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Flavio Bragaloni, l’artista che inchioda la Libertà americana sulla croce (per Trump)

Intervista all'artista romano dal 2005 a New York, autore dell'opera “The End Of The Liberty" ispirata all’attuale politica migratoria americana

Particolare di "The End of Liberty", opera di Flavio Bragaloni.

Essere artisti nell'era di Trump? Significa "avere molte idee per nuovi dipinti denunciando le sue idiozie come quella sulle armi", afferma Flavio Bragaloni. Che racconta: "I temi che ho rappresentato fino ad ora sono temi che ho a cuore". Come sanità, immigrazione, matrimoni gay

Immigrazione, sanità, matrimoni gay. Sono alcuni dei temi che Flavio Bragaloni, artista romano dal 2005 a New York, rappresenta nelle sue tele utilizzando l’arte come strumento di denuncia sociale anticipando addirittura i tempi. Dopo aver frequentato l’istituto d’arte, Flavio ha lavorato per una compagnia telefonica e di elettronica ma la vocazione artistica era sempre più forte. Frequenta per tre anni una scuola di decorazione pittorica dove ha appreso tecniche pittoriche e così di applicazione dell’oro in foglia e inizia a viaggiare decorando residenze private a Mosca, Montecarlo, Dubai e infine gli Stati Uniti .

La passione del disegno nasce da bambino, osservando il papà Vincenzo che dipingeva per hobby ma è a New York che l’arte per Flavio diventa espressione di problemi sociali. Di recente si è esibito, insieme ad altri artisti, alla Mad Gallery a Chelsea mentre attualmente è
impegnato a Washington DC per delle decorazioni d’interni  e nei disegni di alcuni bozzetti per i prossimi dipinti, e forse una mostra a Miami.

La sua ultima opera, quella che gli sta particolarmente a cuore,“The End Of The Liberty” è stata realizzata a Febbraio, anticipando ancora una volta i fatti degli ultimi giorni. Si tratta di un’opera che rappresenta lo stato dell’attuale politica immigratoria americana inchiodando la statua della libertà sulla croce.

La tua arte incontra grandi temi di attualità soprattutto nella società americana. Una scelta stilistica e intellettuale precisa?
“Da Aprile 2005, quando sono arrivato qui a NYC per un lavoro di decorazione pittorica, questa città mi ha fatto sentire subito a mio agio e ho subito avvertito che fosse molto più veloce di Roma. Questa frenesia mi ha dato l’opportunità di crescere in vari settori e sentirmi libero di dipingere qualsiasi cosa che mi passasse per la mente, cosa che in Italia non mi era facile. Qui a NY ti trovi al centro di mille situazioni e a centinaia di razze diverse. A me piace osservare le persone , guardarmi intorno, leggere le news. Anche se all’inizio per  via del mio inglese non è stato facile,  molte volte ho dipinto delle situazioni che hanno anticipato le news su quello che accadeva. La mie opere nascono dall’accumularsi nella mia mente di cose che osservo tutti i giorni cercando di documentare tutto su tela. Mi capita molte volte camminando, di osservare situazioni e di avere chiara l’idea sul mio prossimo dipinto. Allora mi fermo, prendo la penna il mio notebook e butto giù la bozza. Non c’è una scelta ben precisa ma spalmo colori sulla tela seguendo l’istinto del mio cuore e dell’anima”.

Immigrazione, sanità, matrimoni gay, sono tra i temi che hai rappresentato. In che modo i temi attuali incontrano l’arte e veicolano un messaggio politico ben preciso?
“I temi che ho rappresentato fino ad ora sono temi che ho a cuore. La sanità, di cui non  condivido il funzionamento e di cui  penso che non sia giusto che possa curarsi solo chi ha un’assicurazione. Tutti dovrebbero avere il diritto di curarsi! Credo che quella sulla sanità americana sia stata la mia prima tela. Altra opere che ho a cuore e di cui sono orgoglioso è quella sul matrimonio gay, opera dipinta un anno prima che fosse approvata la legge sul matrimonio tra persone nello stesso sesso nello stato di NY. Le altre mie opere hanno avuto temi importanti come la crisi economica del 2008, inquinamento, guerra, violenza sulle donne. La mia ultima opera, quella che mi sta particolarmente a cuore,’The End Of The Liberty’, è stata realizzata a Febbraio, anticipando ancora una volta i fatti degli ultimi giorni. Si tratta di un’opera che rappresenta lo stato dell’attuale politica immigratoria americana inchiodando la statua della libertà sulla croce. La libertà è un bene di tutti, certo l’immigrazione va controllata ma non punita e quello che sta succedendo oggi è vergognoso. Non mi piace questa sorta di razzismo verso altri popoli. Non sopporto l’ingiustizia nel negare la libertà di entrare in un paese a persone che vogliono solo trovare una vita migliore (lo abbiamo fatto anche noi Italiani e non solo), più sicura e più dignitosa per se stessi e le loro famiglie o l’ingiustizia di vedere i bambini nati qui negli Stati Uniti da genitori immigrati cui viene negato il diritto di rimanere in questo paese; il fastidio intellettuale e umano nell’udire dal Presidente degli Stati Uniti di un paese civile che usa espressioni come “Shithole Countries” riferendosi a paesi come Haiti, El Salvador o paesi Africani dove molti dì loro sono stati colpiti da disastri naturali. Con questa mia opera il mio messaggio politico che stanno improntando è ben preciso: ‘The End Of The Liberty'”. 

In qualche modo è il sogno americano ad essere messo in croce. Cosa significa essere artisti nell’America di Trump?
“Ebbene si, la libertà è messa in croce. Essere artisti dal mio punto di vista in questo periodo è avere molte idee per nuovi dipinti denunciando le sue idiozie come quella sulle armi.
E dopo i numerosi attentati nelle scuole e in altri luoghi come a Las Vegas, ho dipinto un’opera dal titolo “100% Pure American Blood”, che ho portato durante la marcia March For Our Live’s ‘on Providence a Rhode Island'”.

Senti che un movimento artistico si sta affiancando ad uno politico negli Stati Uniti?
“Non so se un movimento artistico si stia affiancando ad uno politico ma nel mio caso mi sento portatore di un’idea artistica ben precisa e continuerò ad andare avanti in questa direzione”.

Come si muovono gli artisti italiani a NY. Ci sono sinergie che sfociano in un “movimento italiano”?
“Conosco pochi artisti italiani qui a NY , non credo in un movimento italiano, ma sarebbe bello tirarlo fuori collaborando con altri artisti”.

Come è cambiata la città negli ultimi anni e soprattutto rispetto agli anni 70/80. E’ vero che gli artisti hanno difficoltà ad emergere e si spostano altrove?
“Non ho seguito di persona il movimento degli anni ’70-’80, cosa che mi sarebbe piaciuta tantissimo. Trovo in quegli anni una corrente artistica che si poteva chiamare arte e che vantava artisti  come Barbara Kruger, Marina Abramovic, James Turrell, Jeff  Koons, Julian Schnabel, Basquiat, Keith Haring , Andy Warhol. In quel periodo c’era un movimento artistico con delle belle idee, in questo momento non vedo un movimento ma vedo una sorta di minestrone nell’arte. Non c’è’ una corrente artistica. Io sono orgoglioso della mia e vado avanti”.

I quartieri, le gallerie, gli artisti da tenere d’occhio nella Grande Mela.
“La zona che amo e mi reco spesso, dove tra l’altro ho tenuto la mia mostra e’ l’area di Chelsea art district e i musei. Gli artisti da tenere d’occhio? Flavio Bragaloni”.

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