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Buskers: nelle foto di Joe Oppedisano, 25 anni di arte on the road

Intervista al fotografo italo-americano, protagonista al Festival di Ferrara e pioniere nella tecnica del prolungamento del tempo reale di visione

Montato Skarallaos

"Oggi l’immediatezza del digitale è in mano a tutti, ma in essa manca la fisicità dell’immagine stampata. La “vecchia” Polaroid, e la Big One in particolare, rimane impareggiabile per una qualità che nemmeno il digitale è riuscito a superare" ci racconta Joe Oppedisano, nato in Calabria e cresciuto a New York, riferimento storico del Buskers Festival di Ferrara e ora protagonista con un libro

Cover del libro “Buskers”

Quello tra Joe Oppedisano e il Buskers Festival di Ferrara è un amore vero, risale ai primi anni Novanta e si è saldato nel tempo, suggellato oggi da “Buskers. 25 anni di arte in strada”, dapprima esposizione fotografica, in occasione della trentesima edizione della manifestazione (17-27 agosto 2017) e ora tradotta in libro.

Joe Oppedisano e la dilatazione del tempo reale – Il fotografo italoamericano – non poteva essere figura più adatta, nel quadro di un festival che quest’anno è stato dedicato proprio alla città di New York: Joe vi si è trasferito, bambino, dalla Calabria; dopo il Queens College, ha frequentato la School of Visual Arts e, contemporaneamente, ha affiancato come assistente alcuni affermati fotografi pubblicitari.

Montato Kallidad

Nel 1979 viene invitato a “Venezia 79 – La Fotografia” in veste di assistente tutor ai workshops, torna in Italia negli anni Ottanta e si stabilisce a Milano (continuando anche a far spola lavorativa oltreoceano), collaborando con agenzie, riviste e case editrici nella realizzazione di servizi e campagne pubblicitarie per Adidas, Yomo, Pioneer, Hitachi, Panasonic, Grundig, KodaK, Apple, Fiat, Alfa Romeo, Campari, American Express ed altri noti brand. Parallelamente all’attività commerciale, svolge un’autonoma e continua sperimentazione, originando un proprio linguaggio basato su un prolungamento del tempo reale di visione: una tecnica ottenuta grazie a modifiche da egli stesso studiate e applicate, facendo della sua macchina fotografica un unicum al mondo, ove diversi frames nel rullo della pellicola si fondono uno sull’altro, al fine di creare estensioni delle immagini e collage originali.

Attualmente Joe insegna fotografia all’ISIA di Urbino, nel biennio di specializzazione; delle sue ricerche e risultati hanno dato conto numerosi articoli, le sue immagini sono conservate in varie collezioni private e istituzioni.

Polaroid, 50×60 (Buskers)

Ora che ti abbiamo presentato, Joe, entriamo nel vivo: perché questo trasporto artistico verso l’estroso mondo dei buskers, gli artisti di strada?

“Nel 1989, dopo un progetto dedicato al Circo Americano con un apparecchio 50×60 cm. ed uno l’anno dopo, sul Carnevale Ambrosiano con uno studio all’aperto a Milano, fui invitato dalla Polaroid a portare un’altra idea a Roma, al Palazzo delle Esposizioni, durante la grande mostra della collezione Polaroid USA  “Sviluppi non premeditati. La fotografia immediata fra tecnologia e arte”, 1991. La mia scelta cadde sui musicisti di strada, cominciai a documentarmi visitando i festival – pochi allora In Italia – dove si esibivano, come Pelego in Toscana e il Ferrara Buskers. Qui reclutai una trentina di artisti da portare a Roma per ritrarli con la Big One 50×60 ed ebbi anche l’occasione di conoscere Stefano Bottoni e il resto dello staff”.

Ferrara Buskers, 1994

Stefano Bottoni è l’ideatore del meeting ferrarese Ferrara Buskers il più famoso d’Italia nel suo genere, apripista e sgargiante nella sua varietà. E già in tempi non sospetti, Joe viene affascinato da questa arte on the road…

“Già: dopo Roma, tornai là a fotografare personalmente, attratto dalla vita nomade del musicista di strada, simile alla mia, e nei due anni successivi proposi di portare la Big One a Ferrara, per realizzare una mostra in progress, nel 1994. Trovai grande entusiasmo da parte di Stefano e del team organizzativo, ottenemmo l’appoggio del Comune, dove, all’ epoca, l’assessore alla cultura era Dario Franceschini; proposi quindi alla Polaroid il progetto, trovando pari consenso, sulla scia del successo romano”.

Da lì in poi è stato amore.

“Ogni volta che mi è stato possibile, sono tornato per continuare il mio progetto sugli artisti e sono stato accolto nella famiglia del Buskers Festival al punto che oggi posso dire che è diventata la mia seconda casa italiana”.

Il felice connubio dura da 25 anni, celebrati dalla mostra la scorsa estate e dal volume. Per scelta, i soggetti sono immortalati non in strada, ma in studio: può sembrare una contraddizione, essendo artisti che si esibiscono all’aperto, in coinvolgimento con spettatori e passanti, ma “prendendo i buskers fuori dal contesto abituale della strada e posizionandoli nella dimensione concentrata e separata dello studio, vivo con loro in uno spazio privato e all’interno di un’atmosfera particolare. Per trovare un modo che rivelerà qualcosa di speciale del loro “io” interiore, mentre suonano per me, il loro fotografo”.

Genie in a Bottle

Parte di “Buskers. 25 anni di arte in strada” – reperibile qui – comprende una serie di ritratti in Polaroid 50×60; la citazione degli strumenti di lavoro non è marketing, ma tecnicismo…

“Oggi l’immediatezza del digitale è in mano a tutti, ma in essa manca la fisicità dell’immagine stampata. La “vecchia” Polaroid, e la Big One in particolare, rimane impareggiabile per la sua dimensione e per una qualità che nemmeno il digitale è riuscito a superare. La separazione avveniva dopo sessanta secondi, appariva l’immagine, irripetibile, sublime nel suo particolare cromatismo”.

Polaroid è stata una compagna del tuo viaggio professionale Joe, giusto?

“Mi sento privilegiato per aver avuto la fortuna di essere stato sponsorizzato dal 1987 al 1994, con la possibilità di lavorare con la Big One 50×60: era la più grande macchina fotografica istantanea al mondo e viaggiava con il tecnico  Yan Hnizdo, che la gestiva, e l’attrezzatura di illuminazione per lo studio. In questa chiave, mi sento anche io un ambulante, avendo vagato molto per il mondo, con le mie apparecchiature e con la mia curiosità. Ricordo un viaggio, nel 1985, con un mio amico e collega americano, Grant Peterson, che aveva costruito un studio portatile di 5×4 metri che stava in uno zaino e utilizzava per still life in location, sfruttando la luce naturale: siamo stati a Venezia e in Calabria, a Gioiosa jonica, mio paese di origine, dove ho fatto dei ritratti in 20×25 bianco e nero di persone per strada – sempre! – ed è stata un’esperienza molto divertente”.

L’aspetto emozionale: in tutta la galleria di personaggi che hai incontrato, chi ti ha lasciato particolare ricordo?

“Le relazioni con i buskers sono sempre state speciali; alcuni li ho ritrovati più volte, a Ferrara e in altre sedi di festival simili, sono girovaghi. Penso agli australiani che vengono qua d’estate e rimangono tutta la stagione, tornando in patria quando l’estate arriva là: praticamente non vedono mai l’inverno! Persone che mi hanno colpito? Nel ‘92 ho conosciuto “Satan & Adam”, duo blues newyorkese: un nero di mezza età che suonava contemporaneamente batteria e chitarra elettrica, già noto dagli anni Settanta ad Harlem, e un bianco, giovane studente di letteratura, biondo, occhi azzurri, che suonava l’armonica, primo ad essersi esibito – grazie al partner – nel quartiere black di NY. Ebbero grande successo, poi, a New York, ho visto le foto che avevano comprato da me e che avevano usato per la copertina del loro cd; è nata un’amicizia. Adam si è laureato, anni fa ha scritto un libro intitolato “Mister Satan’s Apprentice: A Blues Memoir”, l’ho risentito per inviargli altre foto proprio per quello. Oggi è un professore di letteratura all’università del Mississippi e un paio di mesi fa una casa di produzione californiana mi ha scritto, chiedendomi se alcune foto che lui aveva erano mie, ho confermato e allora mi è stato chiesto il permesso di utilizzarle per inserirle in un documentario in preparazione. Ho dato volentieri il mio ok, mi piace il loro spirito e mi piace che le foto mie facciano parte della loro storia”.

Per la cronaca: Sterling “mr. Satan” Magee (1936) e Adam Gussow (1958) nel 2011 hanno pubblicato un nuovo album, “Back in the Game” e nel maggio 2013 sono stati ospiti allo Jazzfest di New Orleans, prima apparizione lì dopo quella del debutto nel ’91.

Hai riscontrato un’evoluzione nella figura del musicista di strada, in tutti questi anni?

“Certamente nella qualità; d’altra parte, a New York i buskers erano spesso ragazzi usciti dal conservatorio che, durante l’estate, cercavano di raggranellare un po’ di denaro esibendosi in strada. Altri hanno scelto questo palcoscenico per sentire davvero vicino il pubblico, avere un impatto diretto». Ancora un nome, che Joe ricorda con ammirazione: «Walter Tessari, originario di Rovigo: l’ho conosciuto negli anni Novanta, di mestiere faceva l’attacchino, ma aveva una passione tale per la musica che un giorno ha mollato tutto , ha preso casa… in un furgone ed è diventato un virtuoso della chitarra acustica; è stato anche mio graditissimo ospite in occasione della mostra “Unusual Portraits”, che ho allestito a Ferrara, alla Casa di Ariosto, nel 2005″.

Joe 50×60 Polaroid (By Bruno Droghetti, Ferrara 1994)

Ferrara Buskers Festival: la storia – La rassegna internazionale del musicista di strada nasce nel 1987 quando l’allora sindaco di Ferrara, dopo un soggiorno a New York, rimane colpito dalle esibizioni in strada e riversa le sue emozioni  nello stesso pentolone in cui ribollivano le idee di Stefano Bottoni – direttore artistico della manifestazione e presidente dell’Associazione Ferrara Buskers Festival – legate  alla creazione di un festival di tal genere in città.

Si è partiti da un palcoscenico già di per sé incantevole: Ferrara, in Emilia-Romagna, ha un impianto urbanistico che l’ha fatta definire “prima città moderna d’Europa” per le progettazioni rinascimentali che ancora oggi la caratterizzano, a partire dalla “addizione erculea”, commissionata nel 1484 dal duca Ercole I d’Este (da cui l’aggettivo) all’architetto Biagio Rossetti e concretizzatasi in un ampliamento e miglioramento del tessuto viario cittadino, nonché dei baluardi difensivi, oltre che nella creazione di una parte nuova, chiamata appunto “Arianuova” e, con lungimiranza, di zone verdi a dare respiro tra le aree edificate. Dal 1995 il centro storico è patrimonio Unesco.

I semi che hanno fatto germinare il festival sono stati gettati dalla mano di Stefano Bottoni, appassionato musicista ma, prima di tutto, artigiano, un fabbro per l’esattezza; il 30 luglio 1987 legge un articolo sul quotidiano locale, che riferiva di due musicisti, con chitarra e batteria, allontanati dai vigili urbani, e decide di darsi da fare per far esistere una città, o almeno un periodo, in cui si potesse suonare per strada. Come già detto, l’idea piace anche al sindaco e caso vuole che in quell’anno dall’officina di Stefano passi Lucio Dalla… due anni dopo suonerà il clarinetto insieme a Jimmy Villotti in una piazzetta ferrarese, mimetizzato tra gli altri buskers invitati.

L’edizione 2017 ha ospitato un seminario dell’associazione onlus AIDUS (Associazione per l’integrazione di udenti e sordi, protagonisti i migliori artisti sordi italiani, tra cui il mimo Maurizio Scarpa/Pallina Rossa, ideatore della collaborazione.

I buskers: suonavano già nell’antica Roma, ma… – «Nostrae, inquit, contra duodecim tabulae cum perpaucas res capite sanxissent, in his hanc quoque sanciendam putauerunt, si quis occentauisset siue carmen condidisset, quod infamiam faceret flagitiumue alteri»: grazie ad un frammento da un brano perduto del “De re publica” di Cicerone, citato da S. Agostino in “La città di Dio”, sappiamo che «le nostre dodici tavole – che peraltro punivano pochissimi reati con la pena capitale – ritennero di inserire tra questi anche coloro che avessero eseguito o avessero composti canti che arrecavano disonore o danno ad altri». Il corpo delle “leggi delle dodici tavole” risale al 451-450 a.C. e rappresenta una delle prime codificazioni del diritto romano.

Attualmente la regolamentazione sulle esibizioni in strada varia da nazione a nazione: gli Stati Uniti, in tal senso, sono i portabandiera, grazie al Primo Emendamento della Costituzione; in Italia una legge unica non c’è: esiste la proposta, “Disposizioni per la promozione, la valorizzazione e il sostegno delle espressioni artistiche di strada”, (la più recente presentata a giugno 2017 e a luglio assegnata per esame alla “7ª Commissione permanente – Cultura, scienza e istruzione”), ma le norme da seguire sono ancora a macchia di leopardo, a discrezione comunale o regionale. Vanno segnalate le leggi varate in Piemonte (l.r. 15 luglio 2003 n. 17 “Valorizzazione delle espressioni artistiche in strada” e s.m.i., B.U. 17 luglio 2003, n. 29 e B.U. 12 aprile 2007, n. 15), che “si pone l’obiettivo di contribuire allo sviluppo artistico, professionale e produttivo delle arti di strada – realtà particolarmente vivace in Piemonte e in forte espansione – stimolando un costante rinnovamento e potenziamento qualitativo delle creazioni artistiche” e Puglia (l.r. 14 del 25 agosto 2003), per favorire “l’ospitalità e la libertà di espressione di tutte le forme artistiche esibite in strada, alle quali riconosce un ruolo di valorizzazione culturale e turistica, nonché di incontro creativo tra persone, di ricerca e sperimentazione di linguaggi, di scambio di proposte con vari profili culturali, di confronto di esperienze innovative, di affermazione di nuovi talenti, di rappresentazione di attività frutto di geniale ispirazione e di servizio culturale per un pubblico di ogni classe sociale, età e provenienza geografica”.

Vien da domandarsi come sia messa l’Emilia-Romagna, visto che accoglie il festival più noto: la giunta regionale ha avviato l’iter per l’approvazione di una legge a favore di operatori, enti e imprese del settore musicale, si attendono gli esiti. Nel frattempo, il libro di Joe permette di passare in rassegna volti e gesti significativi, alcuni dei quali si ritroveranno dal vivo alla prossima kermesse ferrarese, prevista per agosto 2018.

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