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Marisa Merz al Met Breuer, tra vita e arte

Dal 24 gennaio al 7 maggio, la prima grande retrospettiva americana della donna dell'Arte povera

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Marisa Merz, Senza titolo, 1993. Immagine per gentile concessione dell'artista e della Fondazione Merz

Il Met Breuer dedica un'ampia mostra all'unica donna che fece parte del gruppo torinese che reagì alla prosopopea del “miracolo economico” adottando materiali “poveri” ed espressioni umili di grandi ideali. "Marisa Merz: The Sky is a Great Space" illustra mezzo secolo di sperimentazioni

L’Arte povera, invenzione italiana degli anni Sessanta, sbarca in tutta forza nell’angolo più ricco del mondo attraverso la prima retrospettiva dell’opera di Marisa Merz (nata nel1926 a Torino) negli Stati Uniti.

Allestita dal Metropolitan Museum di New York, la mostra ha luogo nella sezione di arte contemporanea recentemente creata dal massimo museo americano nel suo annesso Met Breuer, cioè nel bellissimo edificio creato dall’architetto Marcel Breuer sulla Madison Avenue. Intitolata Marisa Merz: The Sky is a Great Space, essa illustra l’intera carriera (mezzo secolo!) della sola donna che fece parte del gruppo torinese che reagì alla prosopopea del “miracolo economico” adottando materiali “poveri” ed espressioni umili di grandi ideali.

Avendo cominciato in collaborazione con il marito Mario Merz, un grande esponente del gruppo, Marisa seppe quasi subito esprimere una potente individualità propria e dedicarla alle esplorazioni artistiche più originali e pazienti. Oggi l’opera di Marisa Merz è diffusa in tutti i principali musei del mondo, tanto che a questa mostra newyorchese hanno contribuito con prestiti musei come lo Hammer di Los Angeles, la Tate Gallery di Londra, il Castello di Rivoli, il MoMA di Manhattan, solo per menzionare i più grandi. Un’esposizione tanto vasta, insomma, da giustificare nel titolo il richiamo agli spazi celestiali.

In ordine per quanto possibile cronologico, la mostra inizia con i grovigli di foglia d’alluminio che l’artista appendeva al soffitto della cucina torinese, poi con i primi festoni di materiali insoliti come fili metallici di ogni tipo, canovaccio, canapa, cera sfusa di paraffina, ordito di nylon. Usati per invadere pavimenti e pareti con fuggevoli geometrie, qualche volta questi materiali sono poco più che ombre o ragnatele di una fantasia che indaga negli interstizi tra vita e arte, immaginazione e realtà.

Erano gli anni Sessanta. Nel decennio successivo, Marisa Merz comincia a creare, sempre con le stesse umili e insolite materie, sculture che alludono a oggetti della realtà o magari  uniscono agli oggetti stessi, come sedie, tavoli, scale figure umane evase dalla sua immaginazione; soprattutto teste, appena accennate o più o meno compiute.

Nel ventennio ancora seguente le figure prendono maggior corpo ma restano sempre imprigionate come in un torpore o stupore di fronte  al mondo; così nella istallazione al centro di questa esposizione dove, su una vasta piattaforma di paraffina sfusa color avorio innumerevoli testine in varia fase di completamento si torcono in direzione degli osservatori, con un effetto misto di organico e di surreale.

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Marisa Merz, “Scultura vivente”, 1966. Sullo sfondo, “Senza titolo”, 1976

Negli anni Ottanta e Novanta, poi ancora dopo la morte di Mario nel 2003, Marisa anticipa il ritorno dell’arte contemporanea agli stili figurativi,soprattutto con l’inseguimento della forma umana con semplici, primitivi ricorsi ai materiali tradizionali come la grafite e il pastello su carta giapponese, magari impreziositi da foglia d’oro come in certe apparizioni angeliche che cercano di liberarsi da grovigli di linee e geometrie curiose o ossessive.

Marisa Merz non ha potuto affrontare il viaggio transatlantico per essere presente a questa prima retrospettiva americana della sua opera e si è fatta rappresentare all’apertura dalla figlia Beatrice. La mostra resterà aperta fino al  7 maggio.

Artisti di tutto il mondo, intanto, sono stati rappresentati a New York nella venticinquesima fiera internazionale di Outsider Art, la cosiddetta Art brut o Arte selvaggia, di primitivisti, anti-professionali e ribelli che sconfinano abbastanza spesso nel patologico e nell’antisociale. A questa mostra, durata solamente tre giorni, era presente la galleria milanese Maroncelli 12 nella persona della curatrice Antonia Jacchia, con opere, tra le altre, del veronese Carlo Zinelli (1916-1974). Un artista sofferente di schizofrenia, Zinelli, personalità affascinante e complessa, ha lasciato un vasto repertorio di opere a cui si sta rivolgendo l’attenzione del mercato dell’arte; una retrospettiva dell’artista è stata annunciata per il 14 marzo dall’American Folk Art Museum di Manhattan.

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