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Ricordare ai ricchi d’Italia cosa fecero per la cultura i magnifici del passato

Cos’è successo nei cinque secoli che hanno praticamente visto sparire dalla penisola l’idea stessa di filantropia culturale?

Lorenzo il Magnifico con Michelangelo che gli mostra la testa di un fauno. Lorenzo the Magnificent with Michelangelo showing him the head of a faun. (Palazzo Pitti, Immage Ottavio Vannini/Wikimedia Commons)

Il modello americano sicuramente potrebbe far capire a certi industriali italiani come si possa conservare il patrimonio culturale di un'Italia che, secondo l'Unesco, ha la più alta concentrazione di siti patrimonio dell'umanità

Mi dicono che ci sono ricchi industriali italiani che entrano a far parte del consiglio di amministrazione di fondazioni, enti culturali e musei, ma non donano un solo euro, anzi si fanno rimborsare l’albergo (di lusso, ovviamente) quando presenziano alle riunioni consiliari.

Il mecenatismo è nato nella Roma imperiale ed ha raggiunto le vette maggiori durante il nostro Rinascimento: i Medici, gli Este, i Gonzaga, i Montefeltro sono diventati sinonimi di una classe dirigente che ha investito in cultura e arte cifre astronomiche. Erano investimenti che funzionavano come strumenti di propaganda politica, espansione del consenso ed accresciuto prestigio ‘internazionale’, ma erano anche motivati da sincera passione e curiosità intellettuale. Cos’è successo dunque in questi cinque secoli che hanno praticamente visto sparire dalla penisola l’idea stessa di filantropia culturale?

Con l’unità d’Italia e l’adozione del modello centralista francese, la cultura diventa “proprietà” dello stato che si occupa (o dovrebbe occuparsi) di teatri, musei, siti archeologici, biblioteche ecc. Ma i vari governi italiani che si sono succeduti dal 1870 in poi non hanno mai avuto la stessa ‘largesse’ dei cugini d’oltralpe, anche perché si sono trovati a dover gestire un patrimonio artistico e culturale senza pari al mondo. Oggi l’Italia è infatti il paese con il maggior numero di siti riconosciuti dall’UNESCO come patrimonio dell’umanità. Per secoli il sostegno economico dei privati e delle imprese non è stato sollecitato per timore di interferenze improprie nella conservazione e nell’utilizzazione dei beni. Quando qualche decennio fa lo Stato si è reso conto che non ce la faceva a gestire tutto, ha cominciato a cercare e sollecitare fondi privati, non nella forma nobile del mecenatismo, ma in quella mercenaria della sponsorizzazione.

Il Governo ha innalzato qualche tempo fa il massimo che un individuo o un’impresa possono donare a fondazioni o istituzioni culturali senza fini di lucro. Ma anche il limite attuale di 70mila euro annui è angusto se si pensa alle necessità del nostro patrimonio artistico e alla disponibilità finanziaria di tanti contribuenti italiani.

Negli USA la situazione è completamente diversa: il governo federale non ha mai preteso di gestire la vita culturale e artistica del paese e ha sempre contato in maniera massiccia sulle donazioni liberali dei privati che sono state agevolate con una politica di sgravi fiscali praticamente senza limiti. Nel corso dell’800 le grandi dinastie del capitalismo americano: i Carnegie, i Mellon, i Frick, i Morgan, vedono nella filantropia culturale una forma di restituzione (give back) alla comunità di parte di ciò che essi hanno ricevuto.

Tuttora teatri, università e musei americani funzionano grazie alle donazioni di privati e fondazioni. I contributi pubblici sono praticamente simbolici e il reddito originato dalle loro attività (ingressi, biglietti, tasse universitarie) non rappresenta che una piccola parte del loro bilancio. Ovviamente non è un sistema perfetto: il Metropolitan Museum, ad esempio, per ovviare al preoccupante deficit annuale, ha cambiato recentemente le regole per l’accesso alle sue sedi, mantenendo in vigore il consolidato sistema del ‘paga quel che puoi’ solo per i residenti dello stato di New York, mentre impone a tutti gli altri un salato biglietto di 25 dollari.

Gli americani continuano a dare prova di straordinaria generosità nel sostenere la vita culturale ed artistica del loro paese, contribuendo ogni anno con miliardi di dollari alle cause più disparate. Questa ben nota generosità ha indotto molte istituzioni pubbliche e private Italiane ed europee a fondare negli USA associazioni (“Friends of…”) a sostegno di musei, basiliche, università, teatri con la speranza di convogliare nelle loro casse vuote parte del flusso di dollari dei filantropi americani. Ma io mi domando, e domando anche a voi, se non avrebbe più senso per queste istituzioni educare alla filantropia i ricchi italiani, ad esempio spiegando loro che quando sono invitati a far parte di un consiglio di amministrazione di una non-profit, ci si aspetta che contribuiscano in maniera significativa al bilancio della stessa non solo con consigli e opinioni ma anche con lauti finanziamenti.

Disclaimer: Lavoro in un’istituzione creata a New York dalla lungimirante generosità di una donna italiana, la Baronessa Zerilli-Marimò e passo l’estate insegnando nella sede estiva della New York University a Firenze: una sontuosa tenuta di 27 ettari con 5 ville, lasciata in eredità al mio ateneo da sir Harold Acton. A tutt’oggi la maggior donazione mai ricevuta da un’università americana.

 

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