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Il direttore Giulierini: Vi racconto il mio Museo Archeologico Nazionale di Napoli

Intervista al direttore del Mann, esempio virtuoso di come un museo archeologico possa diventare brand di successo e concentrato di vita quotidiana

"Prima di tutto è occorso partire dalle basi, creare un marchio, un logo. Non c’era nulla. Il secondo passaggio è stato la motivazione cittadina, far riappropriare i cittadini del museo e quindi insinuare “l’idea” che era bello vedersi al Mann. Adesso questo progetto si conclude con il lancio dell’abbonamento annuale di 15 euro, una cifra popolare, a partire dai primi giorni di ottobre...", racconta Paolo Giulierini

Qual è la sua visione di Museo? C’è un segreto alla base del successo internazionale dell’Archeologico? Come accostare il marketing ad un’istituzione culturale?  Come si riesce a tessere una politica sapiente non soltanto nel dialogare con i grandi musei del mondo, ma anche nel coinvolgere le categorie sociali disagiate che vivono il territorio partenopeo? Paolo Giulierini, Direttore del Museo Archeologico di Napoli, in conversazione con la Voce di New York, ci risponde su questo e su tanto altro.

Cosa ha provato quando ha attraversato il Museo dopo appena ricevuto la nomina da direttore?
“Dal punto di vista del patrimonio ho avvertito di certo una differenza sostanziale rispetto al passato. Avevo gestito per oltre 10 anni il museo dell’Accademia Etrusca di Cortona, nato nel 1727 e custode di una grande collezione, naturalmente non comparabile a quelle straordinarie del Museo Archeologico Nazionale. Nel contempo ho subito avuto la percezione che potevo tesaurizzare le esperienze di dialogo pubblico- privato realizzate a Cortona: questo background, in un certo senso, ben si sposava con i dettami della Riforma Franceschini”.

E questa scossa c’è stata. Da Star Wars a Ercolano, Pompei, la Collezione Farnese, le notti al Museo, la musica, il teatro e persino il calcio. Il visitatore ha l’imbarazzo della scelta: come è riuscito nell’impresa e quanta strada c’è da fare?
“Molto spesso la percezione che si ha dei musei è quella di luoghi dove si conservano solo le vestigia delle civiltà passate. In realtà i musei archeologici sono un concentrato di vita quotidiana, in cui giocano la loro parte non soltanto diverse discipline, culturali e sportive, ma si innestano, soprattutto, le aspirazioni, le velleità, le contraddizioni delle persone. Raccontare quest’umanità significa rifletterne la complessità, da tutti i punti di vista”.

I corridori.

Lei ha portato aria nuova, anche all’estero il Mann è presente a San Pietroburgo, in Cina, a Los Angeles. Come avviene la selezione per le collaborazioni internazionali?
“Il Museo, essendo uno dei più grandi depositi di materiale archeologico al mondo, viveva una sorta di rapporto passivo e, per così dire, basico con le grandi istituzioni culturali: ci si limitava, infatti, al prestito delle opere. La mia visione ha un approccio a trecentosessanta gradi: le opere del Museo, naturalmente rispondendo ai principi di tutela, possono essere un vessillo del MANN all’estero, ma la vera scommessa è promuovere il patrimonio, favorendo una disseminazione globale della nostra cultura. Intercettare i nodi nevralgici della cultura internazionale significa conoscere nuove frontiere del sapere: è capitato con la mostra Pompei. The infinite life che, partita da Chengdu in Cina, ha coinvolto, in circa sei mesi, due milioni di visitatori, dimostrando quanto desiderio c’è di seguire il racconto straordinario delle antiche città vesuviane. D’altro canto, se pensiamo alle grandi città dell’antichità, come Atene ed Alessandria, l’idea di superare i confini per diffondere l’identità culturale di un popolo era alla base del progresso della società”.

Ed arriviamo agli States, come è andata la sua visita al Getty Museum?
“Il nostro straordinario Satiro ebbro, che non ha mai abbandonato le sale del Museo, sarà restaurato dallo staff di esperti del  Getty Villa.  Da giugno 2019, ancora, la scultura sarà al centro di una grande esposizione che il Getty dedicherà alla Villa dei Papiri . Inoltre, con l’istituto statunitense, abbiamo in essere importanti progetti di ricerca, che riguardano la tutela del patrimonio e la prevenzione del rischio, con particolare riferimento ai fenomeni sismici. Com’è evidente, queste sono non soltanto attività legate alla conservazione dei beni culturali, ma anche alla ricerca di alto spessore scientifico ed alla valorizzazione”.

Qual è la sua strategia di vendita del “prodotto Mann”?
“In primis, rendere riconoscibile il Museo nel territorio partenopeo e trasformarlo in stabile spazio di confronto: la prossima apertura della caffetteria renderà il MANN ancora più accogliente per il pubblico. La vera scommessa è, però, creare rete con i musei italiani: il sistema museale funziona se integrato e, sulla scorta delle specificità del patrimonio, l’Archeologico guarda con interesse alle istituzione del Bel Paese. Da Comacchio a Palermo, dalle grandi città ai piccoli borghi, siamo disposti a fare rete in nome dell’arte”.

Voltiamo pagina. Napoli ha il numero di turisti che si merita?
“Il trend del flusso turistico metropolitano è in crescita. Al MANN, abbiamo registrato un incremento del 27% dei visitatori tra 2017 e 2018, con riferimento ai primi otto mesi dell’anno: oggi siamo circa a 430.000 presenze. E’ chiaro che non bastano solo i numeri a gratificarci, ma l’offerta turistica deve rigenerarsi, soprattutto in un tessuto connettivo metropolitano dove i servizi funzionino, dal trasporto pubblico all’accoglienza complessiva del visitatore. Avendo la direzione ad interim al Parco Archeologico del Campi Flegrei, sto creando una linea di cooperazione sempre più fattiva con il Museo, ma la rete va stabilita anche con i grandi istituti custodi del patrimonio di arte moderna, come Capodimonte”.

C’è un’opera a cui tiene in maniere speciale tra le collezioni del Mann?
“Sì. Il mosaico di Alessandro. Per me Alessandro Magno rappresenta un sogno fin da bambino: mi hanno sempre affascinato la sua genialità, la sue sete continua di sapere, di esplorare. Alessandro è, poi, un mirabile esempio di come, nell’antichità, Oriente ed Occidente si sono integrati in modo armonico. Scherzando e sempre con modestia, mi piace pensare che anche il MANN non si fermi mai e guardi con curiosità a nuove realtà culturali, anche extraeuropee”.

Il suo occhio al futuro: come si evolve un’opera d’arte?
“Il Museo, a livello archeologico, rappresenta il più importante custode dei tesori di tecnologia antica. Oggi, la tecnologia ci aiuta a rendere l’opera accessibile e fruibile: l’accessibilità è fisica, ma anche emozionale, cognitiva. Il Museo deve presentare le sue collezioni a chi è diversamente abile, ma deve anche riuscire a coinvolgere il pubblico, ricostruendo ambienti, colori e scenari di un tempo: le app, la realtà aumentata, il videogame archeologico Father and son sono modi per varcare l’abisso che ci allontana dal passato, rivedendo il mondo di ieri con gli occhi di oggi”.

Ma un sogno ce l’ha?
“Fare sempre più rete con il territorio, partendo dai grandi Musei autonomi come Capodimonte e giungendo alle realtà più piccole, ma pur sempre ricchissime. L’unione fa la forza, soprattutto quando si parla di cultura”.

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