Monroe… ma era una passione più commericale  e del momento, non c’era passione artistica. Infatti con le reti non ho mai fatto mai opere. Perché rischiavano di diventare decorative: la linea di separazione tra l’arte e la decorazione è sottile e bisogna stare attenti a non sconfinare. Certo, le mie opere non sono brutte, sono belle, c’è passione per il gusto, a me l’arte brutta non piace. Anche se ora nell’arte contemporanea l’opera è l’artista: più di quello che fa, conta lui. Vedi Cattelan”.

Emilio Cavallini

C’è una corrispondenza o una reciprocità tra il disegno e il tessuto che scegli di usare?

“Fino a tutti gli anni ’80 nelle mie opere la calza rimaneva davvero la calza. Le opere sono fatte di calze reali che io producevo. In seguito abbandonai la calza, pur continuando a lavorare con gli stessi fili con cui si fanno le calze. Ho creato delle calze apposta per fare delle opere, anche perché alcune devono avere delle caratteristiche specifiche: devono essere più o meno elastiche, per esempio”.

Da dove viene il tuo interesse per l’optical?

“Non sapendo disegnare, l’optical era una forma di arte che mi dava la possibilità di esprimermi solo con linee geometriche pure. Mi appassionava quella geometria dei disegni e la matematica che c’era dietro”.

Quanto studio c’è dietro le tue opere?

Emilio Cavallini

Emilio Cavallini, White Catastrophic Bifurcation, 2010

“Tanto. Ho studiato matematica pura perché volevo capire e capivo che mi poteva aiutare nell’arte. Le mie opere hanno tutte nomi matematici, sono traslazioni, spostamenti, è un lavoro matematico riportato sull’opera. Se un appassionato di matematica vede una di queste opere capisce subito da cosa è venuta fuori, si parte sempre dal concetto di linee orizzontali e verticali. Questi lavori sono disegnati prima: il punto di partenza è disegnato e poi mi sposto. L’effetto finale ce l’ho già nella testa, non mi sbaglio mai”.

Per molto tempo non hai mostrato a nessuno queste opere. Perché?

“Non volevo assolutamente che fossero viste dal pubblico. Avevo tutto questo spazio dove le conservano, ma non le facevo vedere a nessuno: i miei figli pensavano fossi quasi pazzo.. Nel frattempo io facevo altro, facevo moda, facevo sfilate a Parigi, collezioni di scarpe, di borse e avevo anche successo. Poi un giorno presi un fotografo e gli feci fare tutta una serie di fotografie di queste opere per una mia monografia. Nel frattempo la ditta che mi produceva fallì e allora mi bloccai per un po’. Nei primi anni Novanta arrivai a New York dove feci vedere le fotografie a qualcuno alla Rizzoli, per farne un libro, appunto. Le foto piacquero e così, insieme alla modella Benedetta Barzini, che era una cara amica, decidemmo di fare il libro insieme. Poi la Rizzoli mi fece conoscere Arthur Danto e fu grazie a lui che capii il vero valore della Pop art e dei lavori di Warhol e così iniziai a pensare in modo diverso anche alle mie opere … nella vita devi anche avere la fortuna di incontrare le persone giuste”.

Quanti anni hai vissuto a New York?

“Dal ’90 al 2000, ma ho ancora casa su Bowery: l’ho presa nel 2001 quando caddero le torri gemelle e questa era una zona depressa.”.

Che rapporto hai con la città?

“Ho avuto  un rapporto molto bello fino al 2000, poi ho visto una certa decadenza. Però la gente è sempre stata interessante. Viaggiare per New York è come viaggiare per il mondo e quindi non ti importa più di girare: viaggi qui, nelle strade della città”

Dove ti piace girare a New York?

“Giro molto in bicicletta, quindi vado dove mi porta la pedalata, ma non ho un posto preciso dove mi piace andare. Ogni zona ha le sue caratteristiche… Mi dicono di andare ad Harlem, ma non mi piace, è troppo ghettizzata. Una volta mi piaceva andare a Brooklyn, ma ora non mi addentro più tanto”.

Emilio Cavallini

Cosa ti sembra dell’attuale scena artistica e della moda qui a New York?

“Una delusione completa. Dal punto di vista artistico sono rimaste alcune cose nell’arte di strada che mi piacciono. Per esempio a Bushwick. Per il resto è diventato un po’ sterile, di maniera. Però mi piace il cambiamento dei quartieri e di questa città in generale: il fatto di non ritrovare le stesse cose dopo due mesi che non torno mi stimola di più che avere sempre lo stesso negozietto sotto casa”.

Nel tuo lavoro, sia nella moda che nell’arte, ci sono delle componenti prettamente italiane e in cosa fanno la differenza?

“La componente italiana è nella cultura visiva: l’occhio è abituato alle cose belle. In tutto, anche nel cibo. Come nell’arte giapponese riconosci la loro cultura anche nel cibo, ed è quello che l’America non ha mai avuto. L’America ha avuto la Pop art che certo è innovativa ma poi a lungo andare è indigesta, come il cibo americano… Noi portiamo un gusto diverso. Vedi Dolce e Gabbana che portano nel mondo un immaginario e un gusto tutti italiani. Invece quello che mi piace dell’America è questa grande dimostrazione di architettura, questi grandi grattacieli. Per carità, in centro a Roma non ce li vorrei, ma i quartieri più periferici, che belli non sono, mi piacerebbe li facessero più moderni. Altrimenti poi va a finire che i giovani restano condizionati e devono andare all’estero… Le nostre periferie sono tra le più brutte al mondo: ci sarebbe tanto da fare per renderle più moderne e vivibili”.

Di recente si è parlato molto delle nuove divise Alitalia e in particolare sono state criticate le calze verdi abbinate all’abito rosso. Non posso non chiederti, da esperto in materia, cosa ne pensi.

“Nell’insieme ci stanno anche bene. Sull’abbinamento di colore, no, non ho critiche: hanno criticato la cosa sbagliata. Perché è un servizio, è la divisa di servizio, quindi l’abbinamento ci può stare, anche se spinto. Ma sono le divise che secondo me non sono belle perché troppo arabeggianti, quella vecchia forse mi piaceva di più, andava rivista perché aveva ormai un taglio vecchio, ci voleva un taglio più alla Dior. Ma l’importante è che chi le indossa si senta bene. Secondo me il rischio è che si sentano un po’ troppo impegnate, le hanno rifatte da capo a piedi. Appena le avevano cambiate ho viaggiato con loro e le ho sentite amareggiate, ora mi sembrano più contente, mi sembra si piacciano. E questa è la cosa importante, però, certo, quella divisa non ci distingue come Italia”.

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